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Il battito infinito della memoria

IL 116 11.11.2019

Christian Boltanski, “Monument Souvenirs”, 1985-1988

The Israël Museum, Gerusalemme, Elie Posner

Al Centre Pompidou una grande retrospettiva di Christian Boltanski, che sa scavare nei sedimenti del passato sospendendo ogni rumore di fondo

Se ne fa un gran parlare, ma nel chiacchiericcio della comunicazione anche il concetto di memoria tende a diventare un insincero luogo comune. La solennità delle opere di Christian Boltanski (Parigi, 1944) evita questo rischio. Per lui la memoria, personale e collettiva, è viva e tangibile pur nella sua evanescenza; le sue installazioni sospendono il rumore di fondo e ci mettono davanti a un’atmosfera di silenzio che ci responsabilizza. I suoi “fantasmi”, ritratti fotografici di persone decedute e ormai anonime, fronteggiano lo spettatore imponendo un rapporto a tu per tu. Diventa quasi un dovere civile interrogarsi sulla loro identità: come se si dovesse scongiurare la sparizione di questi volti in una fossa comune del ricordo. L’Olocausto è un costante sottinteso, nelle opere di Boltanski. Ma, più in generale, la comunità di defunti che lui riporta in vita per un attimo coincide con l’intera umanità, intrappolata nella caducità e nell’alternanza inevitabile di vita e morte. Spesso il volto viene evocato tramite poveri oggetti recuperati che fanno le veci di chi li ha quotidianamente usati. Ma può bastare anche il battito del cuore, registrato e trasmesso in installazioni sonore/luminose, nelle quali il pulsare del muscolo cardiaco è sottolineato dall’accensione e spegnimento di una lampadina (Gli archivi del cuore, sull’isola di Teshima in Giappone, conserva il battito di tutti coloro che hanno aderito all’iniziativa accettando di farsi “registrare”).

Christian Boltanski, “19 photographies couleur” 15 x 20 cm.

David Huguenin

La retrospettiva in apertura al Centre Pompidou ripercorrerà la sua carriera diffondendosi su duemila metri quadrati. Ma il tono sarà ancora una volta intimo e raccolto: la struttura è quella del percorso iniziatico, di una liberatoria discesa agli inferi tra penitenza e purificazione. Si parte dagli anni Sessanta, con opere come L’uomo che tossisce, video tragico e grottesco. E ci si immerge poi nel silenzio tenebroso eppure cristallino delle opere più famose: i Teatri d’ombre, i monumenti funebri fatti di volti e lumi, i suggestivi Schermi che riportano i primissimi piani degli occhi dei defunti. Fino ai progetti recenti come Animitas, nel quale a evocare la moltitudine umana è il suono di una foresta di campanelle.

Lo scavo nei sedimenti del passato pare una vocazione di famiglia, se è vero che il nipote Christophe Boltanski ha fatto una fragorosa irruzione sulla scena letteraria francese con due romanzi (il primo tradotto da Sellerio) nei quali ricostruisce la storia dei suoi parenti. E, parlando di letteratura, è difficile non pensare, guardando le opere di Christian Boltanski, alla petite musique – così viene definito il tono della sua scrittura – del premio Nobel Patrick Modiano, altro infaticabile detective della memoria. Come Modiano, Boltanski adotta uno stile coerente e volutamente monocorde, che insiste sulla stessa nota, prolungandola per invocare con la maggior forza possibile i diritti dell’individuo. Il rispetto della persona, anche nella morte e nell’oblio, rimane il confine assoluto e invalicabile.
 

Christian Boltanski, Faire son temps, al Centre Pompidou di Parigi dal 13 novembre 2019 al 16 marzo 2020
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