Agenda

A Ravenna trasmissioni parecchio rumorose

27.11.2019

I Parlor Walls sul palco di Transmissions

Andrea Fiumana

I curatori della 12esima edizione di Transmissions hanno incrociato i loro menù sonici dando vita a una kermesse ricca di distorsioni e contaminazioni medio-orientali. Performance nei musei e concerti vista Darsena per un festival che allarga gli orizzonti

Una figura bizzarra con il volto coperto di piume si muove sullo sfondo di un’imponente opera di Chuck Close, declamando brani di noise-poetry in un inglese aspro e marcato, accompagnata e insieme ostacolata dalle interferenze sonore del suo doppelgänger accucciato, quasi nascosto, alle sue spalle: non è un caso se uno dei momenti clou della dodicesima edizione di Transmissions si svolge lontano (non molto, per la verità, qui si è sempre a portata di gambe) dall’Almagià, ex-fabbrica di fuochi d’artificio affacciata sullo specchio d’acqua della Darsena e sede principale della manifestazione.

Ci troviamo a Ravenna, al MAR, il suggestivo Museo d’arte della città, dove nel tardo pomeriggio di venerdì 22 novembre, a fare da giro di boa ideale della tre giorni della rassegna, si esibisce in una performance site specific il duo anglo/americano Tidal Channel. A fare da cornice all’evento, la sala centrale dell’esposizione dedicata dal museo al maestro della pittura iperrealista, dominata (altro fatto non del tutto casuale, credo) dal ritratto di mister Lou Reed. Quella di Transmissions, boutique festival e gemma oscura dell’universo bronsoniano (di cui abbiamo già avuto modo di dire in passato) è infatti una proposta capace di distinguersi nel panorama italiano proprio per questa capacità di costruire un’esperienza autentica, strettamente legata al contemporaneo, ma mai dimentica del territorio che la ospita e della sua storia; una proposta coerente dove è praticamente impossibile trovare tappabuchi e specchietti per le allodole; una piattaforma culturale complessa ma omogenea, che intreccia e lega come in questo caso – invece che limitarsi a giustapporre – mondi e linguaggi differenti, quello dell’arte a quello della performance, a quello della politica, intesa nel suo senso più ampio.

Martin Bisi al museo MAR (sullo sfondo, l'opera di Chuck Close)

Tidal Channel, sempre al MAR

E poi, o prima, c’è la musica.

«Non si viene a Transmissions per ascoltare solo ciò che già si conosce, ma anche e soprattutto per scoprire cose nuove, fare nuovi incontri e arricchire la propria esperienza», scrive Chris Angiolini, direttore artistico di Bronson, nella nota finale del festival. Le “cose nuove” non sono mancate decisamente quest’anno, anche grazie alla doppia curatela (altra caratteristica del festival è infatti quella di “delegare” la direzione artistica ad artisti esterni) affidata a Martin Bisi, guru della scena alternativa e noise newyorkese (fondatore dello storico BC Studio e produttore, tra gli altri, di Sonic Youth, Swans, Unsane, Cop Shoot Cop, il suo ultimo lavoro BC35 è stato prodotto in esclusiva dall’etichetta di Bronson), e a Radwan Ghazi Moumneh, sound engineer, produttore e musicista canadese di origini libanesi, anima insieme al regista Charles-André Coderre del progetto di culto Jerusalem in My Heart.

La serata inaugurale di questo Transmissions è dedicata appunto alla scena noise di New York, con l’eccezione (notevole) del polistrumentista e sperimentatore sonoro australiano Oren Ambarchi (uno al quale The Wire ha dedicato la copertina di uno degli ultimi numeri, per intenderci): tra i momenti clou della serata, il live di Parlor Walls, duo a cavallo tra post-rock e avanguardia guidato della carismatica Alyse Lamb, e la chiusura pirotecnica con lo space/psych-rock firmato White Hills.

Nadah El Shazly, protagonista della scena musicale underground egiziana, al festival ravennate

Andrea Fiumana

Venerdì 22 novembre, dopo le performance al MAR, si parte con il neofolk scuro e ruvido di R.Y.F. (artista ravennate assolutamente da scoprire) per raggiungere quello che è forse il vertice assoluto di questa edizione, prima grazie all’energia inconfondibile di Live Skull, autentica icona della scena post-No Wave della Big Apple negli Anni 80 (tornati in studio dopo trent’anni di silenzio proprio grazie all’etichetta di Bronson), poi con l’elettronica sulfurea e impietosa di Sote, infine con il live devastante di Oiseaux-Tempête (autentica band rivelazione delle ultime settimane), di un’intensità ai limiti del perturbante.

Il sabato sera, dopo un’interessante chiacchierata “tra amici”, aperta a tutti, con i due curatori nei container della Darsena Pop-Up, a proposito delle linee intraprese nelle rispettive programmazioni, è tutto incentrato sulle sonorità mediorientali e sulle contaminazioni più care a Jerusalem In My Heart, a cominciare dall’impronta quasi tribale di Two or the Dragon – duo elettroacustico libanese del quale sentiremo parlare – passando per la Cairo new wave dell’incantevole Nadah El Shazly e di un ipnotico Maurice Louca (altro musicista e compositore protagonista della fiorente scena sperimentale egiziana) in stato di grazia, per finire con l’intenso set di Xylouris White, duo greco-australiano dalle infinite sfumature, dal folk cretese al punk rock, che chiude in bellezza la tre giorni ravennate.

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