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Hirokazu Kore’eda, il regista-diesel

IL 115 09.10.2019

Juliette Binoche e Catherine Deneuve in “Le verità” di Hirokazu Kore’eda, nelle sale dal 10 ottobre

“Le verità” non è il suo film più bello, ma l’autore giapponese è ormai uscito dalla nicchia del micropubblico con l’accredito al collo. E se lo merita

I diesel scompaiono dalle città, ma resistono al cinema, luogo di impennate improvvise ma anche di motori lenti, che ci mettono tempo per farsi sentire. Hirokazu Kore’eda è uno di questi, regista celebratissimo da anni nei festival di tutto il mondo, arrivato però al pubblico con una lentezza si direbbe zen. Certo non vanta oggi le platee dei cinecomic, ma la nicchia s’è ingrossata, ora è un riferimento cinéphile di ferro. Per fortuna, perché è uno degli autori più bravi in circolazione: bastava capirlo.

Negli anni Novanta, quando ancora esistevano i cinema d’essai, i nomi soprattutto asiatici erano oggetto di europea venerazione, gli Zhang Yimou e i Takeshi Kitano diventavano star con un solo film. Kore’eda, appunto, ci ha messo di più, alcuni ricordano il bel Nessuno lo sa (sono passati quindici anni), ma la maggior parte dei suoi lavori non è stata distribuita da noi, ma anzi confinata negli happening di gente con un accredito al collo. Tutto è cambiato con Father and Son, splendida novella su uno scambio in culla che ha vinto il premio della giuria a Cannes 2013 e – miracolo! – ha avuto un buon successo nelle nostre sale. Poi è stata la volta di due film per così dire minori, ma deliziosi e giunti anche da noi, Little Sister (2015) e Ritratto di famiglia con tempesta (2016), e ancora l’inedito (ma in fondo dimenticabile) poliziesco The Third Murder (2017). Fino a Un affare di famiglia (2018), ancora Cannes, stavolta però Palma d’Oro, sullo schermo un clan di ladruncoli che pareva uscito da un film di De Sica-Zavattini e che ha conquistato gli spettatori.

Nei Novanta del cinema “glocal-engagé”, agli autori esotici capitava un’altra cosa ancora: il mercato occidentale li corteggiava e loro prima o poi ci cascavano dentro, con storie e cast internazionali. È successo, con alterne fortune, ad Ang Lee e Mira Nair, per citare un paio di big. Oggi Kore’eda ha girato Le verità (al cinema dal 10 ottobre), ritratto madre-figlia con una debordante Catherine Deneuve e una Juliette Binoche messa in ombra dalla prima. Il passaggio dal giapponese a un’altra lingua, a un altro luogo, faceva temere il capitombolo in cui è inciampato un altro autore asiatico, per quanto di un’Asia più vicina. Asghar Farhadi, dopo il supercapolavoro Una separazione (2011), non ha convinto con Il passato (2013), girato a Parigi con Bérénice Bejo, e ha clamorosamente fallito con Tutti lo sanno (2018), prodotto in terra spagnola con la golden couple Penélope Cruz-Javier Bardem. Fare i trasfertisti del cinema d’autore è difficile ieri come oggi, Kore’eda non regala stavolta il suo film più bello, ma non sbaglia, dirige splendidamente i suoi attori, mette nelle loro mani personaggi a cui t’affezioni, porta in un’altra lingua, in un altro luogo, le strutture su cui si regge il suo cinema: la famiglia, i segreti, le persone che non sempre sono ciò che sembrano, la tenerezza, la morte che non è uno spauracchio, ma una destinazione pacifica. Il cinema di Hirokazu Kore’eda è questo, e tanti spettatori finalmente l’hanno scoperto. È davvero un ritorno al futuro, siamo davvero negli anni Novanta.

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