Colpa di siccità e incendi, il numero di pecore è al minimo da un secolo a questa parte. E l’economia del Paese – leader mondiale – trema

La lunga siccità che ha colpito l’Australia – e che non sembra avere intenzione di allentare la sua presa – sta causando un autentico “allarme lana”: a rischio c’è un’industria che vale ogni anno 2 miliardi di dollari e che rappresenta da sempre un pilastro dell’economia nazionale. Mai, infatti, c’erano state così poche pecore nel Paese. Gli ultimi dati governativi parlano di un calo del 3,7 per cento a giugno rispetto all’anno scorso, che fa seguito a un’altra diminuzione del 6 per cento registrata nei dodici mesi precedenti. Oggi il gregge australiano può contare su 65,3 milioni di capi. Numeri così bassi non si vedevano da un secolo. E fanno ancora più effetto, i dati, da quando, all’inizio degli anni Novanta, è saltato lo schema dei prezzi base: da allora, cioè dallo stesso periodo in cui si sono registrate le prime avvisaglie sui cambiamenti climatici, in Australia sono scomparsi ben 100 milioni di capi.

Ci sono poche pecore, e quelle che ci sono hanno tassi di produttività sempre più bassi. Così le previsioni di quest’anno per la produzione australiana parlano di un crollo a due cifre rispetto all’anno scorso: solo 237 milioni di chili, il 12 per cento in meno di quanto registrato nel 2018.

Queensland, Nuovo Galles del Sud e il grande bacino tra i fiumi Murray e Darling stanno vivendo da inizio 2017 una grave fase di siccità con livelli mai registrati da quando i dati vengono raccolti. Le piogge sempre meno frequenti e il proliferare di incendi costringono gli agricoltori a comprare mangimi per il sostentamento delle pecore. Ma non tutti possono permetterselo e molti allevatori, colpiti dalla crisi, non hanno altra scelta che quella di ridurre il gregge. E pensare che diversi allevatori ora iniziano a temere non soltanto la carenza di erba, ma anche le difficoltà in futuro ad abbeverare le greggi. Ci sono poi altre cause, oltre ai cambiamenti climatici e alla siccità. C’entrano i predatori, ma anche la guerra commerciale tra Washington e Pechino, che ha causato una riduzione delle esportazioni. E c’entra pure la peste suina che ha colpito recentemente la Cina, portando i consumatori cinesi a cercare nuove fonti proteiche come le pecore merino – cioè proprio quelle che producono la lana più pregiata – acquistate proprio dall’Australia. Una situazione critica, che peggiora il quadro di un Paese in cui la crescita ristagna e la disoccupazione è in aumento. Il dollaro australiano è ai minimi e la Banca centrale ha tagliato per la terza volta i tassi d’interesse dall’inizio dell’anno. Il governo di Canberra non può permettersi il crollo di un pilastro della sua economia, capace di fornire un quarto della lana mondiale.

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