Appendice

Appunti per un manuale di grammatica emotiva

IL 116 27.11.2019

Nei romanzi incontriamo spesso case da svuotare, perché qualcuno se n’è andato. Ma che cosa succede invece quando la casa da svuotare è la propria perché c’è qualcuno che sta arrivando?

Case da svuotare, passato che torna in forma di reperto, riesame della vita del defunto alla luce dell’epifania archeologica: sono momenti che chiunque conosce, a tutti noi sono toccati – o toccheranno – questi dolenti resoconti, questi corpo a corpo col materiale che l’immateriale ci lascia in penosa eredità, questo dialogo a distanza con chi non c’è più attraverso ciò che era, anzi, meglio, attraverso ciò che è stato di volta in volta, perché quegli oggetti sono sì frammenti, ma in movimento, una specie di film per corpuscoli e vita da immaginare riempiendo gli spazi bianchi, con in sovraimpressione, talvolta, qualche sorpresa. Molti romanzi utilizzano questo stratagemma drammaturgico partendo dal lecito presupposto secondo il quale le nostre vite parlano soprattutto quando smettono di parlare, e che c’è tutto un trovarobato dell’esistenza che getta luci nuove su ciò che (non) sapevamo. Ne Il colibrì Sandro Veronesi ci appaga voyeuristicamente – cosa c’è di più interessante delle case degli altri, delle vite degli altri, degli scatoloni degli altri? – grazie al protagonista Marco Carrera che scrive al fratello Giacomo mail irrisposte, mail che hanno lo scopo di informarlo delle operazioni di sgombero della casa dei genitori defunti. Ma se si deve liberare una stanza dal passato, e il passato è tuo, e tu sei ancora vivo e un bel po’ confuso?

Brescia, interno giorno, stanza vuota. Punto della situazione: «Sta arrivando». Lo dicono le ecografie, incontrovertibilmente. Dunque ci siamo. Sì, sono otto mesi che io e mia moglie ripetiamo «sta arrivando», ma lo ripetevamo sapendo benissimo che in realtà, dentro di noi, di tempo ce n’era: quel tempo era ancora il futuro, un futuro indefinitamente futuro, insomma, la dilazione ci sembrava poter essere infinita. Finché, di colpo, «sta arrivando» è adesso, un flutto temporale che sta per travolgerci, un flutto la cui sciabordante imminenza irride, a ogni minuto che passa, i nostri attendismi. Era più rassicurante, il futuro, quand’era indefinitamente futuro? Forse. Ma parliamo un momento del mio passato: della stanza in cui scrivevo, che non avrò più; dei libri nei mille scaffali, che ho dovuto sloggiare; della comoda poltroncina su cui leggevo i libri che dovevo recensire; della scrivania beige sulla quale componevo i pezzi per i giornali, scrivevo i copioni ed elaboravo le storie dei miei romanzi. Parliamo per un attimo di me e dell’autoritratto distopico che mi è venuto incontro… dell’ipotesi scalena che ha preso forma sotto i miei occhi mentre smantellavo la stanza che non ho mai chiamato “il mio studio” perché non sono un commercialista né un pittore, quella stanza che presto sarà per sempre “la stanza della bambina”. Ecco: di me, in quella stanza, ora resta l’eco. In quella stanza prenderà posto la parte più importante di me, mentre quel che ero, sono stato e non sarò mai più, in cinque scatoloni e due trolley se ne sta andando («sta arrivando», «se ne sta andando» – qualcuno scriverà mai un manuale emotivo delle nostre vite grammaticali?). Ci sono io, in quegli scatoloni. Io che – fatemi giocare per l’ultima volta – avrei potuto anche essere un altro: ci sono i libri che non leggevo, i libri che non ho mai letto ma che avrei potuto, qualche autore che mi sono sforzato di amare e non ho amato, colpi di fulmine letterari mai diventati relazione seria, qualche regalo di chi non aveva capito i miei gusti dunque quei libri li stava regalando a uno che mi assomigliava, e un paio di libri di vecchie morose che avevano pensato fossero miei e invece no. Sgomberare una stanza dal te stesso passato ti porta a immaginare uno sconosciuto. Far spazio a qualcuno che «sta arrivando» e che non sai ancora che faccia ha, ti porta a immaginare un altro sconosciuto.

E tu sei lì, scotch in bocca, che ti senti andare in allegra polvere nel bel mezzo di questa natura viva con buffo equivoco, mentre traffichi con cartoni e pennarelli e dici addio a tutti i tuoi te stesso veri o presunti pensando a una storia che sei tu, ma forse no, bah, ma poi va a finire che non ci fai più tanto caso perché forse – forse – sta arrivando l’unica cosa che hai voluto davvero essere.

Sandro Veronesi

Il colibrì

La nave di Teseo 2019,
384 pagine,
20 euro

 

Su IL 93, uscito a luglio 2017, abbiamo pubblicato un racconto di Sandro Veronesi, intitolato L’occhio del ciclone. Quel racconto è poi confluito nel romanzo Il colibrì, uscito lo scorso 24 ottobre. Quel racconto (che è quindi anche un estratto del nuovo romanzo) lo si può leggere qui.
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