Se si trova la lingua giusta per raccontarla, la vita dei giovani intrappolati in un posto che non è più periferia e non è ancora campagna diventa sorprendente. E anche tutto il resto non è noia. Pubblichiamo in anteprima alcune pagine de “Il feudo”, un romanzo francese in uscita per Sellerio

Viviamo in una piccola città, tipo quindicimila abitanti, a cavallo tra la periferia e la campagna. Troppo cemento per poterci considerare veri campagnoli, troppo verde per assimilarci alla feccia suburbana. Tutt’intorno ci sono paesini, frazioni, borghi delimitati da campi e boschi. Dal punto di vista di questi centri siamo cittadini, mentre da quello della grande città, che si trova a poco meno di cento chilometri da qui, siamo zappaterra. Personalmente, io di agricoltura non ne so un tubo.

La superficie urbana è attraversata da un fiume. La corrente risale da sud a nord, verso la grande città. Sulla riva est ci sono i due principali quartieri satellite, Les Tours, sulla collina, e Les Bâtiments, più in là, con in mezzo il commissariato, poi l’ospedale, il polo scolastico, l’autostrada, la zona commerciale con negozi malmessi, discount e tutto a un euro. Sulla riva ovest, una volta passato il ponte, vedi subito il centro storico, la chiesa, una piazza, qualche bar, esercizi commerciali sull’orlo del fallimento e, alla fine, le varie traverse. Di recente hanno chiuso la libreria. Le aree limitrofe sono fondamentalmente rurali e operaie. Motivo per cui ci trovi più agenzie di lavoro interinale che panetterie. Dopo il centro, superato il canale, incontri la stazione e i quartieri residenziali, disposti attorno al municipio, la piscina comunale, lo stadio, la scuola privata e il supermercato. E proprio in fondo un’altra collina fronteggia la prima, solo che qui, invece di un agglomerato di condomini, vedi case di lusso. A ovest ci sono parecchie lottizzazioni residenziali come quella in cui sono cresciuto io e dove vivo ancora oggi. Sono tutte più o meno collegate tra loro, e i giovani dell’una si frequentano con quelli dell’altra. La nostra è un po’ in disparte, più vicina al centro. Più a est. Di conseguenza non ci siamo mai identificati fino in fondo con gli abitanti delle villette, pur venendo come loro dalle lottizzazioni. Tanto per cominciare, noi non avevamo gli scooter. E quando i ragazzi di lì si vedevano con quelli di città, di solito era per scarrozzarli a destra e a manca in moto.

Il polo scolastico è sulla riva est, tra i complessi delle Tours e dei Bâtiments. I bulli della zona li ritrovavi tutti là, nelle due scuole dell’obbligo, e un po’ meno al liceo. I tre edifici danno su un’autostazione, punto di ritrovo e luogo deputato a regolamenti di conti, combutte, imbrogli, minacce e pressioni. Dato che io e i miei amici venivamo dalle lottizzazioni non eravamo presi sul serio. Per quelli delle Tours, in particolare, ce la tiravamo e basta, perché li copiavamo nel vestire e negli atteggiamenti, però avevamo le nostre belle camerette e la roba di marca che indossavamo non era stata grattata al negozio. Poco credibili, quelli che giocano a fare i bulli. Non era visto di buon occhio. Anche Iks è cresciuto in un’area di lottizzazione, ma a lui nessuno diceva niente, perché tutti si ricordavano di quando un tizio aveva provato a sfidarlo. È successo all’autostazione. Sono arrivati in tre. Ce n’era uno che alzava la voce più degli altri. Iks l’ha mandato al tappeto e poi gli è saltato coi piedi sulla testa. Quel giorno ho capito che bisogna colpire per primi.

La scuola era un pretesto. Un’arena. Una gara a non abbassare gli occhi. E in finale non arrivavano mai in molti. Del resto, se abbassi gli occhi, te la puoi cavare con una sberla sulla nuca. E poi smammi, cerchi di farti dimenticare. Te ne stai buono. Ti fai piccolo. Noi non aggredivamo la gente. Be’ forse un po’ Untel, e anche Iks, appena appena, ma comunque non io, né Sucré, e ancora meno Truc. Però non accettavamo di diventare possibili prede. Di essere guardati dall’alto in basso. Non eravamo fighetti delle case bene, ma neppure feccia dei quartieri bassi. Non volevamo essere trattati come gli uni, né comportarci come gli altri. Non volevamo immischiarci negli affari di nessuno, ma nessuno doveva immischiarsi nei nostri.

David Lopez

Tutti i diritti riservati

Una volta alcuni tizi delle Tours hanno preso a schiaffi Truc e gli hanno fregato il berretto con la scusa che andarsene in giro con Untel non lo autorizzava a fare lo sborone. Ci siamo sentiti dare dei cacasotto per non aver reagito. In fondo all’autostazione c’era un portico, dove ogni mattina ci precipitavamo a giocare al cosiddetto tunnel del massacro con una palla da tennis. Se la palla ti passa tra le gambe, tutti gli altri possono picchiarti finché non riesci a mettere piede fuori dal portico. Altrimenti continuano finché non ritengono di avertene date a sufficienza. Ci siamo divertiti abbestia con questo gioco, ma bisogna essere temerari. Oppure ben spalleggiati. Di base comunque devi essere uno a cui piace fare a botte, anche se in realtà cerchi soprattutto di darne. Un giorno in cui i tizi che se l’erano presa con Truc stavano giocando ci siamo intrufolati anche noi. Untel, Iks, Sucré, Truc e io. Poto era troppo piccolo all’epoca. Ci hanno visti arrivare. All’inizio facevamo finta di non calcolarli, abbiamo persino preso a calci Sucré al primo tunnel subìto. Poi Truc si è avvicinato alla palla, se la cavava bene, Truc, e ha fatto tunnel a quello che l’aveva menato, Goku lo chiamavano, perché era forte nelle scazzottate, e Untel gli ha rifilato una crocca micidiale, mostruosa. I compari del tizio sono scattati all’istante mettendosi in mezzo. Rissa generale, non ne avevo mai viste così. Eravamo tipo invasati. Un macello assurdo. Sembrava che non dovesse finire più. Mi restano solo dei flash. Rivedo Iks che assesta un pugno a un tale e poi se ne becca uno a sua volta, Untel che si dimena mentre lo tengono in due, Sucré che si butta nella mischia, Truc che dà un calcio al volo. Il delirio. Rivedo me stesso andare in soccorso di Untel e pigliarmi un colpo arrivato dal nulla. All’improvviso il berretto Lacoste decolla dalla mia testa, impossibile identificare il ladro, però mi scaglio lo stesso contro il primo che capita a tiro, la cosa degenera su tutti i fronti, ci pestiamo, ci accapigliamo, ci insultiamo, ma questo in qualche modo ci accomuna. Facendo a botte ci siamo riconosciuti. Eravamo della stessa razza, quella di chi non ha altro mezzo per affermare la propria esistenza. Ci guardavano con occhi diversi. Avevamo la loro approvazione perché ci eravamo battuti. Io ero incazzato nero per il berretto Lacoste, non l’ho mai ritrovato. Sarà stato rivenduto a un Jean qualcosa della riva ovest. Nei mesi successivi ho scrutato la testa di un sacco di gente per provare a riconoscerlo. Alla fine ne ho scippato uno a un ragazzino bene che non aveva abbastanza palle per impedirmelo.

Piccola città. Quando qualcuno vuole sapere come si chiama un tizio, basta che ce lo indichi. Ah sì, ho capito chi è. Fuori città, invece, ci stanno i buzzurri. Ne ho incontrati parecchi alle superiori. A volte facevano il nome del loro paesino e io non sapevo nemmeno che esistesse. Paesini da tipo nemmeno cento abitanti, dove ci sono trattori e robe simili, dove tutto puzza di terra.

Lì i ragazzi non hanno gli scooter, ma vere e proprie moto da cross. Alle superiori la mattina arrivavo sempre in ritardo. C’era un autobus che passava ogni ora, me la prendevo comoda, tutt’al più usavo la bici ma potevo anche andare a piedi, mentre altri dovevano alzarsi alle quattro del mattino per venire a scuola. In classe mia una ragazza non perdeva occasione per farmelo presente. Trovava scandaloso che arrivassi così, quando volevo. Tirava fuori ’sta storia tutti i giorni, mi diceva io ho l’autobus alle cinque e quarantacinque, se lo perdo poi non ce ne sono più, mi alzo alle quattro perché mia madre deve pure accompagnarmi alla fermata che è a due chilometri da casa nostra, e allora a me veniva il dubbio che abitasse in una grotta. Non sapevo se zittirla o suggerirle di seguire un corso per corrispondenza. Anche nei paesini c’erano bulli. Ma quelli li vedevamo soltanto a scuola. Non andavano all’autostazione, perché li venivano a prendere i genitori. Avevano i loro trip, parlavano di andare coi quad nei campi, di fare cross nei boschi. I paesani sono i primi che ho visto diventare alcolisti. Non ci inguaiavamo con quelli. I loro padri avevano tutti il fucile da caccia nel capanno degli attrezzi, pallettoni e roba del genere. Ed era già tanto se non gli girava di portarsi appresso un forcone in caso di rissa.

Sulla riva ovest niente bulli. Solo fighetti. Alcuni indossavano tute sportive, ma mica per sudare sangue. Si pavoneggiavano sfilando in scooter. Andavano alle serate. Frequentavano la scuola privata, all’altro capo della città. Mentre noi eravamo occupati a scannarci per conquistarci il rispetto, quelli perdevano la verginità l’uno dopo l’altro. L’unico modo che avevamo per partecipare alle loro feste era imbucarci. Truc ha cominciato a frequentarli, guadagnando terreno rispetto a noi che eravamo a niente. Era già un po’ opportunista, e ci mostrava la via. Più di una volta ci ha portati con lui. Spesso ha dovuto perorare la nostra causa. Finivamo sempre per renderci sgraditi, come se lo facessimo apposta. Dopo una serata in cui Iks aveva mollato un cazzotto a un tizio e rubato non so che, dopo una rissa, dopo un’altra serata in cui Untel aveva appoggiato le palle sulla guancia di una ragazza addormentata mentre Sucré scattava foto, non eravamo più tanto graditi. E Truc ha decretato che in futuro potevamo andare a farci fottere. Siamo tornati al punto di partenza. Fuori.
 

© Editions du Seuil, 2017 – © Sellerio editore, 2019. Tutti i diritti riservati.

 

Il feudo (titolo originale Fief), romanzo di esordio del francese David Lopez, racconta un gruppo di ragazzi che vivono in una cittadina sprofondata nel limbo che circonda una metropoli. La loro esistenza monotona si trascina tra canne, chiacchiere, rap, boxe, piccolo spaccio, tempo buttato. Ma la scrittura radicalmente iperrealista di Lopez riesce a graffiare la loro apatia: certo non li redime, ma li porta tutti interi nelle pagine del suo romanzo, che ha vinto il Prix Livre Inter 2018. Ne pubblichiamo in anteprima un capitolo.

David Lopez
Il feudo

Sellerio 2019,
288 pagine,
16 euro,
traduzione di Marina Di Leo
e Giulio Sanseverino

 

In libreria dal 3 ottobre
Versione originale in francese:

 

David Lopez
Fief

Seuil 2017,
256 pagine,
17,50 euro
Chiudi