Berlino, Sarajevo, Gerusalemme. E se l’Europa, più che un pacifico ideale, fosse invece uno stare insieme di opposti in conflitto, in una perenne tensione che dobbiamo ancora imparare ad abitare?

«Non è possibile dividere una città, un Paese, quello si chiama apartheid». Così dice Abraham Yehoshua davanti a un pubblico numerosissimo venuto a sentirlo presentare il suo ultimo romanzo Tunnel (Einaudi).

La prima volta che ho messo piede a Gerusalemme ero a disagio. Gironzolavo per le strade della zona Est, tra negozi di artigiani e uomini con i carretti colmi di materiale da costruzione, in un’aria inequivocabilmente orientale. Attorno a me, ragazzi israeliani con fucili e giubbotti antiproiettile presidiavano in una ronda costante. Alla Spianata delle Moschee il disagio aumentò: appena entrati dalle porte si potevano sentire donne mandare canti lugubri al cielo. Sono arabe e stanno maledicendo gli ebrei che entrano, mi spiegò qualcuno. Al disagio subentrò la confusione.

Per quanto avessi letto e studiato, per quanto cercassi di fare domande alle persone, non riuscivo a capire quanti fossero i confini invisibili della città: la parte Est e quella Ovest, un popolo e l’altro, quali erano le ragioni più giuste? La storia in quelle strade eccedeva di gran lunga lo spazio fisico.

Gerusalemme, il quartiere ortodosso Mea Shearim

Gerusalemme, la città vecchia

Gerusalemme, la Cupola della Roccia al centro della Spianata delle Moschee

Gerusalemme, la città vecchia

«Per scrivere un libro su Israele, vago tra i boschi e i fantasmi d’Europa», scrive Wlodek Goldkorn nel suo romanzo L’asino del messia (Feltrinelli). E per capire l’Europa dobbiamo guardare a Israele, ci dice il libro. Se allora questa Europa, più che un pacifico ideale, fosse uno stare insieme di opposti in conflitto, in una tensione perenne che dobbiamo capire come abitare perché rimanga differenza e non guerra?

Sarajevo è la Gerusalemme d’Europa, dicevano. Ma Sarajevo non è in Europa. Cammino per questa città senza grandi monumenti, senza simboli se non quelli creati dalla storia recente, tra persone di cui non capisco la lingua – eppure qualcosa mi parla. I grandi viali sovietici, poi le strade con i palazzi asburgici, qualche passo e sono tra le basse botteghe e il minareto della moschea. Continuo verso Sarajevo Est. Anche qui niente muri di confine ma i taxi del centro non possono salire, agli incroci l’alfabeto è cirillico e alle finestre dei palazzi pubblici ci sono foto del generale serbo che assediò la città, un eroe. Di nuovo mi prende quel disagio di Gerusalemme: non capisco questa città così piccola dove la geografia straripa di storia e per quanto io legga e faccia domande capisco sempre meno. «I Balcani producono più storia di quanta siano in grado di digerirne», disse Winston Churchill masticando il sigaro. Gerusalemme e Sarajevo, città doppie. Dove popoli in conflitto vivono uno accanto all’altro senza nessuna pace ideale, ma in una tensione palpabile sempre pronta a esplodere. Ma se fosse qui il dna dell’Europa?

Sarajevo

In Europa il muro più simbolicamente forte che ha provato a dividere una città, Berlino, è stato tirato su in fretta nella notte e ha diviso un luogo omogeneo dove non c’erano popoli o identità da separare nel nome di niente. Eppure se si lascia la Bernauer Straße, camminando verso Est, pare di sentire qualcosa di diverso, un’aria slava da zigomi duri e occhi taglienti, ma forse è solo suggestione. Ancora una volta ho l’impressione di trovarmi in una città dove la storia ha la meglio sulla geografia e la sopraffà.

A Berlino, il cuore dell’Europa, l’Europa venne divisa. E se c’è una cosa che la storia della città ci ha insegnato è quello che dice bene Ezio Mauro nel suo libro Anime prigioniere appena uscito per Feltrinelli: il Muro fu costruito per «controllare uno spazio, perché non si possono controllare gli uomini e le donne che lo attraversano».

Si dovette abbattere il muro fisico per riuscire a pensare l’Europa, ma se i confini invisibili facessero parte della sua identità più di quello che siamo disposti ad ammettere?

Wlodek Goldkorn
L’asino del messia

Feltrinelli 2019,
221 pagine,
16 euro

Ezio Mauro
Anime prigioniere. Cronache dal Muro di Berlino

Feltrinelli 2019,
18 euro

 

Abraham B. Yehoshua
Il tunnel

Einaudi 2018,
344 pagine,
20 euro,
traduzione di Alessandra Shomroni
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