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Un nuovo Kosovo è la nostra missione

di Marina Lalovic
fotografie di MARTINO LOMBEZZI
IL 115 03.10.2019

Il parco che circonda la biblioteca dell’università a Pristina. Questo reportage è stato realizzato durante una fellowship supportata dell’Istituto di Scienze Umane di Vienna e Erste Foundation

Un Paese fragile e diviso che tra pochi giorni torna ancora al voto. Ma c’è chi, tra i giovani, continua a impegnarsi per il cambiamento

«Ho sempre voluto andarmene da qui, ma qualcosa ogni volta mi tratteneva. Come se avessi un lavoro, una missione ancora da fare». Zana Syla, 26 anni, è una delle direttrici di Mediation Center, unica Ong a Kosovska Mitrovica che ha due presidenti a rappresentare in maniera paritetica entrambi i popoli del Kosovo. Mediation Center si occupa di consulenza legale, l’aspetto più complicato in un Paese dove questi due popoli non parlano – letteralmente – la stessa lingua. Zana aveva 18 anni quando ha attraversato per la prima volta il ponte sul fiume Ibar, quello che separa la città,  uno dei tanti simboli (assieme alle bandiere serbe, russe, americane e albanesi) che marcano la divisione in un territorio ancora lacerato dal conflitto. Fino ai suoi 18 anni, Zana pensava all’altra parte come al nemico. «Quando ho iniziato a lavorare con le persone della parte serba della città, mi sono resa conto che loro avevano le stesse mie preoccupazioni. Ovvio, non ci tiriamo più le bombe l’uno contro l’altro. Ma c’è un mutuo sentimento di diffidenza. Il nostro compito è di decostruire gli immaginari che si sono creati negli anni, per concentrarci sui nostri standard di vita, che è ciò di cui dovremmo preoccuparci tutti. Qui siamo manipolati della stessa classe politica di 20 anni fa, a Belgrado come a Pristina».

Chi tornerebbe oggi in un Paese di un milione e 800mila abitanti, grande come l’Abruzzo, dove ci vogliono diversi passaporti e targhe della macchina per circolare? Dove si ha la sensazione che il tempo si sia fermato 20 anni fa, con la fine della guerra del 1999. Dove sui muri è ancora possibile leggere graffiti come: «Per questo Paese vale la pena morire?».

«Sono tornata nel 2008, l’anno dell’indipendenza del Kosovo. Ho deciso di studiare giornalismo perché ero frustrata da quanto successo negli anni Novanta e dal modo in cui i media, all’epoca, furono strumentalizzati». Besa Luci è una delle fondatrici di Kosovo 2.0, magazine online con sede a Pristina, uno dei pochi portali che pubblicano articoli in tre lingue: serbo, albanese e inglese. Tramite il suo lavoro, Besa dice di impegnarsi nello sviluppo della coscienza civile e dell’identità kosovara: «La maggior parte delle persone qui si considerano più albanesi che kosovari. Non c’è nulla di male in questo, ma noi crediamo che esista anche un’identità kosovara e si tratta di un elemento che è in fase di sviluppo». Besa dice di sentirsi tradita dall’Unione europea soprattutto a causa della mancata libertà di movimento: «Mentre il resto della regione ha ottenuto la liberalizzazione dei visti, noi rimaniamo ancora nel limbo».

Il team multietnico dell’Ong Mediation Cente

La giornalista Una Hajdari, 27 anni

Lazar Rakic, il presidente serbo di Mediation Center

Il Kosovo, a vent’anni dalla fine della guerra, non trova pace sui propri confini e sul proprio passato: da parte albanese definito genocidio, da Belgrado considerato come usurpazione di una parte storica del proprio territorio. Il 6 ottobre gli abitanti di questa terra saranno chiamati a eleggere il nuovo Parlamento. Le elezioni anticipate arrivano in seguito alle dimissioni a sorpresa dell’ormai ex premier Ramush Haradinaj, convocato dal Tribunale speciale per i crimini dell’Esercito di liberazione del Kosovo (Uck) per le azioni compiute durante e dopo il conflitto del 1998-99.

Saranno le quinte elezioni anticipate in 11 anni di esistenza del Paese e potrebbero portare all’uscita di scena di alcuni membri dell’attuale élite politica. «La popolarità del presidente della Repubblica, Hashim Thaçi, uno dei maggiori protagonisti della battaglia per l’indipendenza, è sempre più in declino a causa delle promesse mancate: la prima fra tutte riguarda il tormentato percorso del Kosovo verso l’adesione all’Unione europea e la mancata liberalizzazione dei visti», spiega Una Hajdari, giornalista che incontriamo a Pristina, con una storia personale che è il simbolo della doppia identità del Paese. Nata da padre albanese del Kosovo e madre serba, parla perfettamente entrambe le lingue, e rappresenta una di quelle figure ponte che sono necessarie per creare quel dialogo mancante tra le due parti. L’incognita nasce anche dall’esito della Lista Serba, quella che dovrebbe rappresentare i serbi del Kosovo, ma che è spesso considerata longa manus del governo di Belgrado.

«Siamo tutti in attesa di un accordo finale fra Belgrado e Pristina, ma entrambi ricavano vantaggi dell’attuale status quo. Nel frattempo, le persone vanno via, intere famiglie si trasferiscono altrove alla ricerca di un’istruzione e di un lavoro migliori». Jovana Radosavljevic, 30 anni, è tornata a Mitrovica Nord dopo 15 anni di studio negli Stati Uniti. Oggi lavora nella Ong New Social Initiative per facilitare le relazioni fra la comunità nella città dove vive: «Sono tornata tre anni fa, e in questo momento non penso di andarmene. Credo che il mio lavoro possa avere maggior impatto qui che a Denver, New York o a Belgrado. Capisco quelli che se ne vanno, ma ci sono ancora un paio di entusiasti pazzi come me che hanno deciso di tornare». Liza Gashi, 28 anni, fondatrice a Pristina dell’associazione Germin, completamente dedicata alla diaspora, ci fornisce qualche cifra: «Dal 2013 al 2017, 173mila persone hanno lasciato il Kosovo. Si tratta del 9 per cento della popolazione, soprattutto cittadini dai 25 ai 44 anni. Secondo i dati della World Bank, qui quasi il 60 per cento dei giovani è disoccupato. La gente se ne va anche perché questo è un territorio avvelenato dalla politica: anche un bambino piccolo sa il nome del nostro primo ministro». Liza ha lasciato il Kosovo quando aveva 16 anni, poi la decisione di tornare indietro: «Oggi stiamo incoraggiando le persone a tornare e a iniziare la propria attività qui, oppure invitiamo i kosovari della diaspora a investire nelle idee dei giovani che continuano a vivere nel loro luogo d’origine».

Lisa Gashi, 28 anni, a Pristina: è la fondatrice di Germin, che si occupa della diaspora albanese del Kosovo

La battaglia sullo status, intanto, continua: più di 100 Paesi nel mondo hanno riconosciuto la sovranità del Kosovo, inclusi 23 dei 28 Stati europei; Belgrado gioca, invece la carta del “dericonoscimento”, una campagna per cancellare la sua condizione d’indipendenza. L’ultimo Paese a ricorrere a questo meccanismo è stato il Togo, a fine agosto. Nel frattempo, soltanto Barbados, a febbraio del 2018, si è aggiunto a coloro che accettano Pristina come partner politico internazionale a tutti gli effetti. La Serbia viene accusata di godere dell’appoggio di Mosca, un’iniziativa che ha anche bloccato la candidatura del Kosovo ad aderire all’Interpol. Come contromisura, Pristina ha aumentato i dazi per le merci serbe e bosniache del 100 per cento.

L’unica certezza è che le elezioni porteranno pochi cambiamenti in un Paese ancora profondamente polarizzato, ostaggio del mancato riconoscimento serbo, da un lato, e degli scarsi progressi verso l’integrazione nell’Unione europea, dall’altra. «L’Europa è vista come un’entità piuttosto debole. Ma io mi sento europeo, perché noi siamo in Europa». Lo sostiene Lazar Rakic, l’altro presidente dell’Ong Mediation Center, orgoglioso dell’operato dell’organizzazione nella quale lavora: «Siamo riusciti a chiudere 1.300 casi di disputa giudiziaria. Quello che vogliamo è semplice: portare avanti il dialogo fra le due parti. Ci sono ancora persone che vogliono far funzionare questa città e viverci bene. Restano moltissime cose da fare, e credo che i cambiamenti possano arrivare soltanto dai giovani».  «Ci portiamo ancora addosso il peso delle vecchie generazioni, che hanno alimentato le divisioni», lamenta la sua collega Zana Syla, «e questo non è giusto».

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