Appendice

Verso la Russia con Amore

IL 114 14.10.2019

Vágner Love (al secolo Vágner Silva de Souza) 35 anni, brasiliano. Gioca nel suo Paese, nel Corinthians

UNDICI SCRITTORI PER UNDICI CALCIATORI/10. Temibile in campo e micidiale a bordo piscina, a 35 anni Vágner Love segna ancora gol decisivi. E per un attaccante non è poco.

Una sera del 2005 il CSKA Mosca sfida lo Sporting Lisbona per la conquista della Coppa Uefa. Da anni gli oligarchi russi investono nel calcio e il CSKA ha ingaggiato diversi calciatori stranieri, fra cui un certo Vágner Silva de Souza, classe 1984, proveniente dal Palmeiras. Uno che, con il suo metro e 72, il fisico tracagnotto e le treccine multicolori, te lo immagini più come percussionista di Carlos Santana che su un campo di calcio. Ma è soprattutto il nome di battaglia, quel “Vágner Love” scritto sulla maglietta sopra il numero 11, a incuriosirmi.

La finale è a Lisbona, quindi lo Sporting gioca nel suo stadio la partita della vita. Il calcio lusitano tradizionalmente procede al passo languido del fado, ma quella sera rinnega se stesso per un forcing ossessivo che rinchiude i russi nella propria metà campo. Il calcio lusitano, Eusebio e CR7 a parte, ha poi da sempre un problema di fondo con il gol. Man mano che si avvicinano alla porta avversaria, i portoghesi diventano preda di una profonda malinconia, come se il gol fosse la fine di tutto, il crollo ripido del desiderio, la piccola morte dell’orgasmo oltre la quale c’è solo un torpido fluttuare nella solitudine del vuoto cosmico. E quindi tergiversano, trovano un compagno ancora più smarcato di loro che però, a sua volta, rimanderà l’attimo fatale tentando ancora un ultimo passaggio. E dato che poi in difesa i russi hanno i due poderosi fratelli Berezuckij, l’arcigno Ignašević e fra i pali un ottimo Akinfeev, in mezz’ora di furibondi assalti lo Sporting ottiene sette calci d’angolo e poco più.

A me incuriosisce questo Vágner Love, ma avvistarlo è dura. Corricchia, si butta, protesta, rimbalza contro i difensori dello Sporting, finisce in fuorigioco. Ha l’alibi che la squadra è tutta indietro, vero, ma il suo furore agonistico è quello del cugino scarso raccattato all’ultimo minuto, solo per fare numero pari, mentre se ne stava sull’amaca con Bob Marley nelle cuffie e un bel joint pazientemente rollato. A un certo punto il numero 37 dello Sporting, Rogério, non a caso brasiliano, si domanda: «Ma ’n vedi mai che non si possa segnare anche tirando in porta da una quindicina di metri?». Detto fatto, calcia dal limite dell’area e la mette nell’angolino alto della porta. Akinfeev è uno bravo, ma là nemmeno l’Uomo Ragno la prenderebbe. Lo stadio esplode. Il CSKA sembra il toro della corrida, fisicamente vigoroso ma destinato a soccombere. Non prima di aver tentato qualche cornata, però. Un minuto prima dell’intervallo i russi mettono al centro dell’area portoghese un cross rasoterra su cui Vágner Love si avventa solo e indisturbato, con il portiere ormai intento a farsi il segno della croce. Ma l’Amore non trionfa. La palla, sbucciata in maniera oscena, si perde oltre il palo fra gli sguardi omicidi dei compagni di squadra.

Io approfitto dell’intervallo per documentarmi. Questo Vágner Love è nato a Rio e ha appena 21 anni. Il nome d’arte lo deve al fatto che nelle giovanili fu beccato ben due volte a far entrare una fidanzatina in ritiro. Sul motivo per cui dal Brasile sia finito al gelo di Mosca è lui a dissipare dubbi: «Le ragazze russe hanno i visi più belli del mondo». Ambientarsi non è stato facile, sia per le temperature, sia per la lingua. Ragion per cui, sempre parole sue, che altro poteva fare? Rimaneva in casa, con il riscaldamento a palla e in dolce compagnia. Questo, lo ammetterà anni dopo in un’intervista a Playboy, gli provocava un abbassamento del testosterone che non giovava al suo rendimento. Non a caso la stampa russa suggerì al CSKA di dotare Vágner Love di scarpe con la chiusura in velcro, perché sembrava che in campo la sua unica occupazione fosse allacciarsi le stringhe.

Secondo tempo. Vágner Love inizia pesticciando il pallone in un tentativo di stop incomprensibile. Poi si esibisce in un tiraccio velleitario, così scoordinato da ricordare i discutibili (ma brevi) fasti del calcio saponato. Mentre lui affronta una delle serate più storte della sua vita, la sua squadra segna due gol: i portoghesi hanno corso come ossessi tutto il primo tempo e ora pagano pegno. Poi, in un giro d’orologio il destino della finale si compie: Rogério, sempre lui, tutto solo a quarantasei centimetri dalla porta russa e senza più neppure il portiere davanti, riesce nell’ardua impresa di svirgolare respingendo la palla lontano. Sbigottiti dal mancato pareggio, i portoghesi assistono inermi al contropiede del CSKA. Fuga sulla fascia, palla in area, portiere a caccia di lepidotteri e Vágner Love, proprio lui, si ritrova fra i piedi il match point più facile di sempre. Nonostante si trovi esattamente sulla linea di porta, spara una fucilata che per poco non sfonda la rete. Poi va a festeggiare con la faccia di chi si è appena svegliato da un incubo: quello di non poter rimetter piede sul suolo russo nemmeno per fare le valigie. Il CSKA vince la Coppa Uefa ma, al momento di alzare il trofeo, Vágner Love viene travolto da un paio di compagni e scivola giù dalla tribunetta, scomparendo nel mucchio. Questa terrificante vittoria gli pregiudica la convocazione nella Seleçao in vista dei Mondiali. E a niente vale che negli anni successivi “O artilheiro do amor” segni in Russia qualcosa come 124 gol, vincendo tre campionati e sei coppe nazionali. A un certo punto lo vogliono Napoli, Roma e Inter: ma lui torna in Brasile per nostalgia, dove con Adriano forma una coppia d’attacco denominata “l’Impero dell’Amore”. Temibili in campo, micidiali a bordo piscina. Poi cede ancora due volte al richiamo irresistibile di Mosca, e noi sappiamo perché. Quando anche le bellezze russe lo stufano, passa, irrequieto, dalla Francia alla Cina e infine alla Turchia, dove a 32 anni vince il titolo di capocannoniere.

Adesso non ha più le treccine, è tornato in Brasile, in un club come il Corinthians del mitico Sócrates. A 35 anni ancora segna gol decisivi, e per un attaccante non è poco. Perché Vágner è rapido, scaltro e intuitivo. Il fiuto del gol ce l’ha così naturale che talvolta si deconcentra. Lui non è una macchina, e il calcio non è mai stato il primo dei suoi pensieri, l’ossessione che gli domina la vita. È semplicemente una cosa che gli riesce bene e che gli ha regalato soldi, successo, agio. In due parole, una vita infinitamente migliore di quella che poteva aspettarsi. Ma che senso avrebbe allora proibirsi di viverla?

 

Giampaolo Simi è scrittore e sceneggiatore. Con Come una famiglia (Sellerio, 2018), un romanzo che parla molto anche di calcio, ha vinto il Premio Selezione Bancarella. È appena uscito il suo nuovo libro, I giorni del giudizio (Sellerio). Gioca come difensore nell’Osvaldo Soriano Football Club. Tifa St. Pauli.

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