Magazine / Viaggio

Il grande, grandissimo balzo in avanti

di Valeria Palumbo
fotografie di CARLO ROTONDO
IL 115 09.10.2019

Un selfie sulla Torre del tamburo a Xian, Cina

Parafrasando Mao Zedong, il salto nella modernità compiuto dalla Cina rappresenta una svolta senza precedenti. Folle oceaniche di nuovi consumatori, infrastrutture faraoniche, persino bagni impeccabili (a sfatare una cattiva fama). Ma sono scomparsi i soldi. Perché tutti pagano con lo smartphone

Il venditore ambulante di Xian sventola grappoli di spiedini di seppie e polipi in saldo. E tutti fotografano il suo banchetto. Che razza di foto, penso. Invece stanno pagando. Il soggetto è il QR code appiccicato accanto alla graticola sfrigolante. A 70 anni dalla fondazione della Repubblica popolare, proclamata da Mao Zedong il 1° ottobre 1949, i cinesi possono festeggiare una decisiva vittoria del comunismo: non esiste più la moneta. Perché si fa tutto (o quasi) con il cellulare. E anche questo è singolare, visto che Internet è fortemente censurato e chi vuole cercare su Google e chattare su Facebook, Instagram o WhatsApp deve scaricare una Vpn per nascondere il luogo da cui si naviga. In realtà, la censura le smaschera in continuazione, le app, e dato che Google Maps (con estensione “cn”) funziona, capita di disattivarle per non perdersi. Di fatto a usarle sono soprattutto gli stranieri: i cinesi vivono attaccati al cellulare, chattano in modo compulsivo, comprano, leggono, lavorano sugli smartphone. E, in generale, si fanno bastare le loro app: da WeChat, che serve anche per pagare, a Didi Taxi, che fa concorrenza a Uber, fino a Dianping, che sostituisce Trip Advisor, e Baidu, il più frequentato motore di ricerca.

Per fare acquisti c’è anche Alipay, la piattaforma di pagamento online lanciata nel 2004 da Alibaba Group e dal suo fondatore Jack Ma. Non c’è carretto al mercato o banchetto di finger food che non permetta di usarla. Anche per cifre irrisorie. E in Cina ci sono ancora molte cose che costano pochissimo: dal biglietto delle efficientissime metropolitane agli spiedini di seppia, appunto.

Un chiosco di succhi di frutta fresca a Xian, capoluogo dello Shaanxi: sul bancone, a sinistra, il Qr code da fotografare per il pagamento

Sembra passato un secolo da quando, nel 2004, la Datang Mobile Communications Equipment annunciava il lancio sul mercato cinese, entro il giugno 2005, del primo telefonino 3G, incompatibile con quelli del resto del mondo. La sensazione è che, perennemente collegati ai loro smartphone Zopo, Huawei, Oppo e via dicendo, i cinesi siano ben poco preoccupati di non essere online con l’Occidente. L’esatto opposto degli hongkonghesi (ma guai a dire a Pechino che non li si considera cinesi).

A permetterglielo non è soltanto la demografia: oltre 1,4 miliardi di persone, di cui, per esempio, 22 milioni concentrati nella capitale Pechino (erano 19,6 milioni nel censimento ufficiale del 2010), e 26,4 milioni nell’area urbana di Shanghai (erano 4,2 milioni nel 1950, un anno dopo la nascita della Repubblica). Ma l’estensione del mercato interno. È vero che Mao Zedong ha detto che chi non si è arrampicato sulla Grande Muraglia non è un vero uomo. Ma questo non significava automaticamente che milioni di turisti interni, donne, bambini, anziani, accompagnati magari da un barboncino marrone (l’unico tipo di cane che sembra di moda) e armati immancabilmente di borraccette di plastica con infusi d’erbe e scatole di noodles autoriscaldanti, si riversassero durante le vacanze estive sui tratti del muraglione aperti al pubblico. E si accatastassero, nella successiva tappa dei loro tour con battaglioni di torpedoni, nei surriscaldati capannoni che ospitano l’esercito di terracotta a Xian.

Ovvero, i cinesi sembrano bastare a se stessi. Poi sappiamo che non è vero e lo dimostra sia la guerra dei dazi con gli Stati Uniti, iniziata nel 2018, sia il tentativo di non rompere le trattative. Ma intanto il flusso della vita cinese scorre come un fiume e nulla lo rappresenta meglio di una scena osservata quest’estate a Shanghai: la folla, immensa, che ogni sera si riversa sul Bund, il viale lungo il fiume Huangpu, per osservare la skyline illuminata sull’altra riva, deve fermarsi per far passare, il 29 luglio, le delegazioni cinese e americana per le trattative sui dazi, che vanno a cena al Fairmont Peace Hotel. Intanto, la East Nanjing Road Station continua a vomitare gitanti. In breve i larghissimi marciapiedi sono così invasi che la polizia deve regolare il traffico. Ma tutti obbediscono al suono dei fischietti, nessuno in apparenza perde bambini o parenti (si muovono ancora per gruppi familiari). Per terra non resta neanche una cartaccia.

Un manifesto che esalta l’esercito, la marina e l’aviazione, nella metropolitana di Pechino, per i 70 anni della Repubblica popolare cinese

Codici per pagare nel mercato Qingping di Guangzhou

Shanghai fa impressione, come e più di Pechino (che conserva una certa aria triste e malandata, anche perché, gli ormai celebri hutong, pur recuperati, restano grigi sotto un cielo biancastro). Perché è una sorta di città occidentale all’ennesima potenza. Ma in realtà non lo è affatto. Fosse solo perché le città occidentali non crescono a quel ritmo, non danno l’impressione che tutti siano maledettamente affaccendati. E, soprattutto, non sono tappezzate di campagne statali per comportarsi bene o arruolarsi nell’esercito, allettati da immagini bellicosissime. Questa poi è la curiosa evoluzione delle letali campagne di Mao. Nel museo della propaganda, un malandato appartamento privato nella French Concession di Shanghai (l’ex zona coloniale francese), si trovano anche i poster della lotta ai quattro flagelli che il Grande Timoniere lanciò tra 1958 e 1962 contro passeri, ratti, zanzare e mosche. Sulla catastrofe provocata indirettamente dalla strage dei passeri si sono scritti volumi.

Ma per quanto la Cina del presidente Xi Jinping sia molto più parca di slogan e ritratti (statuette e foto plastificate sembrano destinate a fare da souvenir per gli stranieri più che a decorare case e auto locali), gli appelli non mancano. Tappezzano metropolitane, muri e cantieri: i tanti che segnano l’abbattimento delle vecchie case e quelli periferici che innalzano selve di immensi e tristissimi palazzoni grigi e marroni. Lungo i pannelli che, anche a Shanghai, nascondono l’abbattimento delle vecchie case, si invitano caldamente i giovani cinesi a riciclare la plastica, accompagnare le vecchiette, non ubriacarsi, rispettare le insegne stradali, piantare alberi, non sputare. E tenere i bagni puliti. Perché nel Paese che bagni privati non ne aveva e la cui popolazione godeva fama di essere insensibile alla sporcizia, oggi si trovano bagni pubblici puliti e gratuiti a ogni angolo di città. E puliti, in genere, sono anche quelli dei treni veloci. I treni sintetizzano bene la nuova Cina: non sono spettacolari come quelli giapponesi, non sono eleganti come quelli russi, né tanto meno pittoreschi come quelli indiani. Ma in una modernità crescente (le stazioni sembrano aeroporti) trasportano un’umanità giovane che unisce tradizioni e accettazione del futuro: a bordo si mangia (in continuazione e sempre cibi ustionanti) e si compulsa lo smartphone, isolati dalle cuffiette. Non si chiacchiera e non si legge. Ma non ci si veste neanche con la puntigliosità un po’ maniacale dei businessmen e degli impiegati giapponesi.

I ragazzi, in realtà, sembrano più attratti dalle stravaganze dei loro dirimpettai dell’arcipelago nipponico: le chiome ossigenate o colorate sono di meno, ma non mancano. Sui motorini e monopattini elettrici e sulle bici a noleggio (che sono ovunque) scorrazzano giovanotti e ragazzotte con i jeans sdruciti e i giubbotti fosforescenti, spesso completamente mascherati contro lo smog e il sole. Nei centri commerciali si vendono anche mascherine di design. Più difficile incrociare per strada veri esteti come, spesso, sono i giapponesi. Eppure gli stilisti cinesi non mancano e sono sempre più attenti a una moda eco-compatibile. In alcune isole culturali, poi, come la bellissima libreria Avant Garde di Nanchino, circola una gioventù disinvolta e imbronciata simile a quella dei raffinati centri sociali di San Pietroburgo.

Nella blindatissima piazza Tienanmen di Pechino (si passa il metal detector per passeggiare), il settantesimo della Repubblica si festeggia con un tasso di crescita rallentato. Qui l’eco di Hong Kong però non sembra arrivare. I giovani raccontano senza complessi che si vota soltanto per le assemblee popolari locali. E ciò che sta più loro a cuore è far soldi. Ma come, non erano spariti? Mentre paga con lo smartphone il tè in un bar davanti al Tempio di Confucio a Pechino, l’imprenditrice ed esperta di comunicazione Sarah Gaiotto prova a spiegarci la complessa natura del capitalismo cinese. Certo, a 30 anni dalla repressione di piazza Tienanmen, i giovani appaiono piuttosto soddisfatti. Così torna in mente un vecchio proverbio cinese: «Senza denaro non si fanno tacere neppure i muti».

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