Appendice

Con Springsteen in Via del Tuono, a Zurigo

21.10.2019

New Jersey, inverno 1978: la copertina di “Born to Run” – l'autobiografia di Bruce Springsteen pubblicata in Italia da Mondadori – realizzata dal fotografo Frank Stefanko

Avere 17 anni, saltare la scuola, infilarsi in un pullman diretto in Svizzera per un imperdibile concerto del Boss. Era l'aprile del 1981, e questo è il racconto di un tuffo indimenticabile nel grande fiume del rock e della vita

The door’s open but the ride it ain’t free
(Bruce Springsteen, Thunder Road)

No, infatti: il giro non è gratis ma se superi la soglia, sei dritto sulla Via del Tuono.

Ci si aggirava da quelle parti nella nostra adolescenza. Sentivamo squilli di rivolta, echi lontani che non capivamo se fossero già parte del passato oppure opportunità anche per noi, figli della generazione di mezzo. Così un giorno, l’amico di scorribande e compagno di squadra alla Forti&Liberi di Monza, Luigi Pasin, mi parla di un certo Bruce Springsteen. Dato che ci volevano delle lunghe sedute di riflessione per decidere quale album acquistare (quando andava bene ogni settimana); secondo lui The River, l’album appena uscito su doppio vinile (dunque, spesa da ponderare bene) doveva essere nostro. Scelte fondamentali per adolescenti che vivevano un sogno continuo, senza doversi preoccupare di mandare avanti la baracca. E così fu. Si entrò allora in un presente continuo che sarebbe culminato…questo ve lo svelerò in seguito. Intanto siamo all’acquisto del doppio album! Abbiamo diciassette anni, io e Luigi, nell’ottobre 1980. Viviamo a Monza, garanzia di elettrocardiogramma piatto in quegli anni quando invece a Milano, a mezz’ora di strada, ribolle l’universo mondo. Ma torniamo al fiume. Il fiume è reale e nel nostro immaginario – noi ci dovevamo accontentare del Lambro – diventa la frontiera da superare. I nostri cavalli avevano due ruote e non facevano rumore. E poi c’è sempre un negozio di dischi a salvarti la buccia, in queste storie degli anni settanta e ottanta: nel nostro caso si chiama(va) Carillon. Sta (ancora) su una lunga via (Cavallotti), che fila dritta fuori Monza, in direzione ovest: simbolicamente perfetta.

Io e l’amico del cuore giocavamo a basket nella Forti&Liberi (lui ala, io pivot, numero 9 come Bob Morse), ci scambiavamo libri, opinioni, film, dischi, idee, sogni (desiderati e improbabili) e amori, ovviamente, non corrisposti. Condividevamo una carriera scolastica turbolenta e, in genere, preferivamo ricordare momenti topici e fondamentali, come la pedalata sino a Sesto San Giovanni per vedere Quadrophenia, il film degli Who con Sting, uscito cinque anni dopo l’omonimo album capolavoro; non potevamo dunque che condividere la conseguente vacanza assieme “across the Channel”, precisamente a Eastbourne, dove per un pomeriggio feci tremare Luigi, scomparendo dalla circolazione perché ero convinto di emulare la scena finale di Quadrophenia, a picco sulla scogliera non lontana da Brighton. Ma occorreva puntare più alto. E così dopo un consulto, rigorosamente alla fine di un intenso ascolto di tutte le quattro facciate di The River, sullo stereo di casa, arriviamo a una prima delibera: l’anno prossimo si parte per l’America. «Hai letto Martin Eden di Jack London? Voleva fare lo scrittore, ha lottato, è riuscito, ci ha lasciato le penne. In questo romanzo il protagonista è come lui e come noi: deve dimostrare qualcosa. E ce la fa, poi però vince la vita…Noi potremmo imbarcarci come mozzi su una nave, l’estate prossima e andare in California, no?» dice uno all’altro… il quale, ovviamente, risponde convinto. Si va. Convinti davvero, visto che andammo a chiedere al consolato cosa si doveva fare per andare in USA da minorenni, non accompagnati, imbarcandoci come mozzi. Evito di raccontare l’imbarazzo dei funzionari.

Se con Luigi si diceva «lo facciamo», si faceva. Per questo mia madre non amava molto vederselo spuntare a casa ogni giorno quando secondo lei, anziché sprecare tempo con i dischi, la bicicletta e il basket, avrei dovuto studiare e non progettare rivoluzioni davanti al cancello. Lei sentiva il pericolo di questi Starsky&Hutch senza pistole, senza il pomodoro a strisce, senza California. Cosa fare allora, in attesa del grande evento, da noi pianificato per l’estate 1981 (ma sì dai, la partenza per gli USA, non avevamo mica capito bene cosa ci avevano detto al Consolato. O forse non avevamo voluto proprio ascoltare…) se non sopportare le piccolezze brianzole e languire su amori immaginari, libri, film, grandi escursioni a pedali a zonzo nel grigio inverno? Osservare bene l’orizzonte, perché Via del Tuono, si diceva prima, non era così lontana. Quel lavoro ci veniva bene: pedalare e immaginare, drogati dagli ascolti dei nostri album preferiti, niente alcol, niente pillole, niente canne, niente di niente. Sport, sì. perché ti faceva sentire vivo dentro. Adoravo il basket.

La scuola ci doleva, la vita ci spronava, il desiderio ci sosteneva, la musica ci amava e continuava ad aprire orizzonti oltre l’ultimo orizzonte. Sinché un giorno, finito di studiare, inforcammo il cavallo blu e via, verso Carillon a far passare decine di album che non avremmo mai potuto acquistare. Facendo questo, ascoltammo il capo (Massimo) dirci che un promoter di Modena, certo Carmine Vaccaro, organizzava un pullman per andare a vedere Bruce Springsteen il giorno 11 aprile 1981 all’Hallenstadion di Zurigo. Le riviste musicali di tutto il mondo dicevano che dal vivo non esisteva nulla di paragonabile a Bruce Springsteen & The E Street Band. E se a riferirlo era Massimo, cazzo, bisognava pur scegliere come spendere i nostri sudati soldi da lavoratori del rock.

Giugno 1996. Zurigo, Svizzera.
Io e Marco, assieme a due giovanissimi amici sedicenni, Cioslo e Michele, siamo nel parcheggio dell’Hallenstadion di Zurigo. Stasera c’è la prima data europea di Neil Young & Crazy Horse. Non ho mai visto Neil Young con i Crazy Horse. Fuori dal palazzetto sta per terminare il giro di Svizzera. Gianni Bugno arriva secondo assoluto. Che peccato. È tutta la vita che spesso arriva secondo assoluto – davanti ha, sempre, le ombre di se stesso e di un talento immenso. Un talento così. Penso a quindici anni fa. Ero qui nel buio della primavera 1981 pronto a vedere Bruce Springsteen. Avevo l’età di Cioslo e Michele. Sorrido e con Marco ammicchiamo. Si entra. Neil Young, per me, ha sempre significato molto di più e significa molto di più, ancora oggi. Io e Marco stiamo anche terminando un libro ufficiale con tutti i suoi testi tradotti, che verrà poi pubblicato nel 1997. Sarà l’ultimo della mia carriera di giornalista rock, questo è già deciso. Chiudere qui, è perfetto.

Ma quel giorno di quindici anni fa, quel giorno «we’re gonna get to that place where we really want to go and we’ll walk in the sun» (arriveremo nel luogo dove veramente vogliamo andare e sotto il sole cammineremo). A noi era proprio andata così. Vagabondi delle stelle con un tetto sopra la testa e famiglie che ci amavano ma non capivano da dove veniva tutta questa roba che spingeva spingeva e non riusciva proprio a starci dentro – come noi, che lì dentro in quella struttura sociale non riuscivamo proprio a starci dentro. Da lì, l’esuberanza sul campo di basket, sui libri, scrivendo, muovendoci irrequieti per le vie della città – a lot of stuff. Eravamo nati per correre, non per stare fermi. Lo si era visto all’alba, quando ero passato a caricare Cioslo e Michele. Michele aveva dormito per terra, in strada. Neil Young lo aspettava e per lui non esisteva un orizzonte più bello. Sorrido anche adesso, sono momenti che ti restano dentro, a pensarci.

Dicevo, cazzo! E come facciamo ad andare a Zurigo io e Luigi? Avete presente cosa significa essere nel 1981? Atmosfera italiana: cupa, cupissima. Terrorismo, morte, ideologie violente, prepotenze: gran parte del bel popolo rivoluzionario contro l’ingiustizia era ormai diventata peggio del vecchio marciume che contestava. Ma sì dai «vi presento il nuovo capo/è uguale a quello vecchio» (Won’t Get Fooled Again, The Who) Ecco. Noi sapevamo che non volevamo essere fottuti (di nuovo). E io sapevo che il rock per un lungo tempo sarebbe stata la mia vita, entro tre anni, anche la mia professione. Questo non lo sapevo, lo sentivo.

Volevamo essere scrittori e testimoni, testimoni e scrittori. Entrare in Via del Tuono con il botto e tirare dritti a tutti i costi e sino alla fine, ovunque fosse la fine: perché Via del Tuono finisce solo dove tu decidi di saltar fuori e tornare tra i sonnambuli, perché devi essere ragionevole e trovare il tempo per esercitare la perfetta arte della rinuncia, chiamandola punto di incontro, compromesso. Ragionevolezza. Brrrr.

Dunque, torniamo da Carillon: per entrare in Via del Tuono ci tocca tirar fuori 50.000 lire. 21 Franchi svizzeri il biglietto, il resto per il viaggio. Luigi e Davide hanno un sistema. Da tempo, per le spese giovanili, fanno il lavoro più rock’n’roll che c’è a Monza – perfetto per due studenti che non potranno mai convincere i genitori a tirar fuori 50.000 lire per andare a vedere un concerto rock, in un giorno di scuola, a Zurigo. Da Monza. Da Monza! Mio padre, dopo avermi comperato Atom Heart Mother dei Pink Floyd nel 1975 mi aveva detto: «Se ascolti dischi con copertine del genere, non ti compero più dischi». Poi se l’era risa davanti allo specchio, da solo: avevo dodici anni – cosa poteva dirmi del resto? Ma torniamo al 1981. Il lavoro più figo per noi era la distribuzione dei volantini pubblicitari del supermercato di Via Manzoni. 60.000 lire ogni mese. I costi vivi erano alti: 10.000 lire per aggiustare la bicicletta, distrutta dai troppi chili di quelle confezioni. Ci ingegniamo per ottimizzare il lavoro (questa è la parte rock’n’roll della professione). Ma certo. The River! No, non il doppio album. La frontiera del nostro sogno: il Lambro!

(Che vergogna. Si sappia ora che sono pentito per avere inquinato il Lambro. Per anni io e Luigi abbiamo seriamente temuto che dalle sue acque putrescenti un giorno sgorgasse una rigogliosa vegetazione di colori, immagini di sofficini, verdure, prodotti per la casa. Sai com’è: la carta viene dagli alberi, torna nell’acqua, macera… che ne sai che in un miracolo di mutazioni pre-OGM – considerato lo stato di salute delle acque del Lambro – non ne potesse uscire una nuova specie di vegetazione?)

Risparmiate dunque le 10.000 lirette mensili per le riparazioni, in poche mensilità (pagate sempre con un mese di ritardo: fu allora e dopo l’esperienza del 1980 in un mobilificio brianzolo che cominciammo a capire come funziona il capitalismo – anche al mobilificio lasciammo molte tracce di atti rock’n’roll, oggi cadute in prescrizione), potevamo ambire al viaggio a Zurigo. Restava ora solo lo scoglio più grande: la scuola. Luigi frequentava un istituto tecnico statale, io un liceo scientifico sperimentale privato. C’erano alcune divergenze di vedute sulla rigidità da adottare nei confronti degli ospiti dei rispettivi banchi. Se Luigi non andava a scuola, nonostante fosse un bel ragazzo alto e brillante, non se ne accorgevano in molti. Se io non entravo a scuola in perfetto orario, tutti lo sapevano nel giro di un’ora. Si trattava di sparire un giorno intero e non potevo usare le solite giustificazioni e rientrare a casa per pranzo. Ci avremmo pensato. Intanto serviva studiare sul serio, dunque i preparativi iniziarono febbrili: «Dobbiamo recuperare Born to Run e anche Darkness on the Edge of Town». Il metodo era il solito, ne acquistammo uno a testa e poi registrammo una C90 (noto oggetto in uso nell’epoca suddetta: nastro magnetico di dimensioni ridotte utilizzato per registrare – in tempo reale – gli album che non riuscivamo ad acquistare per mancanza di soldi. In pratica, in un’ora e mezza registravi due album). Quello diventò il nostro libro di testo nelle settimane precedenti il concerto di Zurigo. Un libro che avremmo mandato a memoria per anni.

Poi passammo alla ricerca di notizie. Questo Bruce Springsteen era preceduto da una fama incredibile e mica era paglia. Lo diceva anche Franz Di Cioccio della P.F.M. a Punk e a Capo, la sua mitica trasmissione dove si vedevano “i filmati” (in seguito conosciuti come “video clip”). Lì avevamo visto Rosalita (posso dirlo? A me ha sempre rotto le palle…), ma soprattutto avevamo visto No Nukes, il film dedicato al concerto anti-nucleare dopo il gravissimo incidente avvenuto nella centrale di Three Mile Island e che aveva raccolto molti bei nomi del rock americano (ma anche John Trudell, poeta Sioux-Santee, attivista reduce da un’orrenda tragedia nella quale aveva perso la famiglia in un incendio doloso). Aggiungiamo che eravamo freschi di Live Rust, il film di Neil Young che seguì l’uscita del capolavoro Rust Never Sleeps. Al cinema. A Monza! Due film così!

Springsteen in No Nukes ti dava l’idea di essere indemoniato, pieno di gioia, di uno sguardo che vedeva tutto ciò che di bello e possibile la vita può offrire, oltre il dolore e i problemi: era capace di far sembrare tutto come se fosse l’ultimo minuto. Ma poi uscivi dal cinema e capivi che l’ultimo minuto della tua vita era anche il primo. Che quella tanta roba era la Vita Potente, incredibilmente dolorosa per quella capacità ipnotica di svelarti lucidamente la strada che stava oltre le porte della percezione. Via del Tuono. La Vita che si incanala come un fiume inarrestabile nelle forme che trova. Per esempio le anime e i corpi, come il mio e quello di Luigi. Al buio, in bicicletta, tornando a casa dopo No Nukes avevamo sentito questo fiume come sempre, solo che questa volta avevamo anche scoperto la sorgente e il suo nome: era Rock. Il Fiume si chiamava Rock. E non era quello inciso nei dischi. Era tanta roba davvero che arrivasse un Bruce Springsteen a Zurigo. E la fuga in America come mozzi su una nave – così ci saremmo pagati i biglietti, avremmo preso appunti e saremmo diventati scrittori – come Martin Eden e Jack London, come John Steinbeck, come Ishmael.

Permettetemi ora un’altra parentesi, questa volta sulla mia carriera di studente del liceo scientifico sperimentale San Giuseppe di Monza. Ero in quarta liceo. Non conoscevo coetanei di altre scuole che sostenessero un carico di studio pari al nostro. Qualche spiritoso mi diceva che, siccome pagavo la retta, allora mi dovevano per forza promuovere e di non lamentarmi. Commenti sinistri che portavano male, vista la collezione di esami di riparazione che inanellai dalla seconda alla quarta. La scuola statale era in genere un luogo di simpatico cazzeggio e disquisizione sul senso di ogni cosa ma da noi era diverso. Da noi si lavorava duro, molto duro. Poi c’erano i cinque allenamenti di basket alla settimana, molto duri e impegnativi. Poi, tutto il resto, come leggere libri extra scolastici sino a notte fonda, ascoltare musica, cercare musica, sognare musica, immaginarmi altrove. Ecco, non era semplice.

La mia missione era quella di fare del mio meglio per dar ragione agli insegnanti che mi reputavano uno studente dotato ma difficile, che non voleva adeguare le pulsioni alle necessità della Macchina. Glielo avevo anche detto, spiegandomi con una canzone uscita nel dicembre 1979, Another Brick In The Wall dei Pink Floyd. Ecco, dicevo loro, voi siete il mattone ma siete anche il muro. Io sono il vento, sono l’acqua, non mi fermo né davanti a un mattone, né davanti a un muro. Quale dimostrazione più scientifica e lombrosiana – per loro – del fatto che, pur di andare a vedere un concerto rock, avevo deciso di mettere in gioco l’annata saltando un’importante verifica scritta e proprio l’11 aprile? Io provai anche a spiegarmi con la solita diplomazia: lascio all’immaginazione di chi legge cosa raccontai alla prof di Fisica. Ma il dovere dei prof era quello, li capivo, dopotutto. Trovai invece inspiegabile dovermi giustificare con i miei amici più stretti, in classe. Ero irragionevole, dicevano. I più simpatici sorridevano. Nessuno capiva. Così a me sembrava. Ma perché? Ascoltavamo i dischi assieme, pensavamo a tutte le strade da percorrere e poi sul più bello, arrivati davanti a Via del Tuono, tutti lì fermi a rimbambirsi di opulenza brianzola? A diciassette anni, si sa, ragioni così.

Stazione Centrale di Milano, Lombardia. Ore 9 dell’11 aprile 1981
La Stazione Centrale è grande: mettiamoci all’aperto, prima o poi dovrebbe apparire un grosso bus con scritto Carmine Vaccaro. E se l’han noleggiato? E se non è di proprietà di Carmine Vaccaro ma, che ne so, di una ditta che li affitta? Tre ore di pensieri così, poi a mezzogiorno, quando eravamo convinti di essere stati fregati (siamo pur sempre in Italia), arriva un bus: è il nostro. Salimmo sul bus. Partimmo per la Svizzera.

Ora – cara lettrice, caro lettore – ti aspetteresti che io mi metta a raccontarti di come, entrati all’Hallenstadion, pochi minuti prima dell’inizio del concerto alle 19.00, l’emozione fu grande. E di come, seduto al posto 106 del primo anello, mi misi a saltare e ballare sentendo di fila Hungry Heart, Cadillac Ranch, Born to Run (sento ancora il brivido dell’attimo eterno a mettere in fila quei tre brani come li ascoltai, vedendo la band sul palco); ti aspetteresti di conoscere le mie emozioni e i miei fallaci ricordi. Non essere delusa o deluso: ciò non è possibile. Sono cose che dovrai scoprire da sola o da solo. A me il rock questo ha insegnato: canta la tua visione al grande cielo infinito, entraci, diventa ciò che senti di essere.

I ricordi di allora sono io. La forma che il Fiume ha preso, investendomi e lasciandomi vivo – vivo – e sicuro che là dentro, alle sorgenti del Fiume Rock, c’era qualcosa che valeva la spedizione e la fatica degli esami di riparazione e gli sguardi accondiscendenti, la rabbia dell’allenatore e dei genitori, il golfo di incomprensione crescente con lo status quo brianzolo. Via del Tuono era lunga e non è ancora terminata. Passa per luoghi incredibili. Dai ghiacciai artici alle montagne di casa mia, dagli oceani alle distese più immense. Dalla musica ai libri, ai film, agli amici innumerevoli incontrati sulla strada e a quelli coi quali la percorro oggi, nell’Ognidove, che è sempre Via del Tuono, l’arteria impossibile da recidere. I sonnambuli, quando sentono questa rivoluzione, si spaventano perché hanno paura di essere svegliati. Invece chi sa che la Musica è la voce eterna, non abbia paura di cantare la propria canzone alla brezza dell’esperienza: «break on through to the other side».

Attenzione che ora vi racconto l’ultima scena. Luigi ed io, alla fine di un concerto di tre ore, ci incamminiamo silenziosi e ammutoliti verso il retro del grande palazzo dello sport. Del resto, ne siamo convinti, Bruce vuole sicuramente salutare proprio noi, i due mozzi che tra qualche mese salperanno verso la terra promessa. Magari possiamo scambiarci anche qualche dritta, chissà? È che Bruce non lo sapeva di aspettare proprio noi, aveva altri piani. Ma anche Carmine Vaccaro aveva altri progetti. Quando tornai all’Hallenstadion nel 1996 non riuscii a capacitarmi di come mi era apparso enorme e sconfinato, nel 1981, quel parcheggio. Che dico enorme? Senza confini.
Usciamo, ovunque è buio.
Io e Luigi, capiamo e ci guardiamo: «Tu quanto hai in tasca?»
«Cinquemila lire».
Ora sono veramente cazzi amari.
«E le carte d’identità?»
«Le ha ancora l’autista dopo le perquisizioni degli zelanti doganieri svizzeri all’andata.»
Cazzi molto amari.
Poi vediamo un bus in lontananza. Lo scatto di due veri atleti lo ricordo ancora oggi come uno degli apici sportivi della mia vita: stimo di avere fatto i 200 metri in 22 secondi. Ero forte, alto, in forma, giovane, potente. Esuberante, insomma. Così anche Luigi. Avevamo appena visto Bruce Springsteen (vai a capirli quelli che si dopano.) Salimmo a bordo. Partimmo. Il bus che avevamo intercettato, della Carmine Vaccaro, andava a Bologna. Ma via radio, riuscì a dire a quello diretto a Milano che aveva quei due disperati a bordo. In un autogrill fuori Zurigo fummo trasbordati tra saluti e urrà e chissà cos’altro. Si andava a casa. La verità è che non tornammo mai da Via del Tuono. Ormai eravamo in viaggio con Il Fiume e ovunque andasse, quella era la nostra via. Avevamo visto una sorgente da vicino, mica eravamo scemi.

Alba del 12 aprile 1981. Arrivai a casa pedalando dalla stazione di Monza. Tutti uscivano per andare a scuola. Io tornavo a casa a fare colazione, preparare lo zaino e andare a scuola a sentirmi dire che avrei pagato, caro e tutto. Mio fratello Guido aveva appena compiuto otto anni e sono certo che, prima di andare a scuola, vide qualcosa nei miei occhi. Mio fratello Salva, probabilmente, ci rise sopra con quel ghigno beffardo che ha ancora oggi stampato in faccia e che me lo fa sempre vedere come quando era piccolo. Ma son sicuro che vide anche lui qualcosa nei miei occhi, perché quando li vedo adesso, il loro sguardo d’amore è sempre quello. E siamo tutti in Via del Tuono, come i bravi fratelli devono fare. Perché, se tutti i musicisti del mondo perdessero la loro musica, cosa rimarrebbe da cantare?

Rock Is Dead.
Long Live Rock.

IL LIBRO

Questo testo è un estratto da Attraverso le Terre del Suono, il nuovo libro di Davide Sapienza (Edizioni Underground?, 202 pagine, 15 euro), antologia di scritti già pubblicati su riviste, libri e siti internet e dedicati a grandi nomi del rock. Protagonisti del volume sono The Beatles, Pink Floyd, Scott Walker, Bruce Springsteen, U2, Jonathan Demme, Robert Wyatt, Brian Eno, Joni Mitchell, Sinead O’Connor, Janis Joplin, Roger Waters, Cristina Donà e George Martin. Il libro segna il ritorno di Sapienza alla scrittura di argomento musicale dopo più di vent’anni; uscirà nelle librerie il 22 novembre, ma è disponibile in speciale pre-order con prezzo scontato sul sito della casa editrice.
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