Appendice

Dublino è la città di noi tutti

22.10.2019

Grazie al vertiginoso “Finnegans Wake”, nella capitale irlandese vive l’intera umanità: pubblichiamo un’anticipazione del nuovo libro di Fabrizio Pasanisi (in uscita per Giulio Perrone editore) che racconta James Joyce attraverso i luoghi della sua memoria

 

 

Vorrei una lingua che stesse al di sopra di tutte le lingue, una lingua alla quale tutte le altre servissero. In inglese non posso esprimermi totalmente senza inserirmi con ciò in una tradizione.
(Joyce, in Stefan Zweig, Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo)

All’ottava riga del Finnegans Wake, dopo aver già accennato a Howth e quindi alla grande baia su cui si affaccia la città, Joyce si riferisce per la prima volta, in modo esplicito, a Dublin – anzi, per essere precisi doublin, con la lettera minuscola. La città è citata decine di volte nel testo, nella dizione corretta e in tante varianti – compreso d’Oblong, nome ispirato a Mary Oblong, una prostituta che aveva frequentato – secondo i giochi lessicali che scoppiano lungo il libro come in un calderone ribollente. Resta il luogo in cui si svolge l’azione, o è meglio dire il sogno del protagonista, Humphrey Chimpden Earwicker, abbreviato in HCE, un sogno che diventa l’incubo appassionante di tutti i lettori disposti a confrontarsi, per puro diletto dello spirito, con l’indecifrabile.

Nel primo libro lo scrittore si pone un quesito:

Quale capitòle irlandese (a dhia o dhia) di due sillabe e sei lettere, di origini dèltiche e con una finale nuinosa (ah dust oh dust!) può sborrarsi di avere: a) il parco pubblico più esteso del mondo; b) la distilleria più costosa del mondo; c) lo stradone popolato più estroso del mondo; d) la paupolazione più filohìppuca e teobibace del mondo: e armonizza le tue risposte abicidiose?
(dal Finnegans Wake)

Proviamo a formulare una risposta: a) Phoenix Park; b) la fabbrica di birra della Guinness; c) O’Connell Street; d) paupolazione deriva da pauper, povero, phillohippuc indica l’amore per i cavalli, teobibace il vezzo d’ubriacarsi. Perciò il responso è evidente, ma lo fornisce lo stesso autore: Nublid! – che è poi l’anagramma di Dublin.

Come nota Umberto Eco, stavolta Joyce ha spostato decisamente il baricentro della narrazione: non è più puntato sull’autobiografismo; non è più incentrato su Dublino. Il principale fatto caratterizzante del libro è piuttosto il linguaggio, l’invenzione linguistica. Naturalmente l’autobiografismo resta, Nora è ancora il modello della protagonista femminile del libro, Anna Livia, come resta Dublino, stavolta sullo sfondo.

Tutta la scena si svolge entro i limiti che Joyce rappresenta visivamente come un gigante, la cui testa è il promontorio di Howth, il ventre e il corpo sono il conglomerato di Dublino, mentre il Phoenix Park, con le colline limitrofe, è costituito dai piedi con le dita. Nell’opera che, secondo il critico americano Edmund Wilson, «nella sua concezione e nella sua forma concreta, è uno dei libri più audaci che siano mai stati scritti», esistono quindi, ancora una volta, precisi punti di riferimento spaziale, anche se non sono sempre descritti in modo circostanziato come in Dubliners e Ulisse. Si tratta in particolare dei luoghi nei quali si svolge la narrazione e divisibili in tre aree principali: il quartiere di Chapelizod, accanto a Phoenix Park, dove vive e dove lavora HCE, il titolare del pub The Bristol; il principale fiume di Dublino, il Liffey; infine Howth, il promontorio che fa da argine alla baia.

Chapelizod

Già presente in uno dei racconti di Dubliners, Un caso pietoso, è un villaggio defilato, per lo più residenziale, che sorge sotto il Phoenix Park ed è attraversato da un tratto del Liffey. Non avrebbe alcunché di particolare rilievo, non fosse per una leggenda alla quale si lega Joyce, che chiama questa zona, con i consueti giochi di parole, Chapelldiseut. Il luogo sarebbe infatti segnato dalla presenza della cappella di Isotta, o Iseult, nata in questo luogo. Iseult, secondo la tradizione, è la figlia del re d’Irlanda, diventa poi la moglie di Mark of Cornwall e l’amante di Tristano. La storia d’amore di Tristano e Isotta, raccontata in celebri poemi e nella maestosa opera wagneriana, è ripresa in modo allegorico in Finnegans Wake, che si svolge appunto tra il luogo di Isotta, Chapelizod, e quello dove sorge il castello di Tristano, Howth, con un collegamento diretto attraverso le acque del Liffey.

Qualche scena del Finnegans Wake avviene in questo quartiere, che comunque resta il vero luogo dell’azione, se così si può chiamare, perché è dove vivono i protagonisti e dove il sogno si manifesta. Più importante, però, come contesto di riferimento, è proprio il Phoenix Park. Cinto da un muro lungo undici chilometri, è il parco cittadino più grande d’Europa. Il nome non deriva dalla mitica fenice, ma piuttosto dal termine gaelico che indica acqua limpida, e che si presta perfettamente alla metafora onirica e liquida del testo.

All’interno del parco il protagonista HCE ha compiuto qualcosa di osceno, forse di natura sessuale: deve aver spiato alcune ragazze e forse si è prestato a un atto di esibizionismo. Ne è accusato da tre soldati, che però erano ubriachi al momento dei fatti, e non sanno bene cosa abbiano visto. Ma questo delitto, anche se poco chiaro, procura a HCE un forte senso di colpa, pari a quello di Adamo, con Eva, quando viene cacciato dal Paradiso terrestre.

Va ricordato che all’interno del Phoenix Park sorgeva la residenza vicereale, oggi l’abitazione presidenziale irlandese, ed è il punto da dove parte il tragitto delle carrozze dello stesso viceré nel decimo capitolo di Ulisse.

Il fiume Liffey

In una lettera del 7 marzo del ’24, alla propria estimatrice Harriet Shaw Weaver, Joyce scriveva:

Ho finito Anna Livia. Glielo accludo. […] In poche parole, si tratta di un ciarliero dialogo dalle rive opposte del fiume fra due lavandaie che al cader della notte diventano un albero e una pietra. Il fiume si chiama Anna Liffey. Certe parole dell’inizio sono un ibrido di danese e inglese. Dublino è una città fondata dai Vichinghi. Il nome irlandese è Baile atha Cliath. Ballyclee = Città del Guado degli Ostacoli. Il suo vaso di Pandora contiene i mali di cui è erede la carne. Il fiume è scurissimo, ricco di salmoni, molto tortuoso, profondo.
(da Richard Elmann, James Joyce, Feltrinelli)

Non è certo un caso se il dialogo delle lavandaie, che sciacquano i panni spettegolando sulla vita di Anna Livia Plurabella (ALP) e suo marito HCE, si svolge sul Liffey: perché Anna Livia e il fiume sono la stessa cosa, l’una è incarnata nell’altro. Di lei e di HCE sappiamo molte cose, sappiamo in particolare i tanti loro riferimenti simbolici: se lui è Adamo, lei è Eva; se lui è Tristano, lei è Isotta. Ma lei è, soprattutto, Anna Liffey, il fiume. Porta in sé l’idea di fertilità, un sentimento materno, mentre l’eterno scorrere dell’acqua s’identifica con il panta rei di Eraclito. Il Liffey è il riverrun, come dice la prima parola del Finnegans Wake, è il fiume che scorre all’infinito, ma in questo senso rimanda a tutti gli altri corsi d’acqua della Terra: Joyce ne cita circa ottocento (800!), a partire dal Gange e dal Nilo. E il percorso ciclico delle acque, che dalla sorgente giunge al mare per poi tornare indietro attraverso le nuvole e la pioggia, oltre a mostrare le varie fasi della natura e della vita, conferiscono al sogno di HCE, e quindi al libro, un’analoga idea di circolarità, senza mai una fine.

La vita di Anna Livia coincide quindi con quella del fiume, dividendosi nelle stesse fasi di maturazione: all’inizio, alle sorgenti nella Contea di Wicklow, lei è una giovane ninfa, poi diventa una signora matura, una matrona, quando l’acqua passa da Chapelizod, e infine una vecchia spazzina che rimuove le immondizie della città, quando il flusso si inoltra per Dublino e sfocia nel mare. E qui, giunta a destinazione, l’acqua si mischia al Padre Oceano diventando poi vapore, sollevandosi in cielo, quindi in pioggia, per poi… Rieccola diventare ruscello.

Il percorso del Liffey è di circa centoventicinque chilometri. In Finnegans Wake il lettore ne segue solo alcuni tratti, molto intensi, in particolare il momento del citato dialogo delle lavandaie che, nelle prime righe, Joyce vuole rendere anche visivamente come una foce, quando giungendo al mare si allarga:

O tell me all about
Anna Livia! I want to year all
about Anna Livia. Well, you know Anna Livia? Yes, of course

Oh,
dimmi tutto di Anna Livia. Voglio sapere tutto
di Anna Livia. Beh, la conosci Anna Livia? Sì, certamente…
(dal Finnegans Wake)

Il finale dello stesso capitolo, durante il quale le due donne hanno espresso parole in libertà, raccontato aneddoti, notizie passate di bocca in bocca e forse inventate, sempre nello spirito del chiacchiericcio da bettola, mentre i suoni attraversano l’aria da una sponda all’altra del fiume, che intanto scivola via borbottando, ecco giungere l’imbrunire, con la notte pronta ad affacciarsi:

Dimmi il detto di stelo e sasso. Accanto alle fumeggianti acque di, alle quaelavaganti acque di. Notte!
(dal Finnegans Wake)

Howth

La storia, nell’ultima impresa joyciana, è partita da Chapelizod e Phoenix Park, la terra di Isotta, ha attraversato il Liffey e giunge al promontorio di Howth, dove oggi si mangiano le aragoste e si sfida il vento, osservando la marea andare e venire. Siamo dove la leggenda narra che Tristano, il violer d’amores di Joyce, ha costruito un castello per Isotta, e dove la passione tra i due amanti vive i suoi momenti più intensi. È il luogo dove la natura riparte con il proprio ciclo, ed è proprio qui, tra le caprette pascolanti, che James e Nora fecero per la prima volta l’amore. Cosa c’entri tutto questo con HCE e ALP, sta al lettore scoprirlo, pagina dopo pagina, in una sfida per certi versi simile a quella di Tristano con il drago. Ricordando che HCE non vuol dire solo Humphrey Chimpden Earwicker, ma anche Here Comes Everybody, cioè che il nostro Humphrey, il nostro Finnegan che cade e risorge, ripercorrendo in un sogno la storia dell’umanità, rappresenta ognuno di noi, la sua famiglia – con i gemelli Shem e Shaun, e la figlia Issy –, è la nostra. Perché l’amore muove il sole e l’altre stelle, e Dublino, sì, proprio Dublino, il luogo di Nora, di Molly, di Anna Livia, è la città di noi tutti, alla quale Joyce, attraverso le sue acque, offre un altro, folle e divertito omaggio.

Fabrizio Pasanisi

A Dublino con James Joyce. Ritratto di una città e di uno scrittore

Giulio Perrone editore 2019,
150 pagine,
15 euro

 

In libreria dal 24 ottobre
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