Appendice

Giocare a “Grand Theft Auto” con Baudelaire

IL 115 31.10.2019

Praticare il turismo virtuale con i videogame e placare il Fernweh su Google Street View per poi scoprire che il pianeta ipermoderno in cui viviamo non è che una borgata universale

Tempo fa fui attraversato da una piccola scossa di meraviglia e angoscia quando mi accorsi di riconoscere una città in cui non ero mai stato. Com’era possibile che quel certo panorama, in particolare un angolo di strada intorno alla Cattedrale del Santissimo Sacramento di Detroit, avesse qualcosa di familiare, come poteva quell’anonima strada accendere in me le luci incerte del riconoscimento? Dopo un po’ di resistenza interiore, dovetti ammettere che quel panorama l’avevo riconosciuto da un videogioco su cui passavo le ore da bambino: si percorrevano le strade di Detroit in pattuglia e nella scarnissima grafica 3D di quei tempi la Cattedrale era uno dei pochi edifici riconoscibili e non un astrattissimo parallelepipedo grigio.

I tedeschi lo chiamano Fernweh, il desiderio ardente di luoghi lontani: chissà se hanno una parola anche per indicare il desiderio ardente di luoghi virtuali. Servirebbe per indicare il sentimento che fa restare svegli la notte a percorrere su Google Maps e Google Street View i vicoli che conducono al porto di Osaka; o che rende irrequieti tutti i flâneur videoludici che, come me, battono le strade dello Stato di San Andreas, l’equivalente della California in Grand Theft Auto V, non per competere con altri giocatori, o per assecondare la storia immaginata dai designer, ma per esplorare gli anfratti di città immaginarie e possibili allo stesso tempo, scattare fotografie, bighellonare, forse sognare.

Negli ultimi anni è emerso il fenomeno di un vero e proprio turismo virtuale: gruppi di esploratori di città digitali che a volte sono di invenzione, altre volte si sovrappongono a quelle reali, duplicandole, in un certo senso. La città, infatti, è l’esperienza del complesso (esperienza a volte traumatica, se Le Corbusier definiva la città «una catastrofe naturale al rallentatore») in cui tante “città” virtuali, o potenziali, si sovrappongono e mescolano tra loro: la città borghese e quella operaia, quella di me lavoratore e di me amante e di me lettore e di me scrittore e di me utente di mezzi pubblici e di me flâneur: tutte città diverse che convivono e trasformano la mia esperienza urbana. Logico quindi che qualcuno abbia pensato di prendere l’unità minima di questa complessità, la strada, e di raccontarla: Flâneur è una rivista che dedica ogni numero a una singola strada di una città, raccontandone la vita, i personaggi, i fronti che l’attraversano, con le fotografie e i testi di artisti e scrittori del luogo o che si trasferiscono un paio di mesi lì, in una sorta di “residenza” urbana. L’ultimo numero è dedicato all’incrocio tra Kangding Road e Wanda Road nel quartiere di Wanhua a Taipei. Le uscite precedenti erano su rua Treze de Maio a San Paolo, Fokionos Negri ad Atene, Kantstraße a Berlino, e così via.

Roma, Tor Bella Monaca

Roma, Tor Bella Monaca

Del resto «la forma di una città / cambia più veloce di un cuore», scriveva Baudelaire, santo protettore dei flâneur di tutte le epoche e latitudini. E quindi la città è la tavolozza migliore con cui dipingere il proprio cuore. Città come archivio dei sentimenti, città come memoria. Città come Remoria, anche. Remoria è il nome della Roma che non fu mai, ma che comunque è: è la Roma fondata da Remo e non da Romolo, città doppia, potenziale, notturna, periferica che Valerio Mattioli racconta nell’eponimo Remoria. La città invertita, da poco uscito per minimum fax, uno dei libri più indefinibili, affascinanti, ipnotici e sinceri degli ultimi tempi.

In Remoria le strade delle borgate romane – raccontate senza lirismi posticci o oleografici nostalgismi, senza indignazione né denunce strumentali del degrado, e cioè senza le grandi narrazioni egemoniche sulle periferie oggi in Italia – sono memoria individuale, con Torre Maura al posto di Combray, e allucinata analisi urbanistica:

«Nell’atlante della borgatasfera, i quartieri vengono separati da immani distese di nulla, allo stesso modo in cui gli oceani separano i continenti. Solo che qui continenti e oceani sono fatti della stessa sostanza: una spuma radioattiva che riesce nel miracolo di risultare tanto concreta da bruciarti al tatto, quanto intangibile se provi ad afferrarla».

Romanzo di formazione e antropologia del “coatto”, l’abitante della “borgatosfera”: coatto che diventa figura zodiacale, grande emblema dei nostri tempi, in cui l’illusione che la nostra vita assomigli a un centro città gentrificato e instagrammabile (virtuale, purificato, al sicuro dentro la “zona rossa”) non riesce più a nascondere la realtà: ci muoviamo ormai dentro una borgatosfera universale. Una borgata dell’anima.

Valerio Mattioli
Remoria. La città invertita

minimum fax 2019,
283 pagine,
17 euro

Flâneur. Fragments of a street

L’ottavo numero di questo magazine, che è nato nel 2013 e ha sede a Berlino, è dedicato all’incrocio tra Kangding Road e Wanda Road, a Taipei
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