Appendice

Quel bambino gioca a pallone come un gatto

IL 114 18.10.2019

Nicolò Barella, 22 anni, è nato a Cagliari. Gioca nell’Inter

UNDICI SCRITTORI PER UNDICI CALCIATORI/11. Tra i nomi che nel “fùbol” di livello hanno trovato un posto, lasciando cuori infranti che li hanno visti partire per lidi d’altro colore, c’è lui, il Nicolò Barella. Lo posso dire, l’ho visto dalla mia curva a cielo aperto. E lo vedo ancora adesso, ma ormai solo dal divano

Non so se la cosa gli possa far piacere. Mi auguro almeno che non gli dispiaccia troppo. Mal che mi vada spero che non voglia vendicarsi con uno di quei colpetti fuorilegge che ogni tanto gli scappano sul campo. Mi riferisco a Nicolò Barella perché sto per paragonarlo a un gatto nell’ottica di una zoomorfa interpretazione del calcio, quello che conta e anche no. Diciamo che sono un frequentatore di tribune e curve a volte desolate. Ma anche a noi paria senza diretta Sky a volte capita chi illumina d’immenso il campo di destinazione, sul quale riversiamo l’irredimibile passione, lasciando a casa mogli cui Rita Pavone ha regalato l’inno dell’abbandono. Tra i nomi che nel fùbol di livello hanno trovato un posto, lasciando cuori infranti vedendoli partire per lidi d’altro colore, c’è lui, il Barella, che da un azzurro di periferia mi è andato a tingersi di un altro azzurro, nel cielo che si illumina di quattro enormi stelle. Gatto Barella quindi è, tra i felini, uno di quelli furbi. Sconfesso il luogo comune secondo il quale la furbizia sia dote comune quanto perfezionata per tutti i mici. La vita comoda ne ha rammolliti tanti. Le scatolette coi cibi equilibrati, i croccantini, forse anche le pubblicità in cui zampettano con agio da damerini o debuttanti al ballo li hanno convinti che forse non vale più la pena di spendere energie per guadagnarsi il pane. Gatto Barella invece viene dalla campagna, da quella terra di conquista dove se vuoi mangiare e non stai sempre con l’occhio all’erta e pronto allo scatto, nessuno ti porterà il bocconcino prelibato sotto il naso. Ecco perché Barella è un gatto e, come tale, a volte fa le fusa in campo. Ma, nessun dorma!, poiché è un ron ron fittizio, segnale diversivo per l’avversario che si ipnotizza a quella cantilena trovandosi poi (oibò, l’aveva fino a un istante prima!) senza pallone al piede.

Lo posso dire, l’ho visto dalla mia curva a cielo aperto. Lo vedo ancora adesso, ormai solo però dal comodo un po’ sfondato del mio divano e, quale che sia la maglia che lo distingue, penso che pure io avevo detto che sarebbe diventato un grande. Lo curo, insomma. S’intenda bene, nel senso che il verbo “curare” ha nello slang delle mie parti. Ti curo, ti tengo d’occhio, ti seguo, non perdo le tue mosse. Seguo gli scatti e i tiri, esulto ai gol, sorrido alle maschere innocenti rivolte all’arbitro quando costui gli sventola sotto il naso il cartellino giallo. Ma tengo d’occhio anche la pelle e la pettinatura. Curiosità da figlio di oratorio, la mia. Eredità del tempo in cui il tatuaggio era dei marinai o di soggetti che il mare lo vedevano magari, ma da una finestra con le grate. Non so se il Nicolò abbia ceduto alla corrente moda. Nel caso avrei poco da dire benché mi piacerebbe saperlo immune, ma nella pettinatura vedo una certa fedeltà a rigorosi canoni di schiettezza e pulizia non solo fisica. Il capello corto, ben pettinato, a incorniciare il viso franco, forse un po’ imberbe, così che su quella testa i grilli non abbiano agio alcuno di farci il nido. L’età mi induce ad apprezzare sempre più la gioventù che cresce, senza che faccia differenza tra chi tira un pallone e chi sui libri s’ingobbisce. Ecco perché, quando lo vedo, Barella non mi sembra solo gatto ma anche bambino. Lo vedo uscire dalla scuola correndo in testa al gruppo, la cartella a tracolla, il ciuffo sulla fronte, pronto a sfogare l’energia repressa. Ovvio che i miei riferimenti temporali e di costume sono datati, ma credo nella sostanza intima dell’essere umano fatta di irrinunciabili principi di correttezza, codici di etica e di morale che si apprendono anche grazie all’esperienza altrui. E allora non mi sembra proprio un caso che Nicolò Barella abbia affinato il suo talento naturale ed educato il suo spirito agonistico nell’atmosfera di una scuola calcio che è garanzia maiuscola, portando il nome, e qui si finga d’udire il rombo del tuono, di Giggi Riva, laddove la doppia “g” non è un refuso.

Barella gatto quindi, senza offesa, e anche un po’ bambino. Ma, piacendomi lasciare correre la fantasia mentre lui corre davvero sui campi della gloria pallonara, vedo in Barella anche una bevanda, una bibita. Naturalmente non alcolica. Chinotto?, penso. Perché no? Chinotto sia allora. E in questo caso non c’entra la mia età poiché a guardar bene, ne avessi tenuto conto, avrei dovuto rilanciare la gazzosa bevuta con una stringa di liquirizia (poi con il resto della mancetta si andava al cinema oppure, risparmiando, si stava intorno a qualche radiolina, e Ameri e Ciotti e «clamoroso al Cibali!»). Chinotto invece, come s’è deciso e per una ragione di amore patrio. Lui, quello servito dentro la bottiglia di vetro panciuto, mi sembra il miglior simbolo dell’italiano assetato che spegne l’arsura attaccandosi al collo di un prodotto di schietto stampo italico. Prodotto che forse paga dazio alle straniere coche e pepsi così come sul campo tanti nostrani giovanotti devono lasciare spazio a più o meno talentuosi piedi d’importazione.

Ecco perché Barella, gatto e bambino, sta bene anche in forma di Chinotto. Perché, come la bibita, risveglia il sentimento che in fondo in fondo non siamo poi tanto male come Paese. Provi chi ha abbandonato quella bevanda a riscoprirne il gusto, potrà succedere che un’antica fiamma si riaccenderà. Così come vedere correre avanti e indietro il giovane Barella mi, ci, indurrà a riflettere su quei tesori che abbiamo sotto gli occhi e attendono soltanto l’occasione per essere apprezzati. I paesaggi, il cibo, l’arte, i musei. Le città grandi così come le piccole. Anche i paesi e i fiumi, i laghi e il mare. Ricchezze che abbiamo sotto gli occhi e rendono dolce la vita. Cui aggiungo, hic et nunc, Nicolò Barella, perché di calcio vive non solo chi lo pratica, ma anche chi ne gode da una tribuna o curva, o anche da un divano.

 

Andrea Vitali, medico e scrittore, ha fatto il suo esordio narrativo nel 1990. Nel 2003, con Una finestra vistalago, ha iniziato un sodalizio con Garzanti, con cui ha pubblicato più di venti romanzi di enorme successo, tra cui Olive comprese , La modista, Nome d’arte Doris Brilli e Certe fortune. Sempre nel 2019 è uscito anche Documenti, prego (Einaudi Stile Libero). Appena uscito, sempre per Garzanti, Sotto un cielo sempre azzurro. Ha scritto anche Bella Zio. Il romanzo di formazione di Beppe Bergomi (Mondadori, 2018). Tifa Como.

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