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Finalmente l’aperitivo è finito

IL 115 16.10.2019

Uno scatto tratto dal profilo Instagram Sciuraglam

Le mille luci della città e ciò che l’urbano nasconde. Un grotto piceo dove il gin tonic è un viaggio nell’ignoto e l’ufficio postale popolato di sciureglam. Osservata dal quartiere Isola e dagli occhi di un visionario, l’eterna capitale dell’happy hour è ormai matura per qualcosa di più sostanzioso

Quando a cavallo del nuovo millennio ho deciso di trasferire la mia residenza dalla ridente (d’estate) e nebbiosa (d’inverno) Val Tidone nel piacentino a Milano era chiaro che non potevo fare altro che confinarmi scientemente nel quartiere Isola. All’epoca, un’area delimitata da qualche ponte, uno scalo – quello che sarebbe diventato Scalo Farini – e un paio di brulicanti arterie stradali. Sfaccettato ambiente dalla vocazione multietnica, rude, ruspante, claudicante talvolta. Periferico certo, ma non troppo, con un suo carattere vispo e una sua evidente potenzialità che nel corso del tempo ha attivato, tramite una progressiva, efficace ed efficiente azione di produttivo imbellettato, di rinvigorimento del profilo architettonico limitrofo, congiungendosi in sodalizio con l’altra parte di Garibaldi e pur preservando la dimensione di microcosmo, con le sue botteghe, le sue domestiche dinamiche. Quello che dispiace è l’emarginazione di quel potenziale multietnico sospinto altrove.

Certo la gentrificazione doveva sacrificare qualcosa e in principio è stata la Nuova Idea, locale cult transculturale prevalentemente, ma non esclusivamente, per trans e loro simpatizzanti (con pista liscio e disco per agevolare il contatto transgenerazionale) che ha lasciato il posto all’avvio dei lavori del parco di Porta Nuova. Abbattuto e naufragato come un relitto sulla Lorenteggio, scemata la componente sociale ricca e articolata, ha radicalizzato come dominante e unico l’aspetto poco confortante di locale di malaffare. Dove saranno andate a ballare tutte quelle coppie romantiche di anziani travestiti? Forse alla Sala Venezia? E insieme alla Nuova Idea anche la più combattuta vicenda della Stecca degli Artigiani ha avuto un lento epilogo per lasciare il posto all’attuale Bosco verticale. Di quel periodo ricordo e restano vigorosi e solidi alcuni presidi che amo e ammiro per il loro valore locale e per la loro capacità di trasmettere il senso di un quartiere e di qualificarlo. Residenza e persistenza. Il bar Opera 33 di tale Terilyn Monroe si rivela come un piccolo antro della strega, un grotto piceo che assorbe la luce, costellato da un accumulo ipertrofico di ampolle e pozioni, che talvolta sconfinano nelle provette mediche per repentini shot. Non chiedere all’oste un semplice gin tonic perché si manifesterà comunque impreziosito di petali di rosa essiccati, foglioline di timo e altre spezie non pervenute a noi umani. Meglio rischiare e avventurarsi nell’ignoto!

Una veduta di Milano dalla Torre Velasca

Marco Garofalo

Uno scatto tratto dal progetto fotografico sulla rete fognaria di Milano realizzato da Giovanna Silva insieme a Marco Rossari nel 2013

Giovanna Silva

All’epoca lavoravo come curatore dell’archivio Giovani Artisti Viafarini (viafarini.org), luogo pioniere nella ricerca e promozione del giovane scenario artistico nostrano, che mettevo in frequente contatto con la ricerca internazionale. In quegli anni ho conosciuto artisti con cui tuttora continuo a lavorare. Milanesi o della provincia come Liliana Moro, Paolo Gonzato, Anna Franceschini, ma anche provenienti da varie regioni della penisola come Patrizio Di Massimo, Chiara Fumai, Daniele Milvio, Francesca Sarti di Arabeschi di Latte, che da allora rimane la mia guida al Salone e al Fuorisalone, per scoprire i momenti conviviali più curiosi tra “stuzzichini” acetici, banchetti a base di bacche e cortecce, ed esperimenti materici da piccolo chimico (per inciso, Francesca si occupa ovviamente di food design). Grazie al progetto di residenze VIR Viafarini-in-residence ho inoltre avuto la possibilità di invitare molti artisti stranieri a passare un periodo nella capitale lombarda. La significativa e prestigiosa diligenza approdata per la prima volta manifestava piacevolezza e respiro. La città dava ossigeno e compiaceva, ispirava e tratteneva, al punto che alcuni di loro presero in seria considerazione anche l’ipotesi di trasferirvisi per periodi indeterminati. Per esempio, Lucy McKenzie attratta dagli archivi Etro, ma anche e soprattutto dall’architettura modernista: dal bar Alemagna alla chiesa di San Giovanni Bono di Arrigo Arrighetti, dal complesso residenziale nel quartiere gallaratese di Aldo Rossi al santuario di Sant’Antonio in via Farini, dal quartiere Iacp Mangiagalli all’edificio Chase Manhattan Bank, e poi Franco Albini, Ignazio Gardella, Caccia Dominioni, Piero Bottoni; il restauro e allestimento del Castello Sforzesco. Enrico David invece guardava al liberty e all’art déco, frequentava Palazzo Pathé di via Settembrini e si avventurava in lunghe passeggiate al Cimitero Monumentale, un effettivo parco di sculture pubbliche commemorative che ripercorre molte, quasi tutte, le tappe salienti della storia dell’arte italiana. Goshka Macuga era sedotta dalla chicness della città e dalla correlazione profonda e prolifica tra design, moda e arte contemporanea. Molti dei suoi progetti sono stati ispirati o prodotti per specifici contesti milanesi. Uno di loro è stato l’ampia mostra site specific presso la Fondazione Prada inaugurata nel 2016. Ma Milano appare anche come fondale in un ampio arazzo intitolato Death of Marxism, Women of all Lands Unite in cui riprendendo il motto marxista, il ruolo delle donne viene spostato da partecipanti politiche passive di una storia che le ha escluse, ad attive. La foto fu scattata al Parco Nord da Giovanna Silva, la stessa fotografa ed editrice che ho accompagnato a immortalare ciò che l’urbano nasconde, la metropoli al rovescio, l’opposto necessario e imprescindibile delle mille luci della città, ovvero la sua infrastruttura sotterranea composta di migliaia di chilometri di tubazioni e condotti. Infine Nick Mauss, forse il più motivato tra tutti, che ha mantenuto una connessione così attiva da manifestarsi in una mostra personale, Illuminate Window (2017-18), presso la Triennale, con progetto off in uno dei veri landmark del capoluogo: la Torre Velasca di BBPR. Da quel punto di vista, all’ultimo piano dell’edificio ho visto una città ipertrofica, una visione non dissimile da quella che ho memorizzato dal lastrico solare dall’edificio Copan di Oscar Niemeyer nel cuore di San Paolo.

Milovan Farronato, curatore del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia che si conclude il 24 novembre

Giovanna Silva

Considerata valida opzione, nessuno però alla fine si è realmente stanziato. Hanno tergiversato, trattenuto rapporti, mantenuto una costante frequentazione, ma si sono tutti inesorabilmente recati altrove, ognuno per la sua strada. Milano quindi, città appetibile e potabile anche per un pubblico internazionale, sembra destinata a rimanere la “città eterna dell’aperitivo”, mentre, per cena, si preferisce migrare altrove. Eppure, se continuiamo la metafora da un punto di vista culinario, i delicati dim sum, i sostanziosi ramen, i disciplinati poke e l’emergente ceviche sono presenze ormai canonizzate nei rituali culinari dei milanesi. La scelta di un’anatra alla pechinese, a scapito di un piatto di tagliolini al tartufo preparati con tradizionale sapienza dal Baretto al Baglioni, non dovrebbe essere connotata da nessuna eccentricità, nessun esotismo, ma rientrare appieno in una scelta normalizzata, un’opzione quotidiana secondo la quale anche la “sciura” milanese per l’intramontabile pranzo domenicale potrebbe rinunciare a Giacomo in favore di Barbacoa. Come scelta alternativa, sullo stesso piano, come accadrebbe in una qualsiasi delle grandi città internazionali dove ciò che viene da fuori non è più sinonimo di esterofilia, ma semplicemente di varietà.

L’opera di Nick Mauss “Illuminated Window”, esposta alla Torre Velasca di Milano nel 2017

Filippo Armellin

L’arazzo di Goshka Macuga “Death of Marxism, Women of All Lands Unite” (2013) nell’installazione al New Museum di New York del 2016

Maris Hutchinson / EPW Studio

Una creazione della food designer Francesca Sarti di Arabeschi di Latte

Mirco Baccaille

Una varietà che traspare anche dall’account Instagram Sciuraglam dove signore milanesi, illustri, ma soprattutto scoperte a un incrocio mentre salgono su un tram, sempre impeccabili, in prossimità di Casa Boschi Di Stefano o del Chiostro delle Umiliate o a passeggio tra le case fungo del Villaggio dei Giornalisti, trascorrono pomeriggi disinvoltamente raffinati. Raffinatezze che non vengono mai meno, neanche nella snervante attesa del proprio turno alle poste, sopportato con la stoica compostezza di una vera milanese, frantumata solo da severe esagerazioni. Nemmeno l’umida calura estiva fa loro traspirare una goccia di sudore, che possa fortuitamente macchiare non più il vetusto consueto e ricorrente abito della signora bene, mise ormai destinata a un implacabile tramonto e abbandonata in favore di effervescenze, luccichii, tinte forti e abbinamenti rischiosi. Sono al passo coi tempi, seguono la moda, la sanno interpretare consapevoli del suo valore di emancipazione, che, si badi, non sconfina mai nella cafoneria, ma piuttosto riflette in maniera liberata la vibrazione della città. Queerness è un concetto aperto, che non si riferisce solo ed esclusivamente alla sessualità, al genere, ma piuttosto rende ragione di scorribande veloci tra codici condivisi e spesso stereotipati. Le sciureglam sono fluide, vestono Gucci, ne assorbono l’inventiva, fanno ricerca, sviluppano uno speciale sesto senso estetico e non hanno bisogno di trasgredire, come il loro corrispettivo romano, ma neppure rinunciano all’apparire come le dimesse nobildonne fiorentine. Le sciure milanesi, si sa, son donne del fare. Sono indaffarate, prendono il caffè al banco da Cucchi, magari si siedono addirittura da Sissi, ma poi si alzano per sbrigare le loro commissioni.

Se questo è il paesaggio – emotivo ed estetico – attuale, lo scenario quotidiano in ogni stagione dell’anno, non solo durante le celeberrime settimane della moda o del design, si potrebbe forse pensare a un dopo aperitivo? Sì, il risveglio culturale anche da loro documentato fa pensare che sia arrivato il momento di rimanere anche per cena.

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