Con più di 200 eventi distribuiti in decine di location della città olandese, il festival “Le Guess Who?” ha confermato di essere la rassegna europea capace di fotografare come nessun'altra la mappa del suono contemporaneo

La tredicesima edizione di Le Guess Who? è stata una scelta di campo. Quella di proporre un cartellone dei suoni attuali attraverso differenti visioni creative. Ecco allora che questa curatela collettiva – composta da oltre 200 eventi, distribuiti fra il 7 e il 10 novembre in decine di location di Utrecht – è diventata momento di confronto e di scoperta ad ampio raggio, compiendo un’azione opposta all’imperante legge dell’algoritmo digitale: lasciare una parte del piacere al puro caso. Per il 2019, la scelta degli artisti in programma è stata affidata all’africana Fatoumata Diawara, agli olandesi Iris van Herpen e Salvador Breed, alla norvegese Jenny Hval, ai californiani Moon Duo, al newyorchese Patrick Higgins e al britannico The Bug: ciascuno ha saputo progettare percorsi di suono (e di senso) dinamici, spesso sorprendenti, che per lo spettatore hanno rappresentato direttrici capaci di intrecciarsi in maniera naturale.

A Le Guess Who? è facile passare dalle dilatazioni elettroniche al rap più violento, dal rock psichedelico al jazz calligrafico, dall’indie sbilenco all’ethno ancestrale, tutto organizzato all’interno di una macchina spettacolare che funziona con la precisione di un metronomo. Parte del fascino di questo festival sta infatti nelle strutture che lo ospitano e nel caos ordinatissimo che ne regola gli spostamenti. TivoliVredenburg è il complesso architettonico di Utrecht dedicato alla musica, un magnifico esempio di versatilità degli spazi che permette allo spettatore più esigente di muoversi agevolmente fra i suoi 6 palchi, ma anche di godersi alcune sale lounge perfette per la decompressione. Un festival, per così dire, a misura d’uomo, che coinvolge buona parte del centro urbano e garantisce una qualità audio di proprietà cristallina. Motivo in più per perdersi nel marasma di attività e godersi un’intervista pomeridiana con un artista oppure scoprire casualmente il dj-set di un’icona internazionale. Proprio quello che è capitato ad alcuni fortunati ascoltatori, che fra un concerto e l’altro si sono ritrovati nel mezzo di una selezione musicale di Björk, artista comparsa a sorpresa come ospite di Iris van Herpen e Salvador Breed.

Il live colorato dei Moon Duo

All'interno de TivoliVredenburg

Fatoumata Diawara sul palco

L’opportunità, quindi, è quella di intercettare gli show più coinvolgenti, spaziando dalla contemplazione elettro/acustica all’efferatezza noise. La svedese Kali Malone parte proprio da un sistema modulare per organizzare un viaggio introspettivo con l’organo, fitto di drone e intensità profondissima. Spostandosi nella sala Pandora ci si imbatte in La Bruja de Texcoco, un artista messicano che usa il camuffamento come base visiva per il suo ripensamento mistico della tradizione messicana. Un altro incrocio di orari e parte la performance di AEAEA, il nuovo duo formato da Patrick Higgins e Nicolas Jaar, che dispensa glitch attorcigliati attorno agli scuotimenti di una chitarra. Una performance minimale, con poche luci dai puntamenti geometrici e innumerevoli particelle sonore che passano dalla minimal al beat sostenuto.

Sul versante digitale trionfano anche due presenze alquanto differenti. Innanzitutto gli storici Negativland, che presentano un live multimediale in cui la trasmissione video in 4G viene manomessa in tempo reale, creando una narrazione dai tratti acidi ed eccentrici. Quindi Holly Herndon, che incrocia organico ed artificiale in un mix saturo e convincente. Sul versante rock sono invece tante le conferme, che si spostano dal suono teso di chitarre all’impeto epico in distorsione. Una certezza resta ad esempio The Ex, la formazione olandese che in quarant’anni ha assimilato i mutamenti dell’alternative tanto da padroneggiarli alla perfezione. L’elettricità è anche una costante di Girl Band e Tropical Fuck Storm, band dal suono tanto selvaggio da smuovere i muri del TivoliVredenburg ma non abbastanza da eguagliare i migliori performer del festival. È impossibile infatti non rimanere scossi dalla veemenza dei Lightning Bolt, macchina tritacarne di potenza devastante che pur portando il ritmo fuori giri riesce a mantenere una scrupolosa costruzione dei brani. Allo stesso modo i Moon Duo diventano protagonisti di un’installazione visiva creata con proiettori e teli, in cui si trasformano in silhouette fatte d’ombra che si flettono su sfondi psicotropi. E perfino gli Earth, autori di uno show fin troppo magniloquente, portano le loro chitarre a livelli di parossismo che diventano celebrazione non solo di una band, ma di una precisa estetica rock. Sul versante folk troviamo invece Gruff Rhys, che reinventa costantemente i traditional gallesi con il suo approccio stravagante, mentre i Deerhunter confermano la loro capacità sia di scrivere ottime canzoni indie sia di involarsi verso formule quasi kraut.

Il concerto dei Tropical Fuck Storm

L’ecletticità del cartellone svela anche momenti di spettacolo puro, come l’incrocio di attivismo e performance art di Mykki Blanco o la glorificazione della star indiana Asha Puthli. Meno convincenti restano invece Makaya McCraven e Cate le Bon, il primo per il suo jazz a tratti satinato e pulitissimo, la seconda perché si ha sempre l’impressione che possa andare oltre ma non faccia il passo verso la consacrazione. Ma la quattro giorni olandese permette anche di immergersi nell’hip-hop muscolare di The Bug assieme a Flowdan e Manga Saint Hilare o nella presentazione del nuovo album di Sonic Boom, suonato per la prima volta davanti al pubblico del De Helling. Aldous Harding trionfa con la sua insospettabile presenza scenica, mistica e incantatrice oltre che demiurga di mondi sonori decisamente affascinanti. Restano comunque indimenticabili anche i Deerhoof, che portano dal vivo l’album del 2007 Friend Opportunity con il loro meraviglioso piglio naif, e i giapponesi Minyo Crusaders, contaminatori della propria tradizione con ritmi e stilemi decisamente occidentali.

Posizionato in una città che funge da melting pot internazionale e dove il pubblico pare una versione “esperta” dell’audience che solitamente partecipa ai festival europei, Le Guess Who? si rivela un’esperienza coinvolgente e per certi versi totalizzante. Tanta musica e poche ciance (specialmente durante l’esibizione dei musicisti, quando il chiacchiericcio è raramente tollerato) rendono l’evento creato dal direttore artistico Bob van Heur un appuntamento di primo piano nel panorama continentale. La sua capacità di tracciare dei percorsi plausibili per i suoni del contemporaneo spalanca le porte di immaginari differenti, in una sollecitazione ricchissima di stimoli e foriera di avventure uditive in alta fedeltà.

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