Appendice

L’occhio del ciclone

22.10.2019

Su “IL” 93, uscito a luglio 2017, abbiamo pubblicato un racconto di Sandro Veronesi, intitolato “L’occhio del ciclone”. Quella storia è poi confluita nel suo nuovo romanzo “Il colibrì”, che esce il 24 ottobre. Quel racconto, che vi ripresentiamo qui, è quindi anche un estratto del nuovo romanzo

Duccio Chilleri era un ragazzo alto e sgraziato ma ugualmente dotato negli sport, anche se meno di quanto aveva creduto suo padre. Nero di capelli, sorriso cavallino, magro da fare impressione, era accompagnato dalla reputazione di portare sfortuna. Nessuno raccontava come e quando avesse avuto inizio quella diceria sul suo conto, e perciò sembrava che se la portasse dietro da sempre, insieme al soprannome che ne era scaturito — l’Innominabile —, anche se durante l’infanzia il suo soprannome era un altro. Blizzard, era il suo soprannome durante l’infanzia, dovuto alla marca di sci utilizzati nelle gare in cui si segnalava nell’Appennino tosco-emiliano come una promessa della categoria Cuccioli e in seguito Allievi e Aspiranti. In realtà, come per ogni cosa, un inizio c’era stato, e risaliva proprio a una gara di sci — uno slalom gigante nella stazione sciistica di Zum Zeri — Passo dei Due Santi, valido per le qualificazioni interzonali. Duccio Chilleri aveva 14 anni e aveva chiuso la prima manche al secondo posto della sua categoria, dietro a un antipatico campioncino modenese di nome Tavella. Le condizioni meteorologiche erano proibitive, soffiava un gran vento e ciononostante la pista era immersa nella nebbia, tanto che la giuria aveva preso in considerazione l’ipotesi di annullare la gara.

Poi il vento era calato e la seconda manche era stata fatta disputare anche se la nebbia si era infittita. In attesa della partenza il suo padre-allenatore gli scaldava i muscoli delle gambe spronandolo ad attaccare il percorso senza paura, attaccare, attaccare, alla morte, per scavalcare quel Tavella, e quando fu al cancelletto di partenza, pronto a scattare nella pista invisibile, mentre il padre-allenatore continuava a ripetergli che poteva farcela, poteva vincere, poteva battere Tavella, Duccio Chilleri fu udito pronunciare la seguente frase: «Tanto lui casca, e si fa anche male». Arrivò in fondo col miglior tempo, e subito dopo di lui fu il turno di Tavella. Nessuno vide bene come andò, tanto fitta era la nebbia, ma poco prima dell’intertempo, in una compressione alla fine del muro, fu udito un urlo straziante provenire dal tracciato, e quando i giudici accorsero trovarono Tavella a terra, svenuto, con mezzo paletto conficcato in una coscia — allora si usavano ancora paletti di legno, e qualche volta il legno si spezzava — e una pozza di sangue che smaltava di rosso il tutt’uno lattescente di neve e nebbia. Sembrava fosse stato attaccato dagli indiani. Il ragazzo non morì dissanguato solo perché il paletto, attraversato il muscolo, aveva soltanto sfiorato l’arteria femorale, ma si trattò dell’incidente più grave della storia di quella stazione sciistica, destinato a essere rievocato per molte stagioni a venire, insieme alle parole pronunciate da Duccio Chilleri prima di prendere il via.

Così, all’ingresso dell’adolescenza aveva avuto inizio la sua fama di menagramo, all’improvviso e senza occasione di riscatto. Nessuno, nemmeno retrospettivamente, si era mai dato pena di osservare che il significato di “blizzard”, in inglese, era “tempesta” — il che in pratica lo collocava fin da bambino nel quadro karmico meglio identificato dal soprannome che lo attendeva da adulto. Né tantomeno si era avventurato a ipotizzare che il suo cognome, abbastanza raro in Italia e presente solo in alcune zone della Toscana, potesse (suggestivamente, nel suo caso) derivare dalla parola inglese “killer”: avrebbe sbagliato, poiché l’origine di quel cognome è dovuta probabilmente a uno scambio di consonante col più comune Chillemi, originario della Lombardia nel suo ramo nobile e molto radicato in Sicilia in quello plebeo, oppure alla migrazione italiana di alcuni membri dell’antica viscontea francese dei Chiller —, ma è per dare nozione dell’assoluta superficialità del fenomeno che lo investì, della totale assenza di approfondimento che lo accompagnò. Portava jella e basta, che c’era da approfondire?

Nel passaggio da Blizzard a l’Innominabile il bottino di amicizie conquistato con i risultati sportivi si era eroso, e si può dire che all’età di sedici anni l’unico amico che gli era rimasto in tutta Firenze fosse Marco Carrera. Erano stati compagni di banco alle elementari e alle medie, compagni di tennis al C.T. Firenze, compagni di Sci Club fino a quando Carrera non aveva smesso di fare le gare, e sebbene frequentassero due licei diversi avevano continuato a vedersi ogni giorno anche per motivi extrasportivi — principalmente l’ascolto della musica West Coast americana per la quale li accomunava una tenace fittonata. Ma soprattutto, soprattutto, a blindare la loro amicizia era sopraggiunto il gioco d’azzardo. Ad averlo nelle vene, in verità, era Duccio; Marco si era limitato a farsi trasportare dalla passione dell’amico, e a godere insieme a lui del formidabile senso di libertà, ma si potrebbe anche dire di liberazione, che quella sterzata era stata in grado di produrre nelle loro vite.

Nessuno dei due, infatti, apparteneva a una famiglia che avesse mai ospitato quel demone anche solo perifericamente, nemmeno in tempi remoti: nessun prozio caduto in miseria nei saloni di baccarat dell’aristocrazia fascista, nessuna ottocentesca fortuna svanita in quattro e quattr’otto a causa della scelleratezza di un bisnonno con le rotelle danneggiate dalla Grande Guerra. Semplicemente, il gioco era stata una loro scoperta. Duccio, in particolare, se ne serviva come grimaldello per forzare la gabbia dorata (allora si diceva così) che i suoi genitori gli avevano costruito intorno, e la prospettiva di dilapidare il loro patrimonio nelle bische e nei casinò lo attraeva almeno quanto quella di accumularlo con i negozi di abbigliamento aveva attratto i suoi genitori. E comunque, aveva quindici, sedici, diciassette anni: cosa vuoi dilapidare a quell’età? Per quanto generosa fosse la sua paga settimanale (doppia, più o meno, di quella di Marco), non è che con quella disponibilità potesse scalfire la prosperità della sua famiglia: tutt’al più, nei periodi avversi, poteva ritrovarsi a contrarre qualche debito a Mondo Disco, il negozio di dischi di via dei Conti dove lui e Marco si rifornivano di musica d’importazione — debito che nel giro di poche settimane era sempre in grado di estinguere da solo senza che i suoi genitori nemmeno se ne accorgessero.

Il fatto è che il più delle volte vinceva. Era bravo. Nei poker con gli amici (quelle innocenti partitine del sabato notte nelle quali si poteva arrivare a vincere ventimila lire al massimo) non c’era proprio gara, e per questo, complice la fama che frattanto lo aveva trasformato nell’Innominabile, fu presto messo al bando. Marco no, non fu bandito, e per un po’ di tempo continuò a parteciparvi, vincendo sempre anche lui, finché fu lui stesso ad abbandonare quelle partitine per seguire l’amico su strade più professionali. I cavalli, dapprima. Essendo ancora minorenne, Duccio Chilleri non poteva avere accesso alle bische clandestine né tantomeno ai casinò, ma al picchetto delle Mulina non chiedevano i documenti. Anche in questo aveva talento, non improvvisava. Eccolo dunque marinare sistematicamente la scuola per passare intere mattinate all’ippodromo a veder sgambare i cavalli, in compagnia di vecchi catarrosi che lo introducevano ai segreti del regno del trotto. Ed ecco anche Marco al suo fianco, sempre più spesso, sia in quel prezioso tirocinio mattutino, sia nelle sale-corse al pomeriggio, sia di nuovo lì, alle Mulina, nelle riunioni serali, a scommettere sui cavalli visionati direttamente o su quelli destinati a vincere nelle corse combinate di cui avevano avuto notizia. Di nuovo, i due amici vincevano molto più di quanto perdessero.

Diversamente da Marco, però, che non aveva abbandonato le altre amicizie, né lo sport, né l’interesse per le ragazze, e aveva sempre tenuto all’oscuro la famiglia di questa sua attività — che manteneva intatte, cioè, le opportunità di approdare alla vita brillante che tutti gli pronosticavano —, Duccio si servì del gioco per recidere i legami col destino borghese che negli anni di Blizzard era stato da tutti, perfino da lui, considerato scontato. Tanto lo aveva umiliato, all’inizio, la scoperta di essere diventato l’Innominabile, quanto di questo destino, in seguito, aveva imparato a farsi forte. Malgrado i suoi ex-amici lo evitassero come la peste, li vedeva pur sempre ogni giorno a scuola, e poiché Firenze non era Los Angeles, li incontrava anche per caso, in centro, al cinema, al bar. In quelle circostanze aveva capito che qualunque suo pronunciamento aveva la forza mistica un anatema, e dato che qualcosa di brutto capitava a tutti, prima o poi, tanto un «ti vedo bene» quanto un «mi sembri un po’ giù» si rivelavano ugualmente micidiali per il suo interlocutore e lo annichilivano all’istante. Per quanto suonasse sbalorditivo, infatti, al fatto che Duccio Chilleri portasse jella gli altri ragazzi avevano finito per credere davvero. Non Marco, naturalmente, e la domanda che tutti finivano per ripetergli era sempre la stessa: «Ma perché continui a uscire con lui?». E anche la risposta era sempre la stessa: «Perché è un mio amico».

Eppure, sebbene Marco non lo avrebbe mai ammesso, c’erano anche altre due ragioni per cui lo frequentava, molto meno pure. Una, l’abbiamo detto, era il gioco: insieme a lui Marco provava impareggiabili botte di adrenalina, guadagnava soldi e scopriva tutto un sottomondo che né la sua elegantissima madre, né il suo mite padre, né i suoi due fratelli — l’una, più grande, tutta assorbita dai propri problemi relazionali, l’altro, più piccolo, divorato dalla competitività — erano mai arrivati nemmeno a concepire. L’altra ragione era perdutamente narcisistica: il fatto che continuasse a frequentare un individuo che gli altri avevano messo al bando, a lui veniva perdonato: per la sua intelligenza, per il suo bel carattere, per la sua generosità — qualunque ne fosse il motivo, Marco aveva il potere di andare contro il diktat del branco senza incorrere in alcuna sanzione, e specchiarsi in questo potere lo gratificava. Anzi, a dire il vero le ragioni per cui, andando avanti negli anni, aveva continuato a uscire con Duccio Chilleri erano soltanto queste, mentre quelle che avevano nutrito la loro antica amicizia svanivano una dopo l’altra. Duccio, infatti, era cambiato — e come Marco cominciò a capire di qualsiasi cambiamento, era cambiato in peggio. Fisicamente era diventato alquanto impresentabile: quando parlava, una bavetta bianca aveva preso a raggrumarglisi negli angoli della bocca; i capelli corvini erano sempre più unti e forforosi; si lavava poco e il più delle volte puzzava.

Col passare del tempo aveva perso ogni interesse per la musica: l’Inghilterra era risorta — Clash, Cure, Costello, Graham Parker & the Rumour — ma a lui non interessava, non comprava più dischi né ascoltava le cassette che Marco gli registrava. Non leggeva più libri né giornali, solo Trotto Sportsman. Il suo modo di parlare era smottato non si sa come verso espressioni scarognate del tutto estranee al lessico della sua generazione: “ottimo e abbondante”, “o kappa” o addirittura “oc”, “spesso e volentieri”, “morale della favola”, “tante cose”, “senza meno”. Alle ragazze non pensava, tutto ciò che gli serviva lo trovava dalle puttane delle Cascine.

No, Marco gli voleva ancora bene ma come amico Duccio Chilleri non era più praticabile, e non per la sua fama di Innominabile. Anzi, forte della sua impunità, quella fama Marco continuava a contraddirla accanitamente, addirittura eroicamente quando si trattava di farlo con qualche ragazza che gli piaceva: siete pazzi, diceva, io non capisco come possiate crederci veramente. E quando quelli si mettevano a snocciolare la lista di sinistri, di lutti e colpi di rogna rilevati nei dintorni di una sua apparizione, ribadiva la propria condanna brandendo con sdegno la prova definitiva: ma prendete me, per Dio. Io lo frequento. Non mi è mai successo nulla. Voi frequentate me — nulla. Che cazzo andate dicendo?

Ma ormai era impossibile rimuovere la crosta che si era solidificata attorno alla figura di Duccio Chilleri — e perciò, a confutare il ragionamento di Marco era spuntata la teoria dell’occhio del ciclone. Recitava così: come non si soffrono conseguenze se ci si posiziona al centro dei vortici ciclonici che devastano coste e città, se ci si manteneva a stretto contatto con l’Innominabile, come faceva Marco, non si rischiava nulla; un leggero scarto, però — un incontro casuale, un passaggio in macchina, perfino un semplice saluto da lontano — e si faceva la fine dei villaggi spazzati via dagli uragani tropicali nella loro corsa verso nord-est. Questo risolveva tutto: permetteva agli amici di Marco di continuare a scherzare ma anche a credere davvero nel malaugurio causato dal Baron Samedi (un altro degli appellativi con cui Duccio Chilleri veniva identificato, insieme a Loa, Bokor, Mephisto e Ypso), e a Marco Carrera di continuare a frequentarli ma anche a biasimarli per la loro superstizione. Era un equilibrio — l’unico possibile. La teoria dell’occhio del ciclone.

* * *

Verso i vent’anni presero a bazzicare i casinò stranieri — in Austria, perlopiù, e in Jugoslavia —, ma i lunghi viaggi in macchina che Duccio Chilleri pianificava meticolosamente, completi di soste in bordelli e ristoranti, a Marco erano venuti a noia. A parte che quelle diecidodici ore chiuso insieme a lui nell’abitacolo della Fiat X1/9 di Duccio erano diventate una faccenda davvero pesante da sopportare, Marco Carrera avvertiva l’esigenza di trasferte più professionali, senza goliardia, senza puttane, interamente rivolte a ottimizzare gli esiti del gioco. In realtà, come abbiamo detto, l’amicizia che l’Innominabile ancora nutriva per lui, la voglia di fare zingarate insieme, l’eccitazione di dividere il tempo, in Marco erano svanite: sopravviveva in lui soltanto il desiderio di presentarsi nei casinò in compagnia di quel formidabile compagno, esperto di sistemi alla roulette, extrasensoriale nell’ispirazione a Craps, ferino nell’istinto al Blackjack. Perciò un giorno prese in mano la situazione e decise che per una volta avrebbero viaggiato in aereo, malgrado Duccio Chilleri avesse paura di volare.

Furono necessarie quattro intere serate per smontare la sua avversione agli Uccelli di Ferro, utilizzando — e questo era il colmo — gli stessi argomenti razionali e antiscaramantici che opponeva a tutti gli altri per contrastare la loro avversione nei suoi confronti. Alla fine l’aveva spuntata, e un profumato pomeriggio di giugno si erano presentati all’aeroporto di Pisa con la prospettiva di un lungo fine settimana al casinò di Lubiana, dove erano già stati l’anno prima in macchina, vincendo parecchio. In realtà sarebbe stato lungo anche il viaggio, perché Marco aveva scovato un volo charter molto economico di una compagnia jugoslava chiamata Koper Aviopromet che per qualche ragione però spezzava la tratta tra Pisa e Lubiana con un enigmatico scalo a Larnaca (Cipro). Grazie a quell’assurdità si quadruplicavano i tempi di viaggio ma, misteriosamente, si abbatteva in proporzione inversa il costo dei biglietti.

All’imbarco Duccio Chilleri era molto nervoso. Marco gli aveva rifilato un paio di tranquillanti sottratti dalla farmacia privata di sua sorella, grande consumatrice di farmaci psicotropi — ma l’inquietudine dell’amico non era diminuita. Una volta sistemati ai loro posti, Duccio aveva cominciato a dare segni d’insofferenza osservando l’usura di sedili e cappelliere — segno secondo lui di scarsa manutenzione dell’apparecchio —, ma a terrorizzarlo era soprattutto la gente che continuava a salire a bordo. Brutta gente, ripeteva, gente scarognata, segnata. Guardali, ripeteva, sembrano già morti; guarda quello, ripeteva, guarda quell’altro, è come vedere la foto sul giornale. Marco continuava a ripetergli di rilassarsi, di non dire stronzate, ma l’ansia dell’Innominabile cresceva sempre di più.
D’un tratto si alzò in piedi, mentre la gente continuava a salire a bordo, e si mise a gridare chiedendo se ci fosse una persona famosa a bordo, un calciatore, un attore, un miliardario — uno al quale la vita avesse mai sorriso.

I passeggeri che stavano faticosamente percorrendo il corridoio per raggiungere i propri posti lo guardavano stupiti, qualcuno gli chiese con chi ce l’avesse. Con voi, rispose Duccio Chilleri, perché siete già morti e volete ammazzare anche me. Marco Carrera gli cinse le spalle, lo spinse di nuovo a sedere, s’industriò a calmarlo, con dolcezza, abbracciandolo, resistendo al tanfo di trattoria di cui era intrisa la sua giacca, e allo stesso tempo cercando di calmare anche le altre persone che, lì intorno, cominciavano a protestare, a rispondergli. Non è niente, ripeteva, e Duccio chiosava certo, qua moriamo tutti e non è niente. Così, mugugnando con la faccia tra le mani, sul punto di piangere ma tenuto a bada dall’amico, cessò di molestare gli altri e parve rassegnarsi. Ma quando nell’aeromobile fece ingresso una comitiva di boy scout la situazione precipitò di colpo. Duccio Chilleri insorse: no! I boy scout no! Si parò davanti al primo della fila, un ragazzone irsuto e massiccio, particolarmente ridicolo nella divisa da Capo Pattuglia.

Dove credete di andare, voi? Il ragazzone rimase interdetto, forse lo scambiò per uno steward perché gli mostrò la carta d’imbarco. Fuori da questo aereo! Via, sciò! Marco scattò di nuovo in piedi per calmarlo, ma stavolta Duccio Chilleri aveva perso il controllo: agguantava la testa dei boy scout terrorizzati, la scuoteva — assassini, gridava, andate via! —, e quando alcuni cominciarono a reagire, e presero a volare spintoni e insulti, Marco Carrera capì che il week end a Lubiana era sfumato. Spacciandosi per medico — era solo al secondo anno di medicina, e si vedeva —, diagnosticò all’amico un attacco epilettico di tipo B (così, a invenzione) e pretese che il portello dell’aereo venisse riaperto per riportarlo a terra. Al personale di bordo non parve vero di liberarsi di quell’ossesso e così, recuperato il bagaglio dalla stiva direttamente lì sulla pista (l’aeroporto di Pisa, all’epoca, era gestito parecchio alla buona), i due ragazzi fecero rientro nel terminal mentre l’aereo cominciava a rullare sulla pista.

Appena sceso a terra, del resto, Duccio Chilleri si era calmato — dando mostra, anzi, di un’assurda euforia, come di chi tornasse al mondo dagli inferi. Marco Carrera invece era furioso, ma per evitare una lite grottesca, lì, davanti a tutti, s’era sforzato di controllare la rabbia, rinchiudendosi in un cupo silenzio. Cupo e via via anche sinistro, perché mentre guidava la macchina per tornare a Firenze e separarsi da Duccio il prima possibile, sotto la rabbia che gli rombava in petto e anche sotto la vergogna, sì, che lo aveva spinto a scappare come un ladro nel timore che la notizia della loro sceneggiata si spargesse anche fuori dall’aereo su cui si era consumata, mentre era lì a guidare in autostrada, dunque, per la prima volta i contorni di ciò che era successo gli si mostrarono così come sarebbero apparsi a chiunque altro. Cos’era successo, per lui? Era successo che il suo ormai ex-amico Duccio Chilleri aveva passato la misura, mandando all’aria un fine settimana organizzato con cura e anche, questo Marco glielo avrebbe detto chiaro, la sua disponibilità a rimanere l’ultimo essere umano di questo mondo a sforzarsi di difenderlo e di sopportarlo. Questo era successo, per lui — solo questo. Ma agli occhi di qualunque altro che lo conoscesse, cosa era successo? Che cosa enorme, indicibile, terrificante aveva fatto l’Innominabile, agli occhi inorriditi di chiunque altro?

Bastò a Marco identificarsi in uno qualsiasi degli altri suoi amici per avvertire un morso allo stomaco del quale, poi, non riuscì più a sbarazzarsi. E ancora nella notte, a casa, dopo avere scaricato Duccio Chilleri sul marciapiede senza nemmeno salutarlo, e avere inventato una balla ai genitori sul cambio di programma per il weekend, si ritrovò a rivoltarsi nel letto pensando e ripensando ai volti effettivamente troppo anonimi dei compagni di viaggio abbandonati al proprio destino su quell’aereo, ai poveri, ignari boyscout che chissà dove cazzo si credevano di andare, alle hostess slave col trucco pesante ingenuamente sollevate nel vedere lui e l’Innominabile sbarcare dall’aeromobile dopo quell’oracolare piazzata — quando invece avrebbero dovuto fare una catena umana per impedirne lo sbarco…

Mentre Marco Carrera così si arrovellava, sudando tra le lenzuola, incapace di prender sonno e men che meno di godersi il profumo del ryncospermum che filtrava dalla finestra socchiusa, al largo della costa settentrionale di Cipro la tragedia si era già consumata, ma ancora lui non lo sapeva: il DC-9-30 della Koper Aviopromet, vanamente atteso sulla pista dell’aeroporto di Larnaca, era già stato inghiottito dal Mare della Cilicia; le persone alle quali Marco pensava con un misto di pietà e preoccupazione, già tutte morte; il ricordo della fatwa che su di loro l’Innominabile aveva scagliato già cancellato per sempre dalle sue stesse drastiche conseguenze. Non sapendo ancora queste cose, alla fine si addormentò, e in una vita ricca di molte altre ultime notti, quella per lui fu l’ultima notte d’innocenza.

Sandro Veronesi

Il colibrì

La nave di Teseo 2019
384 pagine,
20 euro

 

In libreria dal 24 ottobre
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