Appendice

Così Nietzsche ci ha riportati a casa

IL 116 15.11.2019

La casa estiva di Fëdor Dostoevskij a Staraya Russa

Se visitare le abitazioni di scrittori e filosofi vi è sembrato spesso deludente, ecco come applicare il “metodo Matherly” per godersi al meglio le dimore d’artista e anche alcuni bei libri che le raccontano

Le visite alle case degli scrittori, degli artisti, dei pensatori mi hanno spesso lasciato indifferente. Anzi, ancorché molto antica, la suggestione sui luoghi in cui continua a galleggiare qualche molecola dell’animo grande che li ha abitati mi era sempre sembrata retorica. E la convinzione di poter percepire, in quei luoghi, una qualche rifrazione di scintilla creativa mi era sempre sembrata l’applicazione turistica di una sorta di pensiero magico. Comunque, salvo eccezioni, come la villa di Alvar Aalto a Helsinki (ma l’abitazione di un architetto fa caso a parte!), le dimore d’artista mi avevano sempre deluso: qualche manoscritto in una teca, una poltrona da lettura su cui non ci si può sedere, qualche ninnolo da osservare rimanendo al di qua di una transenna. Lo stesso valeva per le case natali. E anche per le ultime dimore. «A egregie cose il forte animo accendono / l’urne de’ forti», sosteneva il Foscolo. Io invece, forse sprovvisto di siffatto animo, avevo sempre guardato con un po’ di perplessità i troppo entusiasti frequentatori di tombe in cerca di un’illuminazione, tra cui ci sono dei veri fuoriclasse. La sepoltura di Oscar Wilde al Père-Lachaise è stata protetta da un vetro, perché i visitatori che si mettevano il rossetto e poi baciavano il monumento ne logoravano la pietra. E nel cimitero di Littleton, New Hampshire, dove in troppi andavano a defecare in segno di omaggio sulla tomba di GG Allin, hanno dovuto rimuoverne la lapide (registrato all’anagrafe come Jesus Christ da un padre disturbato che si era convinto di aver generato il Messia, GG Allin fu il più punk di tutti i cantanti punk e, in piena deriva tossica, aveva preso a esprimersi in performance ad alto tasso scatologico).

Ancora di recente Morgan (inteso come Marco Castoldi), sfrattato dalla sua dimora, ha riproposto il topos del rilievo culturale della “casa d’artista” e questo è del tutto comprensibile, giacché una casa d’artista ha certo enorme rilievo quando è la propria e la si sta perdendo. Ma che valore può avere per tutti gli altri? Fino a qualche tempo fa non avrei saputo rispondere. E l’insensibilità verso i luoghi che dovrebbero essere ancora impregnati di genio, di arte e di pensiero mi ha a lungo causato un senso di inadeguatezza. Finché due anni fa, a Münster, non mi sono imbattuto nell’opera Nietzsche’s Rock di Justin Matherly.

L’artista newyorchese, in occasione di Skulptur Projekte 2017, ha proposto la riproduzione della cosiddetta Roccia di Nietzsche, una pietra alta circa tre metri che si trova in Engadina. Proprio presso questa roccia il filosofo tedesco – così racconta lui stesso – fu investito dall’idea che lo condusse alla teoria dell’eterno ritorno. Affascinato da questa esperienza, Matherly va nella valle svizzera e individua la pietra. Respira la stessa aria respirata da Nietzsche. Ascolta lo stesso vento ascoltato da Nietzsche. Ricalca con il suo sguardo lo sguardo di Nietzsche. Ma, delusione!, la pietra a lui non dice niente. Rimane lì, inerte. Come una pietra, appunto. Ma Matherly non si arrende. Tornerà davanti alla pietra (che continuerà a tacere), la fotograferà, la misurerà e ne creerà una riproduzione in cemento, fibra di vetro, metallo e legno. E metterà in mostra la pietra per quello che è, sia nella sua versione naturale sia in quella artificiale: «Una semplice cosa, senza intenzione né significato». Certo, questa riproduzione è anche un esempio di eterno ritorno, scrive Matherly. Ma quanto questa derivazione dall’originaria radice nietzschiana sia traballante è dimostrato dalla scelta di usare, come supporto per sostenere la sua opera, alcuni deambulatori, che sono il suo marchio di fabbrica artistica (dettaglio: sono perlopiù deambulatori usati e provenienti «dalla zona di Münster»).

La sala da pranzo di casa Dostoevskij a Staraya Russa

Meraviglia! Illuminato non dalla muta Roccia di Nietzsche, ma dalla folgorante Roccia di Matherly, ho finalmente capito il mio sbaglio: anch’io, come l’artista americano in occasione della sua prima visita in Engadina, pensavo alla possibilità di una trasmissione diretta, grazie a cui, visitando la casa di un certo scrittore, fosse possibile sentire il profumo del suo mondo creativo al solo annusare la polvere depositata su tende non lavate da un secolo. Ma no, questo non mi succede neanche al Vittoriale. Se invece, come Matherly, si accetta la propria sordità davanti all’eco del genio e ci si lascia invece colpire da qualcos’altro di più imprevedibile, ecco che allora il ricalcare le orme di un artista o di un pensatore diventa esaltante (può venire l’idea per un’opera da esporre a Skulptur Projekte, ad esempio) o quanto meno divertente (i deambulatori!).

Seppur con ambizioni ben più modeste, ho applicato anch’io con successo il protocollo matherlyano. Prima a Rouen, dove la casa natale di Flaubert, che conserva tracce minime e noioserrime dello scrittore, si è rivelata, sotto la sua patina gozzaniana di Francia provinciale, un sorprendente museo della pratica medica – il papà di Gustave, Achille-Cléophas, era un dottore. E poi a Staraya Russa, dove la casa estiva di Fëdor Dostoevskij nulla ha del dostoevskijsmo d’atmosfera (e di maniera) ed è invece l’occasione per una bellissima passeggiata su un lungofiume che ti avvolge nella pace del paradiso.

Guarito da Matherly, con il concorso di Gustave e di Fëdor, è quindi venuto il momento di assaggiare due dei molti libri che raccontano le case d’artista e che ho fin qui rifuggito. Fra i più recenti, ecco I luoghi del pensiero di Paolo Pagani, che compie un periplo dell’Europa rintracciando le molte dimore di undici filosofi, da Baruch Spinoza a Martin Heidegger. O Le case dei miei scrittori di Évelyne Bloch-Dano, che ha percorso centinaia di luoghi che hanno incubato capolavori letterari. Peraltro, in entrambi i libri, la casa è spesso solo un pretesto per raccontare – con la piacevolissima occhiata di sguincio richiesta dal genere del medaglione – le vite dei vari autori. Ma rimaniamo alle case. Pagani ci informa che nelle dimore abitate da Spinoza è sempre esposto un tornio per intagliare le lenti o che a Down House, la casa di Darwin a Sud di Londra, ci sono «scatoline portapillole riempite di insetti di ogni genere» e Bloch-Dano ci racconta che il giardino della casa di Céline è incolto. E vabbé. I due libri brillano invece davvero quando una casa (e succede spesso) non si vede, perché è inaccessibile o è andata distrutta. O quando i luoghi sono ormai irriconoscibili, come è il caso della Londra di Karl Marx raccontata da Pagani. O, ancora, quando i luoghi di un autore – ad esempio il Walter Benjamin di Bloch-Dano – sono stati inghiottiti dai gorghi di un’Europa sconvolta. È proprio allora, quando l’oggetto della loro indagine si fa più sfuggente, che la scrittura di entrambi si esalta.

E comunque, quando le case diventano troppe, è di nuovo Nietzsche a venirci in soccorso. Scrive Bloch-Dano che quando viene demolita la Pension de Genève di Nizza, in cui si era trattenuto a più riprese, il filosofo commenta: «Sarà un vantaggio per i posteri avere un pellegrinaggio in meno da compiere!». Danke, Friedrich.

Évelyne Bloch-Dano

Le case dei miei scrittori

add 2019,
276 pagine,
18 euro,
traduzione di Sara Prencipe e Michela Violante

 

In libreria dal 13 novembre

Paolo Pagani

I luoghi del pensiero. Dove sono nate le idee che hanno cambiato il mondo

Neri Pozza 2019,
368 pagine,
13 euro
Chiudi