Appendice

“Carissimi”, non ci siamo mai scritti così tanto

22.11.2019

Mail, SMS, chat e ora WhatsApp: i nostri rapporti reciproci spiccioli e quotidiani sono affidati al “nero su bianco” (e quindi all’archivio) più che in qualsiasi altra epoca. Non è quindi un caso che la letteratura epistolare sia così contemporanea, come nel caso del nuovo romanzo di Letizia Muratori

Caro, Carissimo, Carissimi,

che negli ultimi anni, a fianco dell’esplosione del giallo, del poliziesco e del noir, tre generi diversi spesso capaci di fondersi a seconda delle qualità letterarie dell’autore, potesse tornare alla ribalta il genere dell’epistolario è solo fino a un certo punto sorprendente. L’epistolario è stato spesso il più negletto dei generi, addirittura un oggetto frequentato solo da qualche critico o studioso in fregola di vizi privati e nascoste passioni di autori e autrici. Esistono chiaramente epistolari reali come fittizi, cioè romanzi costruiti ad hoc sotto forma di scambi di lettere. Tuttavia è il caso di dire che mai come oggi il genere ha abbattuto le ristrette barriere della letteratura e dell’accademia in genere.

Chi oggi, del resto, non scrive lettere? Chi si esime dal partecipare volente o nolente a conversazioni in chat (pure di gruppo) e, almeno fino poco tempo fa, a forum online infuocati e a tratti perversi e fagocitanti?

Scrivere non è mai stato così popolare e di conseguenza anche leggere. Ma, ed è forse la cosa più interessante, anche il fraintendimento raggiunge oggi vette che nel secondo Novecento erano facilmente appianabili davanti a un caffè o con una breve telefonata. Già perché oggi è spesso difficile pensare di chiarirsi con chi sta a qualche centinaio di chilometri di distanza e anche il fraintendimento, sia chiaro, è una pratica (e un’arte) più voluta che subita. Nulla come l’ambiguità è capace oggi di restituire socialità al solitario di professione, al misantropo alla perenne ricerca della propria vittima su cui sfogare il proprio personale logorio della vita moderna, in assenza di Cynar e del sempre indimenticabile Ernesto Calindri.

E così succede che nell’epoca della massima diffusione di strumenti telefonici, proprio la telefonata è la prima vittima delle relazioni contemporanee, non ci si telefona più se non per brevi informazioni di necessità o di imprevista gravità, la telefonata è diventata quello che un tempo era il telegramma, l’imprevisto quasi mai piacevole. Le telefonate che hanno segnato il Novecento non si fanno più, lunghissime, argomentate e, di grazia, al telefono fisso.

Manca, e sarebbe necessario pensarla, una storia della pratica telefonica nel Novecento si pensi ad Alberto Moravia come a Marcello Mastroianni così come all’avvocato Gianni Agnelli, tre figure diversissime che pure, per certi versi, hanno vissuto la loro vita al telefono: amando, organizzando, elaborando – e come loro molti altri. Sembra quasi rimosso quel tempo che vedeva le telefonate al fisso una pratica più diffusa di quanto si pensi oggi, a tratti una vera e propria tortura. Proprio come i messaggi o le chat che colpiscono in tram o in fila all’imbarco mentre l’altro è comodamente seduto in poltrona.

Eppure proprio questa scrittura continua quasi automatica rappresenta un patrimonio fondamentale del nostro relazionarsi, un romanzo del quotidiano che, stampato e messo in fila, descriverebbe in maniera inesorabile le nostre giornate, le nostre tristezze, le nostre passioni e soprattutto le nostre pulsioni, che spesso in quel luogo diventano vere e proprie onde di piena, in un continuo cortocircuito tra pubblico e privato, tra mentale e fisico – e in alcuni casi anche politico, come ha dimostrato Kenneth Goldsmith con il lavoro-installazione sulle mail al centro dello scandalo che in parte affossò la possibilità di vittoria alle Presidenziali di Hillary Clinton. Le mail stampate, rilegate e messe in scaffale rappresentano così, più che la misura di uno scandalo (che in ogni caso sembrò più una grave ingenuità, segno forse anche di inadeguatezza), la dimensione spaziale che fisicamente occupa le giornate e la mente di quasi chiunque sia oggi destinato a trascorrere il proprio tempo scrivendo, scegliendo così di costruire a priori un muro di carta (in questo caso sessantamila pagine) tra sé e gli altri.

Del resto, se il caso di Hillary Clinton è decisamente eclatante, esistono anche situazioni private che attraverso una sorta di epistolario contemporaneo certificano la presenza delle mail così come delle chat nella nostra vita. Come è stato il caso di un gruppo di nove amiche milanesi che, qualche anno fa, hanno trasformato in un volume cartaceo di oltre settecento pagine i loro scambi WhatsApp: amiche dall’infanzia, hanno così potuto toccare con mano – sfogliare realmente – le loro giornate e i loro scambi, in una sorta di tempo contemporaneo postumo che le vedeva crescere e confrontarsi insieme quotidianamente, seppure negli anni, a distanza: un piccolo caso sui social, che diede forma a un volume stampato in copia unica (con una bella grafica editoriale) che contraddisse i dettami allora rigidi del mondo digitale e che in qualche modo, se non la aprì, di certo segnalò quella che sarebbe da lì a pochi anni diventata la new wave italiana delle riviste e delle pubblicazioni autoprodotte nate dal web.

Il libro dunque e l’epistolario come archivio diventano strumenti capaci di dare forma, allo stesso modo burocratica e sentimentale, al proprio esistere. Nel caso delle amiche, come nel caso di Clinton, il contenuto conta poco: contano gli scambi, il numero delle pagine, quindi la forma e il peso dell’oggetto che arriva tra le mani, segno ineludibile di un rapporto vissuto.

Letizia Muratori con il suo ultimo libro, che fin dal titolo, Carissimi, evidenzia la formula tipica di ogni apertura di lettera, ha in un certo senso compiuto un ulteriore passaggio, ma nel campo della narrazione. In questo romanzo il centro è dedicato alla famiglia, una famiglia non banale, espansa e diffusa in più luoghi, centro esploso di contraddizioni e passioni che trovano il loro crogiolo proprio nello scambio di lettere con Nurit Camerini, la protagonista alla ricerca del padre biologico con cui apre un fitto epistolario. Anche in questo caso la lettera diviene il terreno per mettere ordine, dichiarare ed esplicitare conflitti e contraddizioni oltre che l’unico modo per entrare in contatto e conoscere i protagonisti di una vicenda che vive di parecchi sottotraccia.

Una lingua attenta e precisa, che supera il romanzo borghese: come in tutti gli epistolari il racconto assume il tono di un’indagine. Carissimi è infatti il luogo di una rivelazione che si scioglie in mille possibili verità. E, come in ogni rispettabile famiglia borghese, tutto prende la forma di un segreto dai contorni sempre più sfumati. Restano così le persone, mentre le vicende si spengono. Il padre è la figura icastica di una sconfitta, che raccoglie dentro di sé il tumulto di un tempo che, nello specifico, taglia come una lama la biografia dell’Occidente, tra Italia e Israele, tra il Novecento e il confuso disordine di un tempo che ha un ossessivo bisogno di tracce, prima ancora che di moventi: tracce come i segni ineludibili di un passaggio e di una presenza – fosse anche solo di un’ombra in via di scomparsa.

È un romanzo denso, potente, che restituisce l’ambiguità di un tempo in cui anche l’intimità ha gioco in archivio, in cui sorprendentemente la parola vince nonostante tutto sull’immagine, sul visibile ormai ridotto a feticcio scontato e ovvio. Quando non resta che la superficie gli ultimi segni a scomparire sono le tracce leggere, come le parole.

In fede,

Vostro

Giacomo Giossi

 

Letizia Muratori

Carissimi

La nave di Teseo 2019
222 pagine, 17 euro
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