Megalopoli, voli low cost, non-luoghi. Nell’era globale tutto sembra ridotto a uno standard, eppure nel nostro nuovo mondo, così come nel vecchio, sono ancora le turbolenze a renderci ciò che siamo: il nuovo romanzo di David Szalay

Londra, Madrid, Dakar, San Paolo, Toronto, Seattle, Hong Kong, Ho Chi Minh, Delhi, Kochi, Doha, Budapest – non esiste grande città senza aeroporto. È qui che la metropoli, per sua natura a vocazione internazionale, si presenta al visitatore. Ed è da qui che si dirama la rete invisibile dei suoi commerci, come una maglia inestricabile attorno al pianeta. La necessità dei lavori di ammodernamento che da luglio tengono chiuso Linate si lascia leggere anche così. Ma, se col tempo la separazione tra città e aeroporto è andata restringendosi, il fascino dei riti legati al volo è precipitato dall’iconica scena che chiude Casablanca fino alle rassicuranti procedure standard di Airport Security. Storie come quella del Tom Hanks di The Terminal sono l’estensione per assurdo dei disagi, di rado intollerabili, a cui ci si abitua, quasi fossero l’obolo inevitabile per la comodità con cui si compra un volo low cost.

Proprio sulla trasformazione dei voli aerei in un’esperienza di routine, non solo democratica ma anche, e soprattutto, scontata, riflette uno dei personaggi dell’ultimo libro di David Szalay, Turbolenza, che addirittura nutre un residuo di quella paura di volare che gli standard odierni, per sua stessa ammissione, dovrebbero aver reso obsoleta. Da questi suoi pensieri, tuttavia, intuiamo anche qualcos’altro: non solo i voli, ma persino le storie intercontinentali raccontate nel libro hanno perso, ormai, ogni eccezionalità. Turbolenza segue un giro del mondo in senso eliodromico, ossia, come il sole, verso ponente. Si parte da Gatwick a Londra per poi tornarvi, dopo dodici tratte che abbracciano quattro continenti. A ogni percorso, di aeroporto in aeroporto, corrisponde un racconto essenziale, appena abbozzato, in cui ciascun protagonista è connesso a tutti gli altri in un anello di cause ed effetti grande come il mondo. Il libro precedente di Szalay, Tutto quello che è un uomo (2017), ricostruiva un’unica storia maschile, archetipica e perciò universale, attraverso le vicende particolari di singoli individui ritratti nelle diverse tappe della vita. In Turbolenza, invece, il racconto si fa collettivo, un grand tour nell’era dell’estrema globalizzazione.

Può sembrare che Turbolenza offra una morale, pur un po’ trita come lo sono diventati i voli aerei. È quella espressa dalla citazione del discorso di J. F. Kennedy all’American University di Washington, D. C., che uno dei personaggi ha incorniciato: «Il nostro più elementare legame è che tutti noi abitiamo questo piccolo pianeta, respiriamo la stessa aria, ci preoccupiamo per il futuro dei nostri figli, e siamo tutti mortali». Szalay lo dimostra mettendo in scena personaggi tanto diversi quali un ricco imprenditore senegalese di ritorno da un viaggio d’affari, una professoressa di letteratura inglese a Hong Kong divisa tra l’amante e il marito, lo schiavo indiano di un’europea che vive sul Golfo Persico, un’inquieta giornalista brasiliana. Persino l’autore – nato a Montréal, cresciuto a Londra, residente a Budapest – potrebbe essere un credibile protagonista del suo libro. Ma ciò che davvero lega le vite di questi passanti internazionali è il fatto che la loro quotidianità ordinaria, come la nostra, viene scossa immancabilmente da forti turbolenze. Basta un tremito a farci rimettere tutto in discussione, a squarciare il cielo di carta delle abitudini reiterate. Sono «quegli eventi» di destino, pensa un personaggio, «che ci rendono ciò che siamo», e una volta incontrato il destino «niente sarà più lo stesso». Alla capacità di elevazione simboleggiata massimamente dal volo si oppone, dunque, una forza di gravità che schianta al suolo, e che può assumere molti volti: la morte, il trauma, la malattia, la separazione, la disabilità, la solitudine, l’abbandono, la violenza, il tradimento. E non c’è ipermodernità che la possa ostacolare.

Non a caso, nel testo ricorrono immobilità e silenzi, emanazioni del vuoto che sta sopra la frenesia delle città di cui l’aeroporto è l’epitome. Ed è in questo senso che Turbolenza riesce a donare a quei non-luoghi che sono terminal aeroportuali e cabine passeggeri e ai tempi morti delle attese all’imbarco un senso, quasi purgatoriale, di incontro con se stessi.

David Szalay
Turbolenza

Adelphi 2019,
127 pagine,
15 euro,
traduzione di Anna Rusconi
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