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Futuro ibrido, diffuso, condiviso

IL 115 14.10.2019

All'interno del Mart di Rovereto

C'è qualcosa che Rovereto può insegnare a Milano e alle altri grandi città, a partire dal suo museo, avamposto culturale alla prese con le sfide del contemporaneo

«Non basta più avere un bel museo, firmato come il nostro da Mario Botta. Né organizzare mostre importanti. Bisogna proporre un’esperienza più ampia, diversa, a chi si prende la briga di arrivare fino a qui». Per Gianfranco Maraniello, direttore del Mart di Rovereto, è chiara la sfida di gestire un’istituzione che comprende 20mila opere d’arte (con focus sugli ultimi 150 anni della nostra storia) su 5mila metri quadrati di spazio, la Casa d’Arte Futurista Depero, la Galleria Civica di Trento: «Siamo fuori da un contesto metropolitano. Dobbiamo cogliere questa peculiarità. Tanto più che negli ultimi anni la mappa dei musei e delle città turistiche si è allargata. Si prendano Bologna o Milano, per esempio, con quest’ultima che ha visto affermarsi, dopo Expo, la proposta di Palazzo Reale, del Museo del Novecento, dell’Hangar Bicocca, della Fondazione Prada. L’idea progettuale del Mart, quando è stato inaugurato, nel 1988, era di costruire una sede di architettura moderna in un luogo di richiamo turistico. Un punto di partenza che oggi va aggiornato».

La sezione “L'irruzione del contemporaneo” al Mart di Rovereto

Bianca Lampariello

Sulla diversità il Mart ha costruito l’identità e continua a disegnare la sua traiettoria. «L’obiettivo è di farne un museo diffuso», continua Maraniello, «un distretto culturale, grazie alla collaborazione di tutti gli enti che già ci sono: dall’università ai vicini auditorium e Teatro Comunale. C’è il progetto di aprire un grande giardino da tempo chiuso per farne un collegamento con il centro della città. L’università ha firmato con il Mart un protocollo per la riqualificazione dell’area. Botta ci ha regalato il progetto, i fondi ci sono: non resta che concretizzare questa cittadella dell’arte e dei saperi. Il primo passo è la rinnovata caffetteria, appena ristrutturata e che da ottobre vedrà la gestione dello chef stellato Alfio Ghezzi». La multidisciplinarietà è la cifra di questa visione: «Per il 2020-21 è in cantiere un cartellone di eventi condivisi da tutti gli attori coinvolti, con i quali si lavorerà su grandi temi comuni: a Rovereto non si verrà più solo per l’arte», spiega Maraniello. Anche se questa rimane il punto focale dell’attività scientifica, con l’eredità futurista da una parte (e le collaborazioni con Yale e la sua Beinecke Library) e la coerenza della ricerca e delle proposte.

Affidata al curatore Germano Celant, dal 12 ottobre fino al 2 febbraio ci sarà la mostra Richard Artschwager: «Dopo farà tappa al Guggenheim di Bilbao, a cui Rovereto guardò nella sua progettazione. È un cerchio che si chiude».

Sulle forme della contemporaneità, Maraniello non ha dubbi: «Passano anche per i social: costruiscono un immaginario. Uno va al museo perché vi ritrova qualcosa che è già noto». E sulla concorrenza delle grandi città, conclude con una battuta: «Milano non si è dotata di un museo di arte contemporanea, lo dico con rammarico. Ma che non ci sia un Mart, è una fortuna per Rovereto».

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