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Una voce che piega le parole

IL 115 04.10.2019

Brittany Howard, dopo due album e quattro Grammy con gli Alabama Shakes, è al primo disco da solista

“Jamie”, il nuovo album di Brittany Howard, rischia di mettere d’accordo tutti, cinquantenni nostalgici e ragazzini che fanno musica col Mac

Brittany Howard aveva suppergiù 5 anni quando la famiglia lasciò il campo di roulotte dove viveva, in Alabama. In auto, nel tragitto verso la nuova abitazione, la bimba chiese alla madre: siamo diventati ricchi? Ora Brittany Howard ricca lo è davvero grazie al successo degli Alabama Shakes. Ma c’era un conto aperto con quella bimba. E perciò, quando ha compiuto 30 anni, ha fatto una cosa che l’ha sempre terrorizzata. «Per la prima volta in vita mia», spiega, «ho messo le esperienze personali in un disco». Era la sfida che doveva affrontare da sola. È partita per un lungo viaggio negli Stati Uniti dove ha osservato «tanta bellezza, ma anche povertà, solitudine, scoramento». Ha scritto di quel che ha visto e di se stessa, della sua famiglia, di cosa vuol dire scoprirsi lesbica nel profondo Sud e avere laggiù un padre nero e una madre bianca. «Qualcuno tagliò le gomme dell’auto di mio padre, spaccò i finestrini e lasciò la testa di una capra sul sedile posteriore». Queste canzoni sono il modo che ha trovato per dirci: sono fatta così, questa è la mia storia, la espongo per non sentirmi più inadeguata. «Crescere: ecco di cosa parla il disco». Per completare il processo di guarigione, come lo chiama lei, ha titolato l’album Jamie, come la sorella morta per un retinoblastoma a 13 anni, quando Brittany ne aveva 9. «Per troppo tempo il suo nome ha evocato in me solo tristezza. Usarlo come titolo è un modo per celebrare la sua vita e le cose che mi ha insegnato».

Sarà anche «per metà urlatrice blues e per metà predicatrice», come l’ha definita di recente il mensile Q, ma Brittany Howard è pur sempre una donna del suo tempo che compone usando Logic, il software per fare musica della Apple. «L’ho scelto anni fa perché era il più economico». E così, in questo disco bello, ma di una bellezza strana, cerca una terza via fra il soul classico e la lingua sonora del presente. Fa suonare in modo inusuale gli strumenti, mostra una particolare predilezione per il funk lascivo di Prince, sperimenta usando il registro vocale più alto. Il suono è intenso e spesso secco, le trame sono piene d’incastri ingegnosi e a volte caotici, come accade nella coda di Tomorrow, col suo nugolo minaccioso d’archi e tastiere. Poi arriva Short and Sweet con la voce che piega le parole come facevano i grandi del soul, fa venire la pelle d’oca e rischia di mettere d’accordo tutti, cinquantenni nostalgici e ragazzini che fanno musica col Mac.

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