Appendice

L’Islanda? È un Paese normale!

IL 114 09.10.2019

Aron Gunnarsson, 30 anni, islandese. Gioca in Qatar, nell’Al-Arabi

UNDICI SCRITTORI PER UNDICI CALCIATORI/9. Aron Gunnarsson è come il suo Paese e finalmente si può parlare di entrambi lasciando da parte stereotipi, preamboli fiabeschi e appendici enfatiche

Se avessi scritto questo pezzo un paio di anni fa, sarei partito da una notte d’inverno in fondo al fiordo più lungo d’Islanda. Avrei indugiato sul crepitio delle scarpe da trekking sui marciapiedi semighiacciati, sul chiarore diffuso di un cielo gravido di neve. Sul tentativo di una turista orientale di proteggersi dal vento del Nord inarcandosi di parecchi gradi in avanti, cercando di appallottolarsi alla maniera dei ricci di campagna. Mi sarei dilungato sulla fauna della birreria R5, centro di Akureyri; sull’odore acre della sua saletta interna in un venerdì che era un altro venerdì di febbraio ma pure il venerdì del mio trentesimo compleanno, ecco la ragione ultima di quest’incipit: il mio memorabile genetliaco e l’altrettanto memorabile chiacchierata con un giovane del posto, un islandese di cui non ricordo bene il nome ma addome e parlantina sì – tutt’e due eminenti. Se avessi scritto questo pezzo un paio di anni fa avrei riferito con tono sognante di come quell’avventore generoso ebbe a raccontarmi tra una pinta e l’altra della sua infanzia e del suo migliore amico dell’epoca: un calciatore, uno che – disse – di sicuro avevo sentito nominare anch’io. Il vicino di birra nella notte del mio trentesimo compleanno era stato a lungo compagno di squadra di Aron Gunnarsson, il capitano dell’Islanda che pochi mesi prima aveva eliminato l’Inghilterra dall’Europeo francese.

A suo dire, in verità, il mio amico bevitore avrebbe potuto avere una carriera agonistica del tutto paragonabile a quella del più celebre concittadino – sarebbe stato un centrocampista persino superiore a Gunnarsson, se per sfondare nel calcio un buon controllo di palla fosse sufficiente a compensare le ore che andrebbero trascorse sul campo e che invece taluni preferiscono trascorrere in luoghi tipo l’R5 di Akureyri.

Per diventare professionisti veri, proseguì il nostro, bisogna essere come Aron, che con la determinazione che si ritrova sarebbe potuto diventare professionista in qualsiasi sport di squadra avesse voluto. Dunque, un paio di anni fa avrei raccontato con dovizia di particolari la storia di Gunnarsson: l’innato carisma, i tatuaggi ispiratori, la barba folta e lo spirito – ça va sans dire – vichingo. La potenza e la precisione delle sue rimesse laterali, soprattutto, eredità dei promettenti esordi nella pallamano e origine diretta di tanti schemi (e tanti gol) della nazionale islandese.

Invece questo è un pezzo scritto nel 2019, e questa estate Aron Gunnarsson è passato dal Cardiff City – ultima annata nella Premier League inglese – all’Al-Arabi – squadra nemmeno troppo in salute della Stars League qatariota. Non di certo il trasferimento clou di questa sessione di calciomercato: un centrocampista di medio livello che a trent’anni decide di monetizzare al massimo l’ultimo contratto importante della carriera sfruttando fama e contingenze favorevoli (nel caso specifico, la presenza in Qatar dell’ex c.t. dell’Islanda Heimir Hallgrímsson, allenatore dell’Al-Arabi dallo scorso dicembre). Tutto in qualche modo nell’ordine delle cose. Eppure, quella di Gunnarsson di abbandonare dopo dodici stagioni l’orbita del campionato degli inventori del gioco del calcio per trasferirsi verso la dorata ma non troppo rilevante periferia pallonara di Doha, è stata una scelta simbolicamente significativa. Possiede il retrogusto agrodolce dell’irreversibilità, e dice qualcosa di più generale sul momento storico che sta attraversando la nazione islandese – oltre che sulla parabola del capitano della sua rappresentativa calcistica.

Il passaggio di Gunnarsson all’Al-Arabi è l’inizio della fine (della sua carriera di calciatore) e insieme l’ultimo passo del processo di normalizzazione del calcio islandese e della sua narrazione. Dopo un lustro di sovraesposizione mediatica, di reportage e saggi più o meno appassionati su tutta la serie di (inevitabilmente edificanti) valori veicolati dagli exploit di Gunnarsson e compagni, l’Islanda e i suoi calciatori si avviano a grandi passi verso una quanto mai opportuna fase di decentramento.

Anche perché non è che siano rimasti a frotte, sul continente, a simpatizzare anima e corpo per gli islandesi. La partecipazione ai Mondiali del 2018 ha provocato in molti l’effetto ammorbante della fiaba portata troppo per le lunghe, della festa durata oltre il necessario. L’Islanda sembra improvvisamente sul punto di diventare fuori moda, e non solo tra gli appassionati di calcio. Il turismo è da qualche mese in netto calo; l’isola compare con sempre meno frequenza tra le mete-dove-andare-assolutamente-il-prima-possibile. La Banca d’Islanda prevede per i prossimi anni un periodo di forte recessione. Dopo la sbornia dell’ultimo decennio, gli islandesi cominciano a essere preoccupati rispetto al futuro. Quello che li spaventa di più è probabilmente la condizione stessa della normalità. Refrattari per natura alle omologazioni, ontologicamente tendenti alla diversità, gli islandesi non sono affatto abituati a essere un Paese come gli altri. Un Paese soggetto ai comuni cicli dell’economia e dello sport, quelli per cui arriva necessariamente un momento in cui il flusso di visitatori dopo essere cresciuto fino all’inverosimile diminuisce e in cui la generazione di calciatori più gloriosa di sempre si avvia alla pensione – non dopo aver provato a qualificarsi a un altro Europeo: attualmente, schierando una formazione identica a quella dell’edizione precedente, l’Islanda è al terzo posto nel girone H, a soli tre punti da Francia e Turchia (l’11 ottobre si gioca la prossima partita, proprio contro la squadra allenata da Didier Deschamps). Il fatto che Aron Gunnarsson sia andato a svernare in Qatar come un qualsiasi campione del calcio mondiale è a ben vedere una conquista per l’Islanda, la certificazione dell’abbandono dell’eterno status di nazione (e nazionale) cenerentola; delle comodità e delle semplificazioni che esso prevede.

Nel 2019 è possibile parlare di calcio islandese senza necessariamente dilungarsi in preamboli fiabeschi e appendici enfatiche: è stato già fatto. Si può provare a raccontare l’Islanda senza accattivarsi a ogni costo il gusto di lettori che quassù ormai ci sono già venuti – o non hanno più così tanta voglia di venirci – e che ai dettagli conclusivi di un compleanno trascorso in fondo al fiordo più lungo dell’isola non sono granché interessati, forse.

Leonardo Piccione è nato nell’estremo Sud dell’Italia (la Puglia) e si è appassionato all’estremo Nord dell’Europa (l’Islanda), a cui ha dedicato Il libro dei vulcani d’Islanda (Iperborea, 2019). Ha un dottorato in statistica e collabora con il Museo dell’Esplorazione di Húsavík. È cofondatore del magazine online Bidon – Ciclismo allo stato liquido. Tifa Bari e Milan.

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