“La monnezza è oro”, non solo nella Terra dei Fuochi, ma nella metropoli lombarda. Lo rivela Alessandra Dolci, alla Direzione distrettuale antimafia, che indaga sull’interesse di 8 cosche su 10 in questo settore, a Milano e provincia. Uno dei più lucrosi business illeciti: un giro da un milione di euro in meno di un anno

Il suo ufficio, Michele Sindona l’aveva voluto al di sopra di tutti. Per avere la città ai suoi piedi. E alimentare, con il rampantismo di quegli anni, anticipo della Milano da bere, i suoi affari. Oggi, invece, è dal buio del sottosuolo che gli imprenditori mafiosi scrutano la metropoli lombarda. Dalle fondamenta porose della città. In quelle viscere, che non custodiscono latitanti, come nei bunker calabresi, ma che possono comunque trasformare i rifiuti in tesori. Ed è a questo che pensa la ‘ndrangheta. Perché anche a Milano, come nella Terra dei Fuochi, i boss sanno che la “monnezza è oro”. Quella prodotta qui e quella che arriva dai feudi della camorra.

Ne parlano da tempo gli uomini dei clan. Con sempre più insistenza e con progetti precisi. Mimetizzati nel dinamismo della città. Le microspie registrano i segnali. L’Antimafia li scandaglia. «Si stanno buttando tutti sul traffico di rifiuti. Dalle indagini emerge l’interesse di quasi tutte le cosche verso questo settore: otto su dieci». Pesa ogni parola Alessandra Dolci, mentre riflette con Storiacce su quello che è ora il «fenomeno più preoccupante» all’ombra del Duomo, dove dal 20 dicembre 2018 guida la Direzione distrettuale antimafia, subentrata a Ilda Boccassini. Il traffico illecito di rifiuti significa montagne di soldi per le mafie: un milione in nemmeno un anno, è stato ricostruito di recente; ma vista dall’altra prospettiva, il traffico illecito di rifiuti significa soprattutto «pericoli per la salute», avverte il procuratore aggiunto. L’hanno verificato sulla propria pelle gli abitanti del “triangolo della morte” in Campania, campagne trasformate dai clan casalesi in cave, per scarti di ogni tipo. Ed è per questo che l’attivismo registrato nell’hinterland meridionale di Milano (laddove i Barbaro Papalia da anni considerano Buccinasco “la Platì del Nord”), nell’area Nord dei Flachi e dei Coco Trovato, ad Est nel territorio dei Grande Aracri o dei Morabito Palamara Bruzzaniti di Africo, e ancora, e sempre di più, nell’«ampia Brianza, polo attrattivo delle organizzazioni mafiose», secondo un rapporto dell’Osservatorio sulla criminalità dell’Università Statale, obbliga gli inquirenti ad accelerare il più possibile.

Indagare, verificare, fermare. «Per andare a vedere chi è riuscito a entrare nel giro e chi invece ci sta solo provando», specifica Dolci. Di sicuro, in tanti «si stanno muovendo per cercare contatti con imprenditori lombardi borderline, con potenziali intermediari e con esponenti della criminalità campana». Un patto tra ‘ndrangheta lombarda e camorra casertana, intorno al più lucroso e meno rischioso dei business illeciti. «Le pene per questi reati vanno da uno a sei anni. In compenso i benefici sono notevoli, anche per le relazioni che si creano col mondo dell’economia e delle istituzioni. Oltre agli incassi».

Sulla saldatura tra boss di ‘ndrangheta e casalesi per ora ci sono solo ipotesi e qualche segnale, tra cui scavare. Letteralmente. Dentro il terriccio dei cantieri. Già in passato, seguendo le betoniere dei padroncini calabresi impegnati nel movimento terra, si sono trovati cumuli di materiale di demolizione che invece di essere selezionato e smaltito in discariche autorizzate veniva triturato e gettato in qualche fosso. Magari con la compiacenza di un contadino che arrotondava. Magari pure con residui pericolosi, nascosti sotto strati di ottima terra. Tutto in silenzio, dietro la copertura formale di impeccabili formulari.

Ciò che l’occhio non vede, è come se non esistesse: la regola con cui negli anni la ‘ndrangheta ha costruito il suo impero. Anche al Nord. Così, se la preoccupazione collettiva è ora rivolta al susseguirsi dei roghi in capannoni o aziende di stoccaggio («A volte non sono stati dolosi, come a Settimo Milanese; altri incendi sono collegabili a imprenditori non proprio limpidi; altri ancora rivelano legami con la malavita, anche se non abbiamo fino a ora contestato l’aggravante mafiosa», elenca Dolci), in realtà è negli anfratti del sottosuolo che si celano le insidie principali. Laddove tutto si mescola. E nulla fa rumore. Uno degli ameni inganni – per dirla con Leopardi – che ha a lungo alimentato la convinzione che «a Milano la mafia non esiste». E «se c’è, ricicla solo i soldi accumulati altrove». E i soldi, si sa, non puzzano. Come se non fosse evidente tutta la droga che gira; come se nella capitale economica del Paese non ci fossero già stati gli affari di bancarottieri mafiosi come Michele Sindona; come se la Duomo Connection, inchiesta di Ilda Boccassini e Giovanni Falcone, non avesse già rivelato alla fine degli anni Ottanta le infiltrazioni di Cosa Nostra; come se non fossero stati arrestati proprio qui padrini come Luciano Liggio o i fratelli Graviano, catturati in un ristorante in via Procaccini; come se la mafia dei corleonesi non avesse portato anche qui la sua sfida allo Stato, con la bomba di via Palestro. Come se poi il monopolio di certe famiglie calabresi, in prevalenza nel movimento terra, documentato da decine di indagini, potesse essere considerata semplice legge di mercato.

Di tutto questo i boss sono i primi a essere consapevoli: «A Milano», registrano le intercettazioni di una recente inchiesta, «si facevano degli affari allucinanti: nessuno ci rompeva i coglioni». Loro facevano affari. La città volgeva lo sguardo altrove. A lungo. E alla fine tutti pensavano che qui le mafie non esistessero. Mentre invece, nel silenzio, la ’ndrangheta, come proclama un indagato di una recente operazione, «arrivava a essere in ogni paese». Ma la negazione, più o meno complice, non è potuta proseguire dopo l’alba del 13 luglio 2010, quando più di 300 persone tra Calabria e Lombardia furono arrestate, nell’operazione Crimine-Infinito, che ha ridisegnato la struttura della più ricca e potente malavita nostrana. E ha mostrato, con la forza del video girato nella sala Falcone-Borsellino di Paderno Dugnano, il consiglio di amministrazione dei vertici della Lombardia. I referenti delle locali di ‘ndrangheta, seduti intorno a uno stesso tavolo. Da allora, dalla rimozione si è passati alla consapevolezza che quella non fosse solo un’infiltrazione, ma un’effettiva colonizzazione: la ripetizione anche in Lombardia degli stessi schemi dei feudi di origine di Platì, Africo, San Luca, Rosarno, Gioia Tauro, dell’Aspromonte: il controllo pieno del territorio. Dagli affari al condizionamento dell’economia, come della politica. Anche con la violenza, se necessario. «Perché la musica può cambiare, ma noi», proclama uno dei capi della locale di Fino Mornasco, arrestato nel blitz Insubria, «siamo sempre noi, non possiamo mai cambiare».

Non cambiano, ma si adattano. Al territorio. Ai tempi. E in questi nove anni – dopo il clamore del maxiblitz e di tutti gli arresti che hanno decapitato grandi famiglie e svelato traffici diffusi (dai venditori ambulanti alla sicurezza di alcuni locali della movida; dall’ingresso nel capitale di aziende in crisi ai tentativi di inquinamento dei grandi appalti) – l’opera di mimetizzazione è diventata ancora più sofisticata. Confondersi con gli altri, allontanare i sospetti. Gli ameni inganni. Se solo ai tempi dell’indagine Infinito furono infatti cinque gli omicidi consumati all’interno delle cosche, ora nella città che si credeva capitale morale quel tipo di violenza sembra essere sparita. «Sono drasticamente calati quelli che fino a ora consideravamo reati spia», riflette Alessandra Dolci. Quasi niente più incendi nei cantieri o bombe carta davanti alle saracinesche o buste con proiettili o mezzi dati alle fiamme: tutti avvertimenti, per lo più dell’imposizione del pizzo. «Solo nell’indagine Insubria, in cinque anni si contarono 460 episodi di questo tipo nel Comasco», ricorda il magistrato. Ora il database interno, aggiornato con ogni episodio sospetto per consentire una lettura aggregata, registra un deciso calo. Ora sono altri i segnali. Perfettamente camuffati nelle pieghe del territorio, in quella che il procuratore di Milano, Francesco Greco, considera la vera emergenza del Paese: l’evasione fiscale. «Ora sono i reati economici a nascondere a volte dell’altro: fatture false, illeciti tributari e societari, violazioni delle norme sul riciclaggio, bancarotte fraudolente. Oltre a casi di caporalato».

Si comincia a indagare su fenomeni di questo tipo, in sintonia con quelli più diffusi sotto al Duomo, e si scopre non di rado dell’altro. Compresi legami con la malavita. Ma è come se tutto questo nella consapevolezza collettiva continuasse a restare avvolto da una nebbia, che rende intermittente l’indignazione. E la reazione. Il tempo poi fa il resto. Se però quasi dieci anni fa Ilda Boccassini denunciava di non avere la fila di imprenditori alla sua porta per denunciare, ora l’opera di sensibilizzazione delle associazioni, a cominciare da Assolombarda o Confcommercio, ma anche delle istituzioni come il Comune, dà qualche piccolo segnale: il primo imprenditore si è presentato in modo spontaneo in Procura («In un precedente caso, siamo stati la seconda scelta per un altro titolare d’azienda, che si era già rivolto ad esponenti della ‘ndrangheta», puntualizza Dolci), per raccontare gli interessi delle cosche sui parcheggi dello scalo di Malpensa. La locale di Legnano-Lonate Pozzolo si era ricostituita, dopo gli arresti, e provava ad allargare gli affari.

È una fase delicata quella in atto nella geografia criminale di Milano, dell’hinterland e della Brianza. «C’è una fase di transizione e di vuoto di potere, dopo i tanti arresti». Le famiglie storiche sono state decapitate, in alcuni casi ci sono già state le scarcerazioni, ma non poche volte i figli sono subentrati ai padri. Oppure, «altri giovani sono partiti dalla Calabria, per prendere i posti rimasti vuoti. Come è stato a Cantù, con persone partite da Africo, per sostituire i Muscatello». Così sulle scrivanie dei magistrati dell’Antimafia si sta componendo il quadro dei nuovi assetti delle cosche. E presto sarà ultimato. «Vedi che qua in Lombardia siamo venti locali, siamo cinquecento uomini», elencava uno dei boss ai tempi dell’operazione Infinito. Allora, si accertarono quelle di Bollate, Bresso, Canzo, Cormano, Corsico, Desio, Erba, Legnano, Limbiate, Mariano Comense, Pioltello, Rho, Solaro, Seregno e Pavia. E Milano città? «All’epoca, dieci anni fa, uno dei pentiti parlò di una locale di transizione per la città metropolitana, per chi sale dalla Calabria e si insedia, ma ha poco senso: una locale presuppone il controllo del territorio», obietta il procuratore aggiunto. Più che alla cerchia dei Navigli – «dove può esserci la singola estorsione» – il capo dell’Antimafia meneghina porta lo sguardo verso le periferie più problematiche, da Quarto Oggiaro alla Comasina, in quella fascia Nord dove un tempo Renato Vallanzasca si alleava anche con la ‘ndrangheta di Franco Coco Trovato. «Qui ora le famiglie storiche non hanno più la stessa capacità di controllo. I boss dei Flachi sono detenuti e in questo vuoto c’è più spazio per bande senza controllo. Si sono già registrati casi di gambizzazioni, estorsioni, aggressioni».

Perché la musica può cambiare, appunto, ma loro, i boss, restano sempre gli stessi. La differenza sta negli occhi di chi li guarda.

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