Agenda

Del mio MoMA non si potrà dire: «L’ho già visto!»

IL 115 19.10.2019

Il nuovo aspetto del museo sulla 53rd Street

Diller Scofidio + Renfro

Sarà uno spazio espositivo flessibile, in perenne cambiamento: intervista a Glenn Lowry, il direttore del museo di New York che riapre il 21 ottobre

Mentre nel mondo si discute sulla nuova definizione di “museo”, rimandando una decisione su come cambiare quella adottata nel 2007, il 21 ottobre riapre il MoMA, che in qualche modo ambisce a esserne un esempio concreto. Glenn Lowry, 65 anni, direttore dell’istituzione newyorchese dal 1995, ha le idee molto chiare. Nessuna tentazione verso l’internazionalizzazione perseguita da altri grandi musei («Non credo che la cultura sia un brand, e l’idea che ci siano diversi MoMA, tutti abbastanza simili l’uno all’altro, non mi attira», dice a IL), semmai un deciso radicamento a New York, città dove «ci sono questioni di gentrificazione, urbanizzazione, attenzione crescente verso Queens e Brooklyn. Per questo volevamo un progetto che ci ponesse come un’àncora nei confronti di Midtown, una parte della città cui teniamo molto». E, soprattutto, uno spazio espositivo flessibile, in perenne cambiamento, aperto a tutti i media: «Il MoMA è nato con l’idea che cinema, fotografia, pittura, scultura e architettura fossero tutte forme d’espressione del moderno. Una parte importante di questo nuovo progetto è stata trovare un equilibrio che esprimesse in maniera evidente questa continuità». Un tema ben esemplificato dall’approccio alle performance, che «continueranno ad avere luogo in diverse zone del museo, ma per le quali abbiamo creato uno spazio apposito, che chiamiamo lo Studio, perché è anche un luogo di esercizio e ricerca, e che abbiamo collocato nel cuore del museo, perché vogliamo mostrare che la performance è essenziale per capire l’arte contemporanea».

Quali sono state le idee guida del nuovo progetto?

«Dal punto di vista architettonico sono tre: fornire uno spazio più ampio e più adatto alla nostra collezione; offrire ai visitatori un’esperienza migliore, ripensando l’ingresso e i flussi di movimento all’interno del museo; connetterci visivamente a Midtown, alla sua energia, creando molte situazioni in cui dall’interno del museo si percepisca la strada e viceversa. Sul piano curatoriale, volevamo allontanarci dal modo canonico di interpretare l’arte moderna, dove tutto appare predeterminato e ogni cosa sembra procedere da un’altra, come in una specie di Libro della Genesi. E volevamo riflettere il respiro delle pratiche artistiche di tutto il mondo, perché se qualcuno tra gli anni Sessanta e Settanta ha erroneamente pensato che l’asse principale dell’arte moderna e contemporanea fosse tra l’Europa e il Nordamerica, oggi quest’idea è del tutto inaccettabile. Ci sono stati grandi artisti che lavoravano in America Latina, in Asia, in Medio Oriente, e intendiamo mostrare come queste differenti geografie si siano intersecate l’una con l’altra».

 

Glenn Lowry, direttore del MoMA dal 1995, appena riconfermato fino al 2025

Peter Ross

Come dovrebbe essere l’esperienza ideale di un museo?

«Noi vorremmo che chi non è mai stato al MoMA provasse un senso di sorpresa, di meraviglia e di piacere. A chi c’è già stato, invece, vorremmo mostrare che le opere d’arte con cui ha familiarità sono presenti in modi nuovi e sempre differenti, e suscitare così una sensazione di scoperta e sorpresa. Abbiamo circa 62 sale dedicate alla nostra collezione, che in passato tendevamo a considerare “permanente”, sia perché era sempre lì sia perché non cambiava mai, e che ora invece vediamo come in divenire, non solo perché continuiamo ad acquistare opere, e a venderle, ma perché intendiamo cambiare completamente il contenuto di un terzo delle nostre sale ogni sei mesi. Così, nel giro di un anno e mezzo o due, letteralmente tutto il museo sarà diverso. Ciò non significa che opere simbolo come la Notte stellata di Van Gogh o Les Demoiselles d’Avignon di Picasso non saranno esposte, ma che di tanto in tanto cambieranno collocazione e spesso saranno circondate da opere diverse, che ce le faranno leggere in modo differente».

Sta cambiando il modo di consumare arte?

«Molto: 25 anni fa erano in pochissimi a frequentare le fiere d’arte, ma anche i musei non erano particolarmente affollati, specie quelli di arte moderna. Oggi c’è una maggiore ricerca di coinvolgimento. Quando ero appena laureato, i musei erano luoghi relativamente tranquilli, dove poter ammirare un’opera da soli, ed è ancora un’idea che piace a molti, ma per moltissimi altri, specie per chi è cresciuto con internet e i social media, entrare in un museo significa stare in mezzo alla gente, coinvolgere i propri amici, sedersi e rilassarsi e poi cercare altri stimoli o incontrare nuove persone, e noi dobbiamo saper accontentare gli uni e gli altri».

Come vive il successo delle fiere e delle gallerie private?

«Facciamo parte dello stesso ecosistema e ci sosteniamo a vicenda. Di certo, il cambiamento di scala più evidente è quello delle grandi gallerie, come Gagosian, Hauser & Wirth, White Cube, che si stanno trasformando in inediti ibridi tra imprese commerciali e musei: aprono spazi con biblioteche, caffè, più mostre contemporaneamente, che cambiano ogni mese, e sono gratuite. D’altronde, basta che vendano poche opere per potersi mantenere per un anno intero».

E il modo di fare arte, quali direzioni sta prendendo?

«Non credo di avere una risposta, ma solo qualche orientamento. Esistono alcuni temi su cui molti artisti stanno riflettendo. Uno è come rimanere relativamente liberi e indipendenti dal mercato, come mantenere il controllo sulle proprie opere. Così assistiamo a pratiche come quelle di Cameron Rowland, che non vende le proprie opere, ma le noleggia, o di Tino Sehgal, le cui esibizioni non possono essere fotografate o documentate e vivono come una catena verbale che sfrutta le gallerie e gli lascia un enorme controllo su come la sua arte viene prodotta e consumata nel tempo. Un altro tema trasversale forte è il cambiamento climatico».

 

Vista del secondo piano del museo dove si trovano il book store, il bar e la sala lounge

Iwan Baan

Una vista della scala Bauhaus restaurata. Sulla parete, il quadro “Bauhaus Stairway” (1932) di Oskar Schlemmer

Iwan Baan

Come affrontate il problema della conservazione, così delicato per l’arte moderna?

«Abbiamo un reparto formidabile, che interviene in ogni fase del lavoro, dall’acquisto fino all’esposizione. Non c’è dubbio che gran parte dell’arte di oggi, che sfrutta le tecnologie, sia molto più fragile ed effimera di quella di 300 anni fa. Lavoriamo molto su come impedire che un file si deteriori, rendendo impossibile mostrare un video, o su come procurarci televisori a tubi catodici per esporre opere di artisti come Nam June Paik, cercandoli su eBay perché in commercio non se ne trovano più. E questo è solo un caso di una tecnologia che vent’anni fa immaginavamo sarebbe durata per sempre, o quasi. E discutiamo con gli artisti per capire che cosa è essenziale nelle loro opere: molti dicono che è l’immagine, molti altri il modo in cui l’immagine viene mostrata. Tacita Dean, per esempio, ritiene che la pellicola e i proiettori a 16 mm siano essenziali per il suo modo di fare arte e questo significa mantenere funzionanti oggetti che diventano sempre più obsoleti, ma anche preservare le pellicole, che è una cosa tutt’altro che semplice. A circa tre ore da New York abbiamo un deposito climatizzato di 3.500 metri quadrati solo per le pellicole di celluloide. È fuori città perché l’aria stessa può inquinare e distruggere la celluloide, e ha comparti anti-bomba perché conserviamo anche pellicole in nitrato, che è esplosivo».

Quali sono le opere su cui si sofferma più spesso al MoMA?

«È difficile: i genitori amano tutti i propri figli in ugual maniera… Però è vero che ci sono alcuni artisti che torno a visitare perché mi danno un piacere immenso. Come Cézanne, una sorta di àncora intellettuale ed emotiva sin da quando ero studente. Poi ci sono autori come Mrinalini Mukherjee (della quale siamo finalmente riusciti a comprare un’opera bellissima, che sarà uno dei pezzi forti della riapertura) o Dayanita Singh (altra grande artista indiana che avrà uno spazio importante) o i latinoamericani che ho imparato ad amare, come Carlos Cruz‑Diez, Gego e Hélio Oiticica, ma il bello di lavorare in un museo di arte contemporanea è che fai continue scoperte. A volte passi in una sala e vedi come per la prima volta un’opera che sai bene che è lì da tempo. Quattro o cinque anni fa abbiamo comprato American People Series #20: Die, un’opera del 1967 di Faith Ringgold, grande artista americana che conoscevamo bene, ma allo stesso tempo non conoscevamo, e d’improvviso è un dipinto che vedo ogni giorno, anche quando non ci passo davanti, perché sono ben conscio della sua presenza. È potentissimo, una riflessione sulle lotte per la parità di razza degli anni Sessanta e insieme su Picasso e i grandi artisti del primo Novecento. Entrare in un museo è sempre trovare un nuovo equilibrio tra ciò che conosci e ciò che non conosci».

Chiudi