Appendice

Case stregate su Airbnb

IL 116 27.11.2019

Sono cambiati i tempi, ma i fantasmi sono sopravvissuti. Verosimilmente hanno preso le sembianze dei turisti ai quali affittiamo gli appartamenti nottetempo. O forse, ai loro occhi, i fantasmi siamo proprio noi

Probabilmente le case stregate sono sempre esistite. Di più, tutte le case sono stregate. Già Plinio il Giovane racconta che «in Atene c’era una casa spaziosa e confortevole, ma quanto mai sinistra. Nel silenzio della notte (…) ecco apparire uno spettro, un vecchio che veniva squassando le catene di cui era carico». E chi siamo noi per smentire un classico? Qualche secolo dopo, il racconto che costituisce il modello della casa stregata in letteratura l’ha scritto Algernon Blackwood e s’intitola La casa vuota. C’è una casa che puzza di zolfo e malefici, c’è una coppia di ghostbusters (lo scettico e il credulone), c’è la spedizione per scoprire la verità in una notte con «luna autunnale che inargentava i tetti». Da lì in poi gli scrittori si divertiranno a fare scempio dell’ingenuo archetipo.

Edgar Allan Poe ne La caduta della casa degli Usher instaura un affascinante quanto mefistofelico parallelismo tra l’eccentrico Roderick Usher e la sua stessa dimora, al punto che quando il primo seppellisce prematuramente la sorella e perde il senno, la seconda crolla (e il racconto finisce); Julio Cortázar in Casa occupata narra di una coppia di fratelli che, vivendo insieme nella antica villa avita, non oppongono nessuna resistenza all’avanzare di una truppa di fantasmi (ma forse i fantasmi sono loro?); John Cheever ne Le case al mare senza neanche preoccuparsi più di tirare in ballo la categoria del sovrannaturale si limita a osservare che «la costa si piega a gomito, e posso vedere le luci delle altre villette infestate dai fantasmi». Bisogna credere sempre alla letteratura, perciò oggi quei fantasmi, quelle streghe, quei demoni, non possono essersene andati dalle nostre case. Certo, oggi le nostre case hanno sembianze molto diverse rispetto ai castelli gotici alla Horace Walpole. Per lo più sono diventate Bed&Breakfast. I vecchi mobili sono spariti dentro la pancia di Apecar e camion, si sono dispersi in mercatini da quattro soldi o nelle cantine di antiquari senza scrupoli. Adesso al posto di tanti ricordi ci sono questi armadi e letti e comodini neutrali come pezzi di Lego. Le mensole sono come punti di sutura per le ferite dei muri. Tutto il dolore è stato nascosto nel prêt-à-porter di Ikea, ma i fantasmi sono sopravvissuti. Verosimilmente hanno preso le sembianze dei turisti ai quali affittiamo le case nottetempo. O forse, ai loro occhi, i fantasmi siamo proprio noi. Noi che chiediamo i loro documenti al check-in e li salutiamo sollevati al check-out, controllando che voucher e bonifici siano in ordine.

Un po’ come succede nel nuovo romanzo di Ginevra Lamberti, Perché comincio dalla fine, dove una giovane affittacamere alter ego dell’autrice si arrabatta nella vita come se fosse una lunga meditazione sulla morte – tra una seduta psicoanalitica e un incontro medianico – per scoprire che forse alla fine di ognuno di noi «c’è un grande non detto, un’assenza inspiegabile. La psicologa dice che ho un tipo di senso di colpa che in pratica è superstizione medioevale». Tornando alla Casa vuota di Algernon Blackwood, l’incipit è illuminante: «Certe case, come certe persone, hanno, chissà come, il potere di manifestare immediatamente la loro essenza». Oggi sarebbe anche un bellissimo attacco per una recensione su TripAdvisor.

Ginevra Lamberti
Perché comincio dalla fine

Marsilio 2019
208 pagine,
16 euro
Chiudi