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Bovisa, Italia

di Sara Deganello
fotografie di DIEGO MAYON per IL
IL 115 02.10.2019

Studenti del Politecnico si avviano verso il quartiere Bovisa dalla stazione di Villapizzone

Workshop, mostre e botteghe aperte a ottobre in quello che era uno dei quartieri operai della periferia di Milano. Dove stabilimenti e gasometri hanno lasciato il posto a fablab, centri di ricerca e di design, esperimenti sociali. La città nella sua essenza

Le Olimpiadi non passeranno di qui, l’epicentro è previsto attorno a Santa Giulia, nella zona Sud Ovest di Milano, con il nuovo PalaItalia e il villaggio degli atleti all’interno della riqualificazione dello Scalo Ferroviario di Porta Romana. I grattacieli di Porta Nuova, i pellegrinaggi alla torre d’oro della Fondazione Prada, l’allure di NoLo (il quartiere a Nord di piazzale Loreto) restano lontani. Qui alla Bovisa si produce, si inventa, si lavora.

«NoLo è un social district, noi una social factory», sintetizza Davide Crippa, fondatore di Ghigos e coordinatore della Repubblica del Design, organizzazione di quartiere nata durante lo scorso Salone del Mobile con la promessa di durare tutto l’anno. È pronto l’Ottobre della Repubblica: workshop, mostre, botteghe aperte. E poi Design Differente, un concept store che è showroom, spazio di co-working e di produzione. Inaugura il 24 ottobre: «È un luogo di incontro. E poi si possono comprare oggetti introvabili altrove: prototipi, una selezione Made in Bovisa di designer e artigiani locali, progetti speciali come Vasi Visi, realizzati dagli ospiti della Fondazione Sacra Famiglia su disegno di vari autori, da Alessandro Mendini a Elena Salmistraro. Lavorare con le fondazioni è interessante soprattutto per i giovani. Vorremmo innescare un circolo virtuoso. Progettare per target speciali dà grandi possibilità ai prodotti e anche il mercato recepisce. Yoox si è già detto disponibile a una partnership commerciale. È un po’ un 10 Corso Como, ma basato su temi diversi, di inclusione. Penso che Milano oggi sia la città giusta per queste riflessioni: Expo ha spinto la parte culturale, ora tocca a quella sociale». Sede e cuore del Design Differente: l’edificio di Cavanna Traslochi, già casa del negozio di modernariato Blitz, di Ideas Bit Factory e di Markers Hub.

 

Murales e graffiti sui muri del quartiere Bovisa

«Qui succedono cose», conferma Stefano Maffei, direttore di Polifactory, il fablab e makers hub del Politecnico. Si riferisce all’innovazione, agli oggetti del futuro che escono dal suo laboratorio: «Il remo Polifemo con il sensore che analizza la qualità dell’acqua. Il reggiseno Palpatine che aiuta ad eseguire correttamente le tecniche di palpazione del seno per la prevenzione del tumore». Ma anche dei fablab che per primi sono sorti qui, dell’Istituto Numen di innovazione tecnologica e digitale. Del Competence Center del piano Industria 4.0 del Mise, che sorgerà prossimamente dentro al Politecnico. Dell’università che è il fulcro di una virtuosa collaborazione con le aziende, ultima Edison che ha inaugurato il suo spazio Officine, polo di sperimentazioni digitali applicate all’energia, dentro PoliHub, l’incubatore d’impresa dell’ateneo, ospitato negli edifici colorati con i pinnacoli recuperati da Atelier Mendini, a ridosso del campus del design. Nel complesso, oggi c’è anche TusStar, l’incubatore cinese considerato il più grande al mondo, aperto in collaborazione con la Tsinghua University di Pechino. Accanto, i gasometri, la ferrovia, i caseggiati della Milano operaia cantata da Giovanni Testori e Luchino Visconti, che iniziò a svilupparsi attorno allo stabilimento Candiani, nato nel 1882 per produrre acido solforico: edifici gialli, rosa, rossi, capannoni industriali che nascondono nuove anime come il bistrot balera Spirit de Milan dentro le ex Cristallerie Livellara o il Robb de Matt, ristorante «di inclusione sociale»

Interventi di street art promossi dalla Repubblica del Design durante l’ultimo Fuorisalone sul tema del giallo

Il muro del Politecnico in via Schiaffino

Bovisa Tech di Atelier Mendini ospita l’incubatore d’impresa PoliHub e anche il nuovo spazio Officine Edison

La sede della Repubblica del Design, nata durante la Milan Design Week 2019

La sede di Polifactory, fablab del Politecnico di Milano

Due studenti impegnati nella progettazione di prototipi di stampelle

Marco Alessandrini e le sue tavole da surf

La Fucina di Efesto

Andrea Capriotti e Alessandro Rametta

La serie Memorie Celesti

Andrea Capriotti e Alessandro Rametta

All’interno di La fucina di Efesto, atelier di «artistic metal research» dove lavora il maestro d’arte Alessandro Rametta (a sinistra nella foto con Andrea Capriotti)

«È stata una lunga corsa», commenta Maffei, «con le premesse gettate nel 1989 e i grossi investimenti del 1998: il Politecnico è entrato nella trasformazione urbanistica. Si è creato un ecosistema che continua a crescere intorno alle competenze. Quello che il rettore Ferruccio Resta definisce “il distretto dell’innovazione”. Qui si sperimenta con il 5g, la robotica avanzata e la realtà virtuale senza perdere di vista l’artigianato. Siamo allineati con i temi di Manifattura Milano: il ritorno delle attività produttive in città. Design, moda, health care, medtech, agrifood e l’economia circolare stessa raccolgono potenziali di sviluppo dentro un profilo di smart city».

Il ristorante di «inclusione sociale» Rob de Matt

Spirit de Milan, locale che offre una fitta programmazione di eventi, compresa la serata Swing del Sabato sera

Spirit de Milan, locale che offre una fitta programmazione di eventi, compresa la serata Swing del Sabato sera

Il quartiere Bovisa è Made in Milano allo stato originale. Accanto alla rivoluzione tech, resistono la Fernet Branca e la Zaini dei gianduiotti. E gli artigiani. Nadia Bonamici infeltrisce a mano lana e altre fibre nella seta con il suo brand Nuno. La fucina di Efesto è il regno del maestro d’arte Alessandro Rametta: «Un titolo della Fondazione Cologni», racconta mentre maneggia con i guanti Memorie Celesti, quattro bellissime mezze sfere in acciaio, rame, bronzo e ottone: le ha portate alla fiera Edit di Napoli nel giugno scorso. «Lavoro i metalli ad alte temperature, con le flange», spiega. Più avanti nella via, una bottega in cui vengono prodotti ottoni: il titolare è di corsa, ha alcuni clienti venuti apposta da Roma, non ama pubblicità, né ritratti ufficiali. Rimangono solo tube, corni e sassofoni in vetrina a segnalarne la presenza. Alla Bovisa si produce, si inventa, si lavora. 

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