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Scusa, popolo, se ti abbiamo tradito

16.10.2019

Sonia Bergamasco inquadrata nel maxi schermo che sovrasta il palcoscenico durante “Ritorno a Reims”

Masiar Pasquali

Trasposizione teatrale di un notevole saggio che intreccia autobiografia e analisi teorica, “Ritorno a Reims” è una riflessione sulle contraddizioni del nostro tempo e sulla crisi della sinistra. E proprio come la parte politica di cui parla, fatica a trovare una sintesi

Il cinquantenne regista tedesco Thomas Ostermeier ha le spalle larghe – anche letteralmente – per osare sfide teatrali impervie. In passato, la sua audacia si è misurata soprattutto con le tragedie scespiriane e un suo Amleto di ispirazione brechtiana, sporco e materico, infradiciato da una pazzia incontenibile e contaminato con frammenti video deliranti, gli è valso premi e riconoscimenti in mezza Europa, tra cui il Leone d’Oro alla Biennale veneziana del 2011 (per la summa del suo lavoro). In Italia, di recente, lo si è visto con un Riccardo III al Piccolo Teatro, opera grottesca e truculenta, appuntita come un dardo intriso di curaro. Un successo per la capacità di attualizzare il classicone con una lingua dirompente, impregnata della violenza originaria del testo.

Grandi aspettative c’erano, dunque, per una delle sue opere recenti, in scena in questi giorni al Piccolo Teatro Melato di Milano (fino al 16 novembre, poi sarà a Roma dal 20 al 23 novembre al RomaEuropa Festival), considerato anche il tema trattato: Ritorno a Reims, pièce dichiaratamente impegnata, ricavata dall’omonimo libro – molto dibattuto in Francia e dedicato a tutti i militanti e nostalgici della sinistra – scritto dal filosofo e sociologo Didier Eribon. Pubblicato in Italia da Bompiani, il saggio autobiografico interseca la storia personale di Eribon (omosessuale in fuga dal suo claustrofobico milieu d’origine e approdato ai clamori parigini del maggio ’68 per poi diventare un apprezzato studioso-militante dei movimenti operai, della sinistra e delle minoranze oppresse) con quella più ampia, politica e sociale, del suo Paese. Con una domanda di fondo: è possibile fermare il declino della sinistra in Europa?

Gli altri due protagonisti dello spettacolo: Toni Kuti, a sinistra, e Rosario Lisma

Masiar Pasquali

Dice di sé Eribon: io, figlio di operai vissuti nel Dopoguerra nella provincia francese conducendo una vita di sacrificio e stenti, sono scappato dalla mia famiglia a vent’anni non tornando mai più a Reims fino alla morte di mio padre, ma così facendo ho rinnegato le mie origini, le mie radici, danneggiando anche la mia lotta politica. E lo stesso è accaduto, per analogia, alla sinistra francese ed europea, che ha tagliato i ponti con l’operaismo e con il suo mondo di riferimento, il quale, rimasto orfano, ha sposato in maniera sorprendente – ma solo fino a un certo punto – la rabbia antisistema dei movimenti xenofobi di destra.

Ostermeier parte da qui per portare a teatro il lavoro di Eribon. Immagina che un regista con simpatie di sinistra (Rosario Lisma nell’edizione italiana) stia finalizzando un film trasposto dal libro in una sala di registrazione-montaggio, con voce narrante di un’attrice famosa (Sonia Bergamasco) che si presta gratis in nome di una militanza politica a dire il vero un po’ smarrita. Con loro c’è Tommy (Tommy Kuti, un rapper d’origini nigeriane) che rappresenta, nelle intenzioni di Ostermeier, il nuovo fronte degli oppressi, ovvero l’immigrato senza diritti, attaccato in primis proprio dai diseredati nativi delle nazioni europee, in quella che è ormai una guerra tra nuovi e vecchi poveri.

Un momento di “Ritorno a Reims”, in queste settimane al Piccolo di Milano: sullo schermo, una fotografia di Didier Eribon da piccolo

Masiar Pasquali

La prima parte della pièce, illuminata dal breve documentario con protagonista proprio Eribon, è la più interessante. L’autore, in treno e poi nei luoghi della sua infanzia, spiega il senso del libro e le ragioni che lo hanno fatto nascere. Le cose si complicano quando Sonia fa notare gli errori e le cattive scelte di regia: ne nasce una sfiancante discussione cui finisce per partecipare anche Tommy, muovendo dalla sua vena di rapper e dalle sue ragioni di “nuovo italiano” non riconosciuto per colpa delle sue origini africane. La seconda parte si ingarbuglia in una sorte di teatro nel teatro – anzi di “teatro nel video” – e il racconto in prima persona di Eribon svanisce lasciando il campo ad analisi sociologiche in scena, oltretutto non proprio innovative: compaiono sul grande schermo che sovrasta il palcoscenico i vecchi leader della sinistra italiana insieme a consunti leader populisti ormai innominabili, ma il sentore sgradevole di essere sempre in una “notte plumbea con vacche nere” non cessa.

Tra canzoni rap di Tommy, discussioni femministe-machiste tra un’esangue Bergamasco e un focoso e confuso Lisma, Ostermeier mette in scena la litigiosissima e a dire il vero ormai esaurita storia del suicidio politico della sinistra. Lasciandoci un senso di déjà-vu collettivo, e la nuova dimostrazione che il teatro più riuscito è quello che si nutre di politica ma non la porta direttamente sul palco. Perché non sono più i tempi di Brecht, del mondo bipolare e del teatro impegnato, per quanto si senta – questo sì – l’esigenza che gli intellettuali 4.0 si misurino di nuovo con l’engagement: oggi, nella società dominata dai teatrini d’opinione in real time dei social network, devono cercare, prima ancora di un ruolo, una dimensione. Se è vero che la “lotta di classe” è soffocata dalle ceneri delle ideologie, travolte dalle maglie del turbocapitalismo tecnologico, non basta una messa in scena politicizzata per sottrarci dalle tenebre. Ritorno a Reims è un lavoro interessante che si interroga sugli errori della sinistra, ma finendo per giustapporre micro-storia e macro-analisi non trova una sintesi.

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