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Basta, vado in Italia e divento frontaliere

IL 116 24.10.2019

Il costo della vita aumenta, sempre più ticinesi si trasferiscono qui da noi (senza dichiararlo), ma continuano a lavorare nel loro cantone

«La vostra burocrazia mi spaventa. Per questo non mi decido a cambiare residenza e trasferirmi ufficialmente in Italia». Anna, 40 anni, un compagno milanese e una figlia “svizzerissima” di 3 anni, vive nel nostro Paese da più di 10 anni, ma non ha ancora avuto il coraggio di tagliare definitivamente i ponti con la Madre Patria. Fa parte di tutti i ticinesi che vivono in una sorta di zona d’ombra: lavorano e sono ufficialmente residenti (spesso a casa dei genitori) in Svizzera, pagano tasse e cassa malattia allo Stato elvetico, ma vivono in Italia. Una situazione irregolare per le autorità dei due Paesi che ultimamente registrano un incremento di “frontalieri al contrario”; svizzeri che, a causa del costo della vita sempre più alto (beni e servizi arrivano a costare il 60 per cento in più che nel resto d’Europa), decidono di mettersi ogni mattina in coda alla frontiera con tutti quegli italiani che vivono entro 20 chilometri dal confine e che beneficiano di uno stipendio in franchi.

Secondo i dati dell’Ufficio Cantonale di Statistica (Ustat), dal 2011 al 2018, i ticinesi che si sono trasferiti ufficialmente da noi sono raddoppiati; non si conoscono, invece, quanti siano gli espatriati non dichiarati come Anna. Tutti però hanno scoperto il beneficio di fare il frontaliere: gli affitti costano molto meno, è possibile risparmiare per comprare una casa e la vita sociale e culturale in Italia è percepita come più stimolante rispetto a quella di Chiasso o Lugano. «Eppure», afferma Anna, «sono in molti ultimamente a consigliarmi di fare il passaggio, dicono che otterrei validi benefici economici: mia figlia che risulta residente a Chiasso assieme a me non può frequentare le scuole pubbliche in Italia, e poi risparmierei sull’assicurazione sanitaria e su alcune imposte».

Secondo gli accordi internazionali, chi lascia la Svizzera per più di 90 giorni e chi risiede su suolo italiano per più di 180 notti deve dichiararsi alle autorità. E se lo stipendio resta in franchi si può scegliere di chiedere un trasferimento che non preveda attività lucrative all’estero. I cittadini in grado di dimostrare di avere entrate che permettono loro di non lavorare possono beneficiare di un permesso di soggiorno di 5 anni. Anche l’auto va reimmatricolata nel nuovo luogo di residenza: a non farlo si rischia il reato di contrabbando.

L’associazione Ticino&Lavoro ha condotto un sondaggio su 3.900 persone: ne risulta che una su tre sta valutando un trasferimento oltre confine. Ci spiega Giovanni Albertini, fondatore dell’associazione, che a sua volta ha soppesato più volte l’opzione Italia: «Si tratta di una tendenza che si è intensificata negli ultimi tre, quattro anni. Gli stipendi non sono adeguati al caro vita e tre quarti dei ticinesi non riescono a mettere via nulla alla fine del mese».

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