Agenda

Porte aperte alla boutique C2C

29.10.2019

Holly Herndon, tra i nomi di punta dell'edizione 2019 di Club To Club

Eclettico ma identitario, in perenne movimento, votato a rinnovare anno dopo anno il canone della contemporaneità. Il festival musicale Club To Club (a Torino dal 30 ottobre al 3 novembre) spiegato dal suo direttore artistico

Formare all’ascolto: sembra un concetto quasi contraddittorio per il nostro Paese, un luogo in cui la musica è bandita dal percorso scolastico e la maggior parte dei media nazionali resta malinconicamente (o maliziosamente?) incollata ai miti più orecchiabili di un passato ormai lontano. Eppure, anche in Italia esistono dei baluardi delle nuove forme culturali, non soltanto diffusori dei suoni del contemporaneo ma anche promotori di estetiche non irreggimentate. La manifestazione torinese Club To Club appartiene senza dubbio a questa ristretta cerchia, e in 19 anni di attività ha saputo cambiare sia forma che contenuto pur mantenendo un’identità forte e definita.

Partito con la mission di essere “manifesto della dj culture” e diffuso nella città attraverso la creazione di un circuito di club, il festival è mutato di pari passo con la musica di cui si è nutrito. Puntando lo sguardo innanzitutto verso il Nord Europa, rischiando e provando sempre a essere un passo avanti alle tendenze del momento, fin dagli esordi Club To Club ha proposto i live dei nomi che nel giro di pochi anni sarebbero diventati seminali a livello planetario. La strategia è quella del movimento continuo, non solo perché il ritmo diventa costante sonora della rassegna, ma anche perché i riferimenti stilistici passano dall’electro alla contaminazione rock, dalla performance concettuale all’incrocio con la visual art.

«Per noi è essenziale rappresentare un immaginario del presente», ci spiega Sergio Ricciardone, presidente dell’associazione Xplosiva e direttore artistico di Club To Club. «Ci definiamo un “boutique festival”, perché per la nostra idea di curatela è essenziale che tutti gli artisti invitati rappresentino un modo unico di intendere la musica. In questo modo, ogni performer diventa portatore di un peso specifico maggiore rispetto a quanto accade negli altri festival». E infatti, l’edizione 2019 – programmata dal 30 ottobre al 3 novembre – parte proprio con Slowthai, il rapper inglese che negli ultimi mesi si è scagliato contro la Brexit e ha provato con i suoi testi a riconnettere la scena inglese con quel che accade nella vita quotidiana del suo paese. Dopo di lui sarà la volta della rivelazione della 4AD, Holly Herndon, intestataria di una personalissima umanizzazione della composizione per laptop che l’ha resa un riferimento di confine per l’ibridazione pop.

Ruth Radelet dei Chromatics

Il duo Let's Eat Grandma

Fra gli headliner dell’anno ci sono senza dubbio i Chromatics, tornati alle pubblicazioni dopo ben sette anni e consacrati definitivamente dopo la collaborazione con David Lynch per la terza stazione di Twin Peaks. E poi, ancora, James Blake con l’eclettismo del suo recente album Assume Form, i cerebrali Battles, da pochi giorni usciti con il concitato Juice B Crypts, il math-rock assai fisico dei black midi e la psichedelia a sfondo jazz dei Comet Is Coming. Un cartellone dunque di ispirazione prettamente internazionale, ma con una predilezione per i progetti più coraggiosi ed estemporanei della nostra penisola, possibilmente capaci di intrecciare temperamento italico e creatività esotica.

Club To Club è un festival strettamente connesso con l’evoluzione dell’elettronica dei nostri giorni: che cosa è cambiato in 19 anni?
«Il nome in effetti racconta da dove arriviamo, di un periodo in cui in città c’era un grosso fermento culturale e i club rappresentavano un simbolo di libertà. Anche guardando alla storia più recente della club culture, in questi spazi si è sempre fatta molta sperimentazione. Il festival è nato lì, ma nel corso di 19 anni i club sono diventati sempre meno presenti, anche nella programmazione di livello internazionale. Ecco perché abbiamo deciso di adottare una nuova sigla come C2C, nella quale vogliamo includere concetti relativi alla cultura e alla città per un festival che intende muoversi attraverso location differenti».

L’Italia sconta un gap sia organizzativo sia artistico rispetto ai festival che si realizzano all’estero. Quali sono le difficoltà e gli ostacoli che si presentano nel nostro Paese?
«Qualsiasi tipo di festival è complicato da organizzare, ma un tema particolarmente problematico in Italia è quello relativo alla sicurezza. Ci sono norme molto stringenti, dunque è molto difficile progettare in maniera libera. La questione relativa alla capienza, per esempio, è più sensibile rispetto a quanto accade all’estero, e ciò comporta un riverbero negativo sul costo del biglietto e sul rapporto con gli spettatori. In poche parole, per un’organizzazione come la nostra che realizza una programmazione di ricerca, questi fattori impediscono di lavorare con tranquillità, ma credo sia difficile che le cose possano cambiare…».

L'appuntamento alla Reggia di Venaria durante l'edizione 2018 del festival

Proprio la selezione artistica è il vostro punto di forza, poiché il cartellone di Club To Club cerca di rappresentare lo spirito d’avanguardia del contemporaneo. Avete compiuto una scelta consapevole escludendo la trap?
«Abbiamo volutamente evitato l’inserimento della trap e del rap, il che rappresenta anche una critica da parte nostra a questa scena. A nostro parere, in Italia, in questi generi non sta succedendo nulla di particolarmente interessante, se si escludono poche individualità. Il nostro impegno è quello di innovare, fare ricerca, abbiamo un’identità ben definita che non vorremmo mai tradire. Se crescere significa avere avere più artisti e più palchi che non siano al cento per cento identitari, questo non ci interessa. D’altro canto, non vogliamo neppure essere relegati nella nicchia, bensì parlare a quanta più gente possibile. Certo, un tax credit sulla musica dal vivo sarebbe decisamente utile. Stiamo dialogando con i nostri stakeholder, privati e pubblici, per spingerli a essere sempre più coinvolti nel nostro progetto culturale. Di recente abbiamo ottenuto il finanziamento del FUS al Ministero e quello che ci interessa è parlare ai grandi media. C’è davvero bisogno di comunicare qualcosa di diverso da ciò che circola abitualmente sui mezzi di informazione».

Qual è il rapporto di Club To Club col pubblico estero?
«Migliora ogni anno di più. In particolare, ha iniziato a crescere esponenzialmente dal 2015, quando abbiamo avuto sul nostro palco Thom Yorke, e anche l’anno scorso, con lo show di Aphex Twin, la percentuale era molto alta. Su circa 20mila persone che possiamo ospitare al Lingotto, 4mila sono straniere».

C’è bisogno di un maggior investimento nell’audience development, partendo possibilmente dalla scuola?
«Penso che l’educazione alla musica, a come ascoltare, influirebbe positivamente anche sul modo in cui le persone vivono la propria vita. Viviamo tutti sui social, usiamo degli smartphone che sono considerati un “miglioramento della specie”, eppure penso che questi strumenti non facciano altro che peggiorare l’esperienza dell’ascolto. Fino a qualche tempo fa il rapporto con un album musicale era assolutamente fondamentale, mentre oggi non è più così».

In questo senso la smaterializzazione della musica non ha certo aiutato, come vi rapportate a quest’epoca fatta di playlist?
«Noi abbiamo una regola molto rigida e invitiamo a Club To Club coloro che lavorano nell’ottica della scrittura di un album. È molto difficile che ci facciamo irretire dall’hype di un singolo o di un video, ci interessa maggiormente rapportarci con un’artista compiuto, capace di comunicare in un certo modo. Le regole dell’ascolto veloce e della playlist vanno meglio per il pop più mainstream».

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