Appendice

Proust a centrocampo

IL 114 04.10.2019

Lionel Messi, 32 anni, argentino. Gioca in Spagna, nel Barcellona

UNDICI SCRITTORI PER UNDICI CALCIATORI/8. Leo Messi ha una storia che sembra una favola, ma gioca a pallone con uno stile che ricorda la sintassi esaltante della “Recherche”

In un libro stupendo, che intorno a fine anno uscirà anche in italiano per Baldini+Castoldi, Jordi Puntí, autore catalano, giornalista, e tifoso sfegatato del Barça, racconta Leo Messi magnificamente, scrivendo un po’ tutto quello che c’è da sapere sul giocatore, ogni cosa mai detta, e anche un po’ di più. Ad esempio, spiega come un altro scrittore, Màrius Serra, abbia proposto un nuovo aggettivo per i posteri: messimo.

Quando a una persona viene affibbiato un aggettivo, questo non è solo dovuto alla fama, ma soprattutto allo stile, talmente particolare e inedito da meritarsi un aggettivo tutto suo. Jordi Puntí scrive anche che il gioco di Messi è facilmente tratteggiabile con gli stessi aggettivi con cui Italo Calvino descrisse come sarebbe stata la letteratura del XXI secolo: Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità. Il discorso di Puntí è molto ben argomentato e, da esperto giornalista e scrittore, ma soprattutto da seguace di Messi, il suo sarà il risultato di anni di studio e osservazione. A me, però, il gioco messimo sembra proustiano. Non riesco a reprimere questa comparazione.

Mi spiego. Prendiamo il famoso gol contro il Getafe grazie al quale Messi si è accaparrato la nomea di nuovo Maradona a soli 19 anni. Messi prende palla al centrocampo, supera il primo avversario con un tunnel, ne sorpassa un altro, anzi due, in pratica si porta a spasso tutta la difesa avversaria, con una finta di sinistro guida la palla sul destro, saltando il portiere, e la imbuca in rete con il destro. Applausi. Fama. Soldi. Dio. O, ancora, quello contro l’Athletic di Bilbao: stessa scena. A Messi arriva la palla a centrocampo e poi inizia la poesia. Scarta il primo, una finta, ecco scartati altri due, un altro, e poi il gol in un angolo della porta ridicolmente preciso.

Ora vediamo Marcel Proust, la Recherche: «Gli occhi neri brillavano e, siccome non sapevo allora, né mai l’ho imparato dopo, ridurre nei suoi elementi oggettivi una forte impressione, siccome non avevo, come si dice, abbastanza “spirito d’osservazione” per separare la nozione del loro colore, per molto tempo, ogni volta che ripensai a lei, il ricordo del loro splendore si presentava a me immediatamente come quello di un azzurro intenso, perché era bionda: di modo che se forse non avesse avuto gli occhi così neri – cosa che colpiva tanto la prima volta che la si vedeva – non avrei amato, come amai, specialmente in lei, i suoi occhi azzurri».

Proust a centrocampo. Proust, principale, subordinata causale, incidentale, ancora Proust. Proust continua, subordinata oggettiva, causale, incidentale, finale, temporale. Proust non si ferma! Coordinata alla principale! Ormai lo stadio è in visibilio. Il cronista non ha più voce ma Proust non ha ancora finito. Subordinata causale, protasi! Il cronista si sgola, non ha più voce, ma Proust è in campo, in uno stato di trance, vede solo il gioco, non può fermarsi. L’azione va avanti, serpeggia inesorabile verso la fine del periodo. Subordinata ipotetica, subordinata temporale! Ormai tutti hanno il fiato sospeso nessuno quasi grida più e, finalmente, Proust scrive “azzurri”! E il periodo adesso ha un senso.

Se Proust fosse un giocatore, oltre che pallido e senza fiato, probabilmente non tirerebbe delle mine da centrocampo (ogni tanto anche quelle): gol comunque rari, mai scontati, come il gol di testa di Messi del 2009, contro il Manchester United. Proust quasi per certo arriverebbe in porta schivando, dribblando, schernendo, arrampicando, con una maestria tale che, una volta arrivata la palla in rete, ci sarebbe da rivedersi l’inizio dell’azione perché ce la saremmo già dimenticata.

Messi è definito da molti, e sembrano non avere dubbi, il più grande giocatore di tutti i tempi. E questa, oltre a sembrare un dato di fatto, è anche una storia più o meno romantica e più o meno perfetta per una favola. Potrebbe iniziare così: c’era una volta a Rosario, in Argentina, un bambino piccolino che, per colpa di una malattia, non cresceva come gli altri. La famiglia del bambino, che chiameremo Pulce, non aveva abbastanza soldi per curarlo, ma Pulce non si diede mai per vinto e sempre seguì la sua passione. E fece bene! Perché quel bambino aveva un dono, quando la palla gli toccava il piede, non la lasciava più, gli rimaneva incollata come con la colla. Un giorno, un’importante squadra spagnola notò Pulce e gli fece firmare il contratto su un fazzolettino. La squadra decise di curare il bambino che così ricevette le migliori cure e crebbe e crebbe e divenne un campione. Anzi, il più grande calciatore di tutti i tempi! Pulce rimase per tutta la vita fedele alla squadra spagnola e tutti lo osannavano anche se, con la squadra del suo Paese originario, non riusciva mai a vincere niente… Il resto lo sappiamo, e qui la favola perde un po’ di magia. E poi non si racconta una storia se non si conosce il finale.

La Recherche fu rifiutata da vari editori prima di diventare il classico della letteratura che tutti conosciamo. Questo per dire che ogni genio non può prescindere dal contesto nel quale crea la sua arte. Una cosa invece la sappiamo tutti: quando l’uomo scorge il genio ne riconosce la bellezza, quella famosa in grado di pizzicare le corde più profonde nell’anima del professorone e dell’ultimo dei ciabattini. Magari l’ultimo dei ciabattini non si leggerà tutti i volumi della Recherche come io non me la sento ancora di guardarmi tutto il campionato del Barça ma, quando la Pulce cambia espressione, entra nel suo stato di grazia e scrive le pagine della storia del calcio, anch’io, profana, assaporo la possibilità del piacere, a dirla come Proust, il principio di bellezza, e mi emoziono.

 

Emma Piazza è nata a Pavia da mamma pavese e padre corso. Ha vissuto a Milano, Londra e Barcellona. Ora sta a Lisbona. Lavora da anni in campo editoriale, come scout letterario. Il suo primo romanzo è L’isola che brucia (Rizzoli, 2018). Come i marinai, ha una squadra in ogni porto: a Milano tifava Milan, a Barcellona tifava Napoli e a Lisbona tifa Inter (ma anche Sporting). Nel calcio non è fedele, ma in campo letterario sì: quindi, in definitiva, tifa Proust.

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