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È arrivato un bastimento carico di falsi

IL 116 30.10.2019

Guardia di Finanza - Comando Provinciale di Brindisi

Un campionario infinito con borsette di lusso, magliette da calcio, scarpe, persino casse di prosecco: una Via della Seta parallela e illegale che dall’Oriente sbarca qui, al molo di Brindisi, porta d’ingresso per i mercati europei

L’aria è densa di gasolio. E nel vento, le sirene dei traghetti si mescolano al muggito dei tir. Eccola, la porta d’Oriente. Anche per le merci contraffatte. «Benvenuti sulla banchina di Costa Morena di Brindisi», sorride il tenente colonnello Tiziano La Grua del comando provinciale della Guardia di Finanza. Benvenuti qui, dove migliaia di falsi provano a entrare in Europa. Con un danno per l’economia italiana che oscilla tra uno e due punti di Pil, secondo l’Ocse. Una consapevolezza che rinnova la motivazione di quanti scalano montagne di scatoloni o scandagliano doppi fondi, a caccia di copie di brand di lusso, di scarpe sportive fac simile, di magliette con coccodrilli, bassotti o giocatori di polo falsi, di t-shirt delle squadre di calcio taroccate. Talvolta, perfino di un finto prosecco, che il suolo italiano l’ha conosciuto solo insieme ai sigilli.

Il sole arroventa le lamiere, mentre in fila i tir, sbarcati dal traghetto Corfù, aspettano di essere controllati. Il percorso è obbligato e, anche se provengono da un altro Paese europeo, la Grecia, saranno ispezionati. Documenti, poi gli scanner, quindi ecco i militari salire dentro i rimorchi. A volte, la merce contraffatta è nascosta dentro altri prodotti, a volte, viene spedita smembrata: qui arrivano magliette senza loghi o borse senza borchie, e magari ad Ancona o Bari sbarcano le etichette.

I trucchi cambiano di continuo. In una mattina di vento e nuvole come questa, degli strani rombi su scarpe da ginnastica insospettirono i militari della Guardia di Finanza e i funzionari delle Dogane e dei Monopoli. Il carico era sbarcato dalla Grecia. Fu ben presto chiaro che il vero marchio era celato dietro questi inserti di tessuto, facilmente rimovibili. Tolte le fascette, voilà ripristinate le tre strisce nere simbolo dell’Adidas: 27mila le paia di scarpe requisite. I numeri oscillano sempre su quest’ordine di grandezza: 40.320 le Converse di un sequestro da 800mila euro in agosto; 57.600 le false infradito Havaianas; 7.392 le paia di Dr. Martens copiate. Con queste cifre, non serve molta immaginazione per capire con quale velocità si riempia, nonostante i suoi 500 metri quadrati, il magazzino della banchina.

La vita di questo porto – che per passeggeri e merci è solo diciottesimo in Italia mentre è tra i primi per quanto riguarda i prodotti illegali intercettati – ruota intorno ai cinque traghetti al giorno provenienti da Grecia e Albania. Se talvolta è salito sul podio, con 2.429.773 pezzi sequestrati per contraffazione, sicurezza dei prodotti e tutela del Made in Italy, si piazza al momento dietro Salerno, Ancona, La Spezia, Genova. Tutti terminal con ben altri volumi. Numeri e riflessioni si compongono, con il sottofondo delle sirene e nel lento procedere dei tir incolonnati, guidati da autisti assonnati. «Spesso sono bulgari o romeni e sono l’ultimo tassello di una catena iniziata in Cina, che arriva in Grecia e poi qui», illustra La Grua. Una sorta di Via della Seta parallela.

Anche in questo modo, si rinnova la storia della città di Brindisi, eletta dai Romani a base per le guerre contro la Macedonia e soprattutto nevralgico centro commerciale, collegato all’Appia. Ora, la porta d’Oriente è anche l’ingresso, angusto, dei falsi. «Che non puntano a restare qui, ma sono destinati ad altre piazze, nel resto d’Italia o all’estero», riflette La Grua. Una volta, un carico è stato seguito e bloccato solo poco prima che da Civitavecchia si imbarcasse verso la Spagna; altre volte, la destinazione era un negozio nel centro di Roma, dove nemmeno ci sarebbe stato lo spazio per la roba; altre ancora, era per cinesi in Italia. Spesso, si tratta solo di teste di legno.

Esempi di anni di lotta alla contraffazione ci accompagnano, mentre dal porto ci spostiamo verso la cassaforte del tesoretto dei falsi. Superato un cancello, una sterminata successione di scooter e auto, con qualche gommone e perfino un’ambulanza, ci accoglie all’interno del deposito giudiziario. Tutto ciò che viene sequestrato per le più diverse ragioni a Brindisi, finisce qui. E qui a volte resta anni, in attesa dei tempi della giustizia.

Così, prima di andare al matrimonio della figlia del titolare, uno dei custodi giudiziari ci scorta in questa landa di container sigillati. “V23106”, leggiamo su un autoarticolato, eroso dalla ruggine. «È il numero del verbale del sequestro, con i registri permette di ricostruire cosa contenga». La merce resta nei rimorchi, dove è stata trovata. Come le migliaia di bottiglie di falso San Martino, prosecco extra dry, da tre anni stipate sotto il tendone di un tir. Quando la magistratura darà il via libera, ogni bottiglia sarà svuotata. Più avanti, ecco carichi interi di maglie, come quelle 21mila scoperte a marzo con la scritta “Italia” della nazionale. Altre volte, ci sono i nomi dei campioni del momento. Queste magliette verranno distrutte; «laddove invece il marchio, per esempio il coccodrillo della Lacoste, può essere rimosso,  i capi anonimi possono essere donati in beneficienza», spiega il colonnello La Grua.

Le grandi griffe del lusso, ma anche le società di calcio, che dal merchandising ottengono ottime fonti di ricavo, subiscono enormi danni per ogni carico che inganni i controlli. È per questo che i principali marchi – ma sempre più anche piccole realtà che vedono riprodotti i propri loghi – si iscrivono al Sistema informatico anti-contraffazione (Siac) della Guardia di Finanza. Prevede un’area riservata alle aziende, in nome di una «sicurezza partecipata», sintetizza Pietro Romano, il colonnello che lo dirige da Bari. Le griffe inseriscono dettagli che permettono di riconoscere i falsi e i militari hanno strumenti in più per le indagini. Più di 500 quelle già accreditate, da Prada a Zegna, da Ferragamo a Gucci alla divisione italiana di Louis Vuitton, ai marchi sportivi, come Adidas o Nike, fino alle principali squadre di calcio, per non parlare delle società tecnologiche o dell’agroalimentare. «Dai sequestri appare sempre più chiaro come, al contrario del passato, più dei brand del lusso vengano riprodotti i capi sportivi». «L’industria del falso», riassume Romano, «è un’industria e in quanto tale segue le richieste del mercato». Un tempo da queste parti capitavano false borse Yves Saint Laurent, come documentano gli archivi della Gdf; ora, sempre più spesso, scarpe, come quelle che spuntano da una muraglia di scatole con le scritte “Fashion&Bella”, made in China, nella parte coperta del deposito giudiziario di Brindisi.

Il colonnello La Grua ci mostra una falsa Dr. Martens e una Converse. «Anche quando non c’è logo, è il modello a dover essere tutelato. Per questo, collaboriamo con le aziende». E queste ultime ricevono preziose informazioni dalle inchieste. A volte, sull’infedeltà di dipendenti; altre su furti di materiale; altre sulla presenza di capi contraffatti in qualche negozio; altre sulla filiera della contraffazione, che non è solo di importazione, ma ha anche in Italia importanti centrali. Napoli, innanzitutto; ma anche le Marche, a latere del distretto delle calzature; o Prato o Gioia Tauro. «E se dalla Cina continuano ad arrivare la maggior quantità di prodotti contraffatti, nonostante molte cose anche lì stiano cambiando, sempre più spesso attraverso la rotta balcanica ci giunge merce fabbricata in Turchia, Arabia Saudita e India», analizza Pietro Romano dal Siac.

Anche il quotidiano francese Le Monde ha voluto raccontare Brindisi e la porta d’Oriente della contraffazione. Qui, ora, tra container arrugginiti, enormi registri e pile di scarpe possiamo vedere fisicamente un pezzo del grande mercato dei falsi. Ma la principale insidia ormai viaggia sulla Rete. «Vetrine su internet, social network, grandi piattaforme: sempre più spesso vediamo che chi mette in vendita merci contraffatte fa solo da intermediario», analizza Romano. «I capi arrivano direttamente dalla Cina, non hanno magazzino, quindi non possiamo trovare scorte; così diventano più difficili da bloccare». Un conto è ispezionare un camion, altro provare a intercettare la miriade di singoli pacchetti in viaggio, senza dogane. È questo secondo livello, più sofisticato e polverizzato, l’ultima frontiera. Contro la quale, il principale strumento diventa la consapevolezza del consumatore, quasi sempre conscio – rivelano studi Ocse – di acquistare un falso. Forse, però, meno a conoscenza delle multe, fino a 7mila euro. A Brindisi sembrano invece saperlo già. Visto che, almeno nelle strade, nessuno vende e nessuno compra falsi.

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