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La grande tempesta, un anno dopo

di Emanuele Bompan
fotografie di MICHELE LAPINI
IL 116 30.10.2019

Nelle immagini in questa pagina, i boschi schiantati nella piana di Marcesina e lungo la strada che da Roana – uno dei punti di accesso al pianoro – porta a Vezzena: siamo sull’altopiano di Asiago (Vicenza). Secondo Michele Lapini, il fotografo del nostro servizio, «tornando qui un anno dopo, non si nota subito l’opera di pulizia, a meno che non ci si capiti davanti. È un’operazione lenta: l’area è molto vasta e i terreni impervi».

Vaia ha falcidiato 16 milioni di alberi. Nonostante gli sforzi, solo il 20 per cento del volume schiantato è stato raccolto. Eppure, tra gli esperti, regna una certezza: tutto tornerà, meglio di prima

Gli scarponi s’incastrano tra un ramo e un tronco di abete rosso. Le mie mani scivolano, la corteccia lacera la pelle. Le imprecazioni da queste parti sono solo una particella esclamativa, nulla più. Fango e aghi di pino dentro i calzettoni e nel collo. Proseguire nel fitto groviglio gordiano di legna è impossibile. «I boschi abbattuti dalla tempesta Vaia sono impenetrabili», ribadisce Giorgio Vacchiano, ricercatore in Gestione e pianificazione forestale dell’Università Statale di Milano. Per meglio vedere lo stato dell’ecatombe, Giorgio lancia un drone. Dall’alto si vede l’altopiano di Asiago. Il drone trasmette, una dopo l’altra, immagini da battaglia campale, con distese di abeti rossi a terra, così come ci siamo abituati a vederle dal 29 ottobre 2018, quando Vaia distrusse 8,5 milioni di metri cubi di foresta, 16 milioni di alberi tra Lombardia, Veneto e Friuli, radendo al suolo alcuni dei boschi più affascinanti dell’arco alpino orientale. «Ho perso il segnale!», esclama. La superficie è talmente vasta che il drone è uscito dal raggio radio.

A distanza di un anno, si continua a rimuovere il più velocemente possibile la legna a terra. Ovunque si scorgono cataste di tronchi robusti, immensi macchinari per il taglio e il trasporto, alcuni modernissimi, altri di tempi passati. Nonostante gli sforzi, solo 835mila metri cubi, circa il 20 per cento del volume schiantato, sono stati raccolti.

Il nemico invisibile che tutti temono sono i coleotteri scolitidi. «Fanno larve sotto corteccia, nel legno fresco. Con gli schianti diffusi possono pullulare, ovvero replicarsi velocemente attaccando gli alberi vivi», spiega Giorgio mentre mostra una delle trappole usate per contarli e individuarli. Eccola la ragione di voler rimuovere velocemente i tronchi rovinati al suolo: fermare un’epidemia tra le piante rimaste in piedi. «Ad aver fermato la pullulazione è stata la primavera fredda e umida che ha rallentato la proliferazione», ma non è detto che sarà così la prossima primavera. Bisognerebbe aver rimosso almeno il 95 per cento di questo groviglio per evitare ogni probabilità. Ma come fare? Boscaioli come Ralph Urthaler, dell’impresa Waldprofi, raccontano che i prezzi sono scesi tanto (sotto i dieci euro a tonnellata, mentre prima superavano anche i 70), mentre i terreni sono difficili da praticare.

Grandi schegge nelle dita, ma il vero dolore è venuto dal mercato, depresso dall’abbondanza di legname che ha ribassato i prezzi. E attirato mercanti persino dalla Cina. Gran parte delle aree sono state messe in sicurezza, anche se ci sono 145 nuovi versanti predisposti a valanghe. Gli alberi non ci danno solo ossigeno, ma fungono anche da chiodi per saldare il terreno. La soluzione è sgomberare, ma soprattutto rimboschire. «C’è da prendere tempo», dice Emanuele Lingua, professore di Selvicoltura generale a Padova, mentre guarda la sommità del Monte Civetta. «Anche se vogliamo rimboschire, non ci sono vivai sufficienti per i terreni schiantati. Serviranno quattro anni per fare gli alberelli». La vista – passate per Alleghe, Carezza o l’altopiano di Asiago e vi si stringerà il cuore in una lunga fitta – racconta però solo una parte della storia.

2018

2018

2019

2019

I monti sono maestri muti che fanno discepoli silenziosi, diceva Goethe: i montanari, si sa, di poche parole, elicitate solo dal vino o dall’occorrenza necessaria. «Noi forse siamo meno latini di altre parti d’Italia, meno aperti. Ma la natura più cruda l’affrontiamo ogni giorno», racconta Fabio Luchetta, presidente dell’Unione montana agordina e sindaco di Vallada, cercando di sottolineare in ogni modo questa riflessione. «E i montanari si rimboccano le maniche nel momento del bisogno. In questo anno è stato fatto tanto». Dai volontari che sono arrivati durante l’emergenza ai boscaioli della zona, ognuno ha provato a fare la sua parte. In qualche valle ha funzionato di più, in qualcuna di meno. Però, per una volta, l’Italia ha dato una grande dimostrazione di efficienza. «Le risorse messe a disposizione sono state tante, erogate velocemente e tutti ne hanno fatto tesoro facendole fruttare grazie allo sforzo congiunto di tutti. Abbiamo messo scadenze ben definite per cantierare tutti questi lavori». Anche il sindaco ribadisce: poche imprese disponibili e prezzi bassissimi hanno avuto il loro effetto negativo sulla capacità di rimuovere gli alberi abbattuti. «Ciò è però stato compensato dalle persone che si sono prodigate volontariamente».

Centinaia di ragazzi venuti a dare una mano, ventidue corsi specifici di formazione sul territorio per raccogliere legna nel marasma. Una ragazza da Londra si è messa a vendere torte per strada per raccogliere fondi. In Trentino un crowdfunding ha visto risultati record, con donazioni dall’Italia e dall’estero. La solidarietà è una delle conseguenze del disastro che non ci si aspetta. «Abbiamo avuto tanti turisti che sono venuti nelle aree disastrate per aiutarci, con il risultato che è stata una stagione buona», continua Fabio. Tanti visitatori, certo, non sanno che cosa è successo. Roman, 46 anni, austriaco, dice: «Non sapevo, mi ha lasciato senza parole vedere tutto ciò. Ritornerà come prima?». È la domanda che ovunque viene posta. Gli scienziati sanno che ovviamente no, non tornerà come prima: tornerà meglio, di prima. Secondo Emanuele Lingua, «per la natura la tempesta non è necessariamente una tragedia. Il bosco è tornato in parte a respirare. Dal dramma rinasce la vita. Possiamo creare boschi più resistenti agli schianti, ponendo fine a forestazioni monospecie». Ciò aumenterebbe la biodiversità, rafforzando la foresta. E rendendola meno esposta alle tempeste ancora più forti che potrebbero arrivare in futuro.

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