Il 30 per cento degli investimenti stranieri in Italia, 200 mila studenti universitari, più di 8 milioni di turisti. La città ha molti numeri per far sorridere Beppe Sala: «Ma non sono così pazzo da prendermi tutto il merito»

Non conosco nessun altro che metta quattro cucchiaini di zucchero. Il sospetto è che parlando si sia distratto e dimenticato di averlo già preso. Forse alle otto del mattino c’è bisogno di esagerare in dolcezza per reggere l’ennesima intervista. Beppe Sala si presta con quella docilità allenata d’abitudine. Sappiamo di avere un tempo preciso, ma dentro questo perimetro non ha e non mette fretta.

Ammiro questa disinvoltura consumata: ci vuole esercizio ad abitare ogni frammento di un’agenda sminuzzata di impegni, e aver l’aria pure di goderseli quei brandelli di tempo, per quello che sono. Aspettiamo la moka, il sindaco di Milano che ci fa un vero caffè napoletano.

«Da qui a dicembre è il periodo più duro dell’anno, succedono un sacco di cose. Parlo proprio di fatica fisica e di riposo minimo necessario. Perché, nella maggior parte dei mestieri, il weekend respiri; invece, in questo lavoro tiri raramente il fiato. Ci vuole un bel fisico!». La sintesi è la prima dote di una comunicazione efficace e qui dentro c’è la base di un pensiero e del suo consenso: togliere al politico l’aura del missionario, perché amministrare è soprattutto gestire, il leader nasce manager, il proprio privato non è pubblico, ma dev’essere trasparente e l’autoironia veste l’inevitabile distanza del ruolo, accorciandola. «Diciamo che fare il sindaco vuol dire risolvere una serie di questioni operative giorno per giorno, il senso pratico non è da buttar via. Fare il segretario di partito in termini di pressione mediatica è certamente peggio. Ma forse non c’è meglio o peggio. Quello che posso dire con sicurezza, invece, è che il mestiere di sindaco è molto più difficile di quello del manager, anche del top manager. In un’azienda hai intorno un sistema strutturato che ti supporta. Nel pubblico la burocrazia fa sì che tutto possa diventare un problema ed è un peccato. Nel privato hai meno rischi, sei più pagato e più libero. E allora non vorrei che si arrivasse a una situazione paradossale per cui a governare ci vanno o quelli che non hanno niente da sacrificare o quelli come me, che hanno già raggiunto i loro obiettivi nella vita. Io ho 61 anni, il conto con la mia ambizione l’ho saldato. Ma con un giovane, un trentenne o quarantenne ben avviato nel suo lavoro, userei una certa cautela a consigliare la carriera politica».

Insolita riflessione per chi non sembra affatto pentito delle sue scelte («lo dico e lo sottolineo: questo è il periodo più felice della mia vita»), ripete che rifarebbe tutto («ho avuto un’esistenza avventurosa, con tanti passaggi ostici, ma non ho nessun rimpianto») e che il tema se finire o non finire il suo mandato «non si pone proprio!». Di duplicarlo, non si sa: «Adesso c’è da stare sul pezzo, poi vedremo».

Nel frattempo ci tiene a dire che le sue priorità, col vecchio e col nuovo governo, non sono cambiate. Primo: legge olimpica entro fine anno, fondamentale per tradurre in pratica la promessa dei Giochi invernali, spuntati con 47 voti a Stoccolma («In termini di gioia e di emozione, il mio più bel giorno da sindaco!»). Poi: accelerazione sul piano quartieri; impegno sull’ambiente (con la borraccia distribuita nelle scuole che tiene sulla scrivania a Palazzo Marino); turismo e internazionalizzazione: «Il che significa apertura». Fino a che punto? Qual è il limite? «È una giusta domanda, purtroppo la risposta è relativa. Faccio un esempio. Il figlio di buona famiglia coreana che viene a studiare in una nostra università, lo accogli? Certo che sì. Quello che scappa dalla guerra in Eritrea, non lo accogli? Il primo ti porta solo vantaggi, il secondo ti porta la fatica che lui stesso ha addosso. Però la formula apro-chiudo a mio piacimento non funziona, smaglia l’attitudine positiva al rispetto dei diritti, di ogni comunità, non solo degli immigrati. Certo è impegnativo ed è un costo. Ma io sono convinto che, nella contemporaneità, le città aperte siano quelle che vincono».

È una posizione che ha ripetuto più volte e che ha segnato molte scelte, dalla “nuova” Triennale fino alla convention internazionale LGBT che arriverà nel 2020 per la prima volta in Italia, proprio nel capoluogo lombardo. «Sfido chiunque a poter dire che Milano dieci anni fa era così. Oggi vai in giro e senti parlare un sacco di lingue, il 30 per cento degli investimenti stranieri in tutta Italia avviene qui da noi, la città è considerata una delle 30 più attrattive al mondo. Non sono così pazzo da prendermi tutto il merito, però è frutto del lavoro di questi anni, e merito di Expo».

Già, l’Esposizione Universale 2015 che ha fatto la fortuna internazionale della città ed è costata a Sala una condanna in primo grado, arrivata il 5 luglio scorso. «Lo accetto perché non posso fare altro, però sono un po’ amareggiato. Insomma, non mi pare di avere mai fatto la vittima, ma è evidente che ho fatto abbastanza un miracolo con Expo. Da come eravamo partiti… Ed essere condannato sette anni dopo per una retrodatazione, non lo ritengo giusto».

Ci spostiamo in soggiorno, dove l’ordine perfetto non azzera il racconto degli oggetti. Quando entri nella camera di un ragazzo, gergo, gusti, stili, poster, gadget transitano dai due scenari, corpo e stanza, con pari affinità. Nelle case adulte capita raramente, ogni pezzo ha un senso di rappresentazione più che d’identificazione. La libreria del sindaco sembra regalarci uno sguardo intimo inaspettato. Leggo qualche titolo, Kenzaburo Oe accanto a Philip Roth, la storia di Jim Morrison accanto alle Metamorfosi di Ovidio. La foto di Sharon Stone da una parte, quella di Chiara Bazoli in più parti, anche sopra l’altare-console dei Beatles, un calciatore di subbuteo formato gigante, ovviamente con la maglia dell’Inter, lui a vent’anni preciso a Anthony Perkins di profilo.

L’ha anche postato su Instagram quel ritratto. «È il social che uso con più piacere. Diciamo che Facebook e Twitter hanno una funzione di servizio: devo comunicare delle cose. Su Instagram comunico me stesso. Lo faccio perché mi diverte e perché dà dei benefici. Se sei genuino, hai un buon ritorno. A proposito, dopo ti chiedo un favore…».

I giovani sono l’interlocutore privilegiato in questo momento. Ce ne sono altri? «In pubblico, in realtà, se vuoi suscitare simpatia e far scattare l’applauso, devi dire le donne. Milano è una città che viene scelta dai giovani: questa è la migliore opportunità per il nostro futuro, ma abbiamo una pecca evidente nei loro confronti, l’offerta di abitazioni. Le case in affitto a prezzo basso sono troppo poche rispetto alla domanda. Io cerco di capire i loro bisogni, a volte mi servo di personaggi che parlano la loro lingua. Per questo mi accompagno a Mengoni, a Ghali… io mi diverto, e loro sono più credibili di me quando si parla con i ragazzi, no?».

È arrivato il momento del “favore”. «Un amico mi ha regalato una maglietta, se la metto, mi fai una foto così oggi la posto?».

Ci siamo presi il caffè del sindaco e ora ci facciamo anche un selfie. Torna con addosso una t-shirt bianca, con la scritta «Pensavo fosse amore, invece era Milano». La pubblicherà il giorno stesso (non è più dato sapere quanti like abbia ricevuto, ma i commenti sfiorano i 900). Continuiamo a parlare. Di montagna («i milanesi sono montagnini, ce l’abbiamo abbastanza dentro, sono curioso di vedere se la week dedicata funzionerà»), di personaggi («aiutatemi a portare a Palazzo Marino Leo DiCaprio, un bel testimonial per la causa ambientalista! Dopo le mie bottigliette di alluminio…»), di eccessi e simboli religiosi («l’ostentazione è una delle cose peggiori del salvinismo, e lo dico da cattolico praticante»), di cluster («Milano funziona perché sono forti le singole componenti: le università, la moda, l’industria, il volontariato, la curia…»), di colleghi nel mondo («Eric Garcetti, il sindaco di Los Angeles, è decisamente più giovane di me e ha un percorso importante davanti. Fra qualche anno potremmo ritrovarcelo presidente degli Stati Uniti»). E ancora di bassi e alti, sconfitte e successi («i due estremi: l’Agenzia del farmaco e Milano-Cortina»), china e miele nella stessa coppa di primo cittadino. Addosso ha sempre la t-shirt e il sorriso dell’ospitalità. Il tempo sembra stringere più noi di lui, ma manca poco.

Essere il sindaco di #amomilano ha un peso e qualche amarezza. Quali sono le rinunce personali, oltre ai weekend sempre in città? «Non voglio dipingere la cosa più difficile di quello che è, però è evidente che hai poco tempo, pochi spazi privati, pochi soldi e molti limiti. Oggi, come politico, rischi di stare attento a che orologio indossi, a dove vai in vacanza, a che macchina hai. Io cerco di semplificare, di essere sincero con me stesso, di non raccontarmi balle. Se sono prigioniero di un condizionamento, me lo dico e cerco di non far finta di niente. Per esempio, con il mio ruolo non riuscirei ad andare in vacanza alle Maldive. È giusto? È sbagliato? Sarà anche sbagliato, ma è oggettivo! Però io non ho rinunciato alla palestra, che per me è fondamentale, e neanche al cinema e a leggere, con fatica, almeno qualche romanzo. Diciamo che da quando sono sindaco dormo molto meno di prima! E a me piace dormire. Ma qualcosa bisogna pur togliere». Lo saluto, ci accompagna alla porta e penso che il caffè del sindaco è buono, anche senza zucchero.

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