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A Bologna, roBOt ci ha reso felici

di Mattia Barro
fotografie di STEFANO MATTEA per IL
29.10.2019

In queste immagini, il reportage di “IL” realizzato durante la due giorni di concerti di roBOt Festival

Scelte artistiche più ambiziose, momenti di dibattito sui temi dell'epoca tecnologica, un pubblico che sa divertirsi con positività e apertura. I festival di musica elettronica stanno maturando, e quello che si è appena chiuso nel capoluogo emiliano ne è stato la dimostrazione

Bologna è un luogo fondamentale per la musica in Italia. Una storia decennale che rieccheggia negli studi di Fonoprint, dove hanno registrato musicisti del calibro di Lucio Dalla, Luca Carboni, Samuele Bersani, Skiantos, CCCP, Vasco Rossi, e che ha dimora nella casa museo dello stesso Dalla, luogo sacro di manìe e stravaganze di uno degli artisti italiani più geniali che possiamo ricordare. Un passato così glorioso da offuscare il presente artistico sonoro della città. Per questo viene da chiedersi, come si è evoluto in questi anni l’amore di Bologna per la musica?

Il roBOt, festival della musica elettronica e delle arti visive, è una di queste dimostrazioni d’amore. Con uno storico importante macchiato dal fallimento dell’eccessiva edizione del 2015, RoBOt si è dovuto ricostruire con cura e attenzione. Il nostro sito ne ha parlato qualche giorno fa, prima del suo inizio. Un lavoro educato e volenteroso che ritroviamo nelle parole degli organizzatori che, in più occasioni durante il nostro soggiorno bolognese, tendono a ribadirci il cambio di rotta da macchina industriale costretta a logiche economiche per grandi folle a festival a misura d’uomo (e città) dove il focus può ricollocarsi su sperimentazione e cultura.

L’edizione di quest’anno, la numero undici, si svolge principalmente negli spazi dell’ex-GAM che, nel 1977, è stata sede di Imponderabilia, una delle più celebri performance di Marina Abramovic e Ulay, quella in cui, posizionati ai lati di una stretta porta che consentiva l’ingresso alla galleria, costringevano il pubblico a passare attraverso i loro corpi nudi. Un richiamo suscettibile alla questione del corpo, tema preponderante ogni qualvolta si parli di clubbing e musica elettronica, dove la liberazione del corpo dalle sovrastrutture sociali attraverso il ballo è determinante.

L’architettura dell’ex-GAM, proprio per questo, è favorevole, dividendo gli spazi in due sale ricavate attraverso tendaggi, creando intimità dove sarebbe difficile immaginarla. Un terzo luogo, la sala Opium, è un’immersione sonico-visiva gestita da Quarto Mondo, dove il dj scompare alla vista, lasciando spazio alle proiezioni, mentre al piano superiore oltre un migliaio di corpi sudati ballano forsennati tra i set solidi di artisti come John Talabot e Red Axes e i ritmi più ricercati come quelli proposti da Badsista, una delle dj brasiliane più interessanti di questo periodo. La scelta della line up premia proprio questa ricerca sonora quanto geografica, venendo premiata dal “sold out” tra ex-GAM e DumBO, lo spazio industriale in cui è dedicato il party finale del sabato trascinato dalla personalissima visione della techno di Donato Dozzy.

I festival di una certa musica elettronica stanno maturando. Una trasformazione percepibile a partire dalle scelte artistiche (più ambiziose, ricercate, coraggiose) e organizzative (come i talk pomeridiani che indagano temi contemporanei come Antropocene, AI, turbocapitalismo), che si concretizzano nella costruzione di un pubblico che sa divertirsi, con positività e rispetto e apertura. Le orde di pusher che ti si avvicinano sudati per proporti all’orecchio il loro menù di serata stanno scomparendo, come tutta quella retorica esibizionista e nervosa della discoteca. La linea che oggi demarca discoteca e clubbing è gigantesca e festival come roBOt continuano a confermarlo. Con nostra eterna gratitudine. Il roBOt ha trovato la sua dimensione e la sua identità e nei festival, come nella vita, è l’unica possibilità per funzionare. E così Bologna ritorna a mettere un puntino sulla mappa della scena clubbing europea.

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