Magazine / Viaggio

Il Buddha sfrattato dalle miniere

di Antonella Scott
fotografie di ANTONINO SAVOJARDO per IL
IL 116 21.11.2019

Un monastero negli Urali, fondato da un ex ufficiale dell’Armata Rossa, nella zona dell’industria estrattiva. Osservatelo in queste foto: forse non lo rivedrete più perché diventerà una cava

Quando il vento scuote le bandiere della preghiera, insieme ai mantra disperde grossi fiocchi di neve. Il monastero di Shad Tchup Ling è lontano dalle comunità tradizionali del buddhismo russo: la Calmucchia vicina al Caspio, Tuva e la Buriatia nella Siberia meridionale. È proprio in Buriatia che Mikhail Sannikov, ex Kgb ed ex comandante dell’Armata Rossa, andò a cercare risposte alle ferite aperte dalla guerra in Afghanistan, ma al termine degli studi il maestro Darma Dodi gli indicò una montagna lontana, negli Urali: Kachkanar. Lì Sannikov, che oggi è il lama Tenzin Dokchit, nel 1995 ha costruito il monastero di Shad Tchup Ling e gli stupa, portando una a una le pietre lungo il sentiero che per 8 km attraversa la foresta e sale fino a 887,6 metri. «Un luogo splendido che riporta ai monasteri tibetani», scrivono estasiati visitatori, turisti e pellegrini. Sulla roccia più alta, Tenzin Dokchit e i suoi monaci hanno innalzato nel 2016 una grande statua del Buddha, ripensando agli scempi compiuti dai talebani in Afghanistan. Lo sguardo dell’Illuminato scivola a valle, verso la città. Ma anche per il Buddha degli Urali non c’è pace.

Le terre al confine tra Europa e Asia sono ricche di giacimenti. Risorse nascoste che spesso, per essere strappate al sottosuolo, pretendono un prezzo alto: questi sono luoghi tormentati. A ovest di Ekaterinburg c’è il passo Dyatlov, che ancora oggi custodisce il mistero della morte di nove studenti trovati senza vita durante un’escursione scientifica. Tra le decine di ipotesi sul motivo che li spinse a fuggire tutti dalla tenda, in una notte d’inverno del 1959, c’è l’idea che un vortice di ultrasuoni formato tra le rocce della Montagna della Morte li abbia fatti impazzire. Oppure potrebbe averli terrorizzati un’esplosione, di carattere militare o geologico. A Est della capitale degli Urali invece c’è Asbest, città che vive sulla produzione dell’amianto ormai bandito nel mondo, ed è determinata a negare un collegamento diretto tra quelle fibre e la salute dell’uomo.

Un tempietto all’interno del monastero

Il complesso, che è stato costruito senza permessi da parte del governo, è aperto a pellegrini e visitatori, che usano portare cibo o qualche altro dono

Bandiera segnavento

Anche Kachkanar è una mono-gorod, città che vive di un’unica industria con cui intreccia il suo destino. Evraz, una multinazionale attiva nella produzione di acciaio, minerali e vanadio, fa capo a Roman Abramovich, tra i pochi oligarchi dell’era Eltsin rimasti in sella anche con Vladimir Putin. Negli Urali la sua holding controlla un kombinat che dà lavoro a quasi 10mila dei 45mila abitanti, impiegati direttamente nel kombinat, come spiega il servizio stampa di Evraz, e dipendenti delle imprese sussidiarie e associate (e a questi si aggiungono 10mila pensionati). Poco lontano dalle cave, i monaci buddhisti hanno vissuto per anni in cima alla loro montagna, pur non avendo documenti e senza avere problemi con Evraz, che è attiva dal 2004. Nel 2007, però, la compagnia di Abramovich ha ottenuto una licenza di sfruttamento e il monastero si trova proprio sopra un deposito da cui si prevede di iniziare nel 2021 l’estrazione di titanomagnetite (l’obiettivo è di estrarre già nel 2024 13 milioni di tonnellate di minerale l’anno), creando 135 nuovi posti di lavoro. Mentre gli altri depositi della compagnia nella regione vanno verso l’esaurimento, per i giacimenti di Kachkanar si stima un arco di vita di 100-150 anni, con la possibilità di mantenere la produzione annuale a 59 milioni di tonnellate. «Kachkanar», spiega Evraz, «è sulla lista dei progetti di investimento strategici per la regione di Sverdlovsk».

Sergej, uno degli allievi del lama

Un’iscrizione sulla pietra

Le foreste attraversate dal sentiero di 8 chilometri che conduce al monastero

Il patron del Chelsea contro il lama veterano dell’Afghanistan, le ragioni dell’economia contro quelle della spiritualità (anche se il nome tibetano del monastero si adatterebbe bene a entrambi i mondi, poiché significa “luogo della pratica e della realizzazione”). I diritti sulla terra appartengono alla compagnia di Abramovich, e non conta che i monaci siano arrivati prima. Shad Tchup Ling rischia la demolizione. In realtà, tra ultimatum e rinvii, gruppi di lavoro, ordinanze e multe (ignorate da Sannikov) la battaglia tra monaci, metallurgici e burocrati si trascina da anni, in cerca di un compromesso. In questa parte di mondo i buddhisti sono pochi (in Russia l’1 per cento), ma nessuno se la sente di demolire alla talebana la statua di un Buddha. Però ora Evraz ha fretta: la prima fase del progetto deve partire tra meno di due anni. La direzione del kombinat ha proposto ai monaci di traslocare a Nizhnjaja Tura, un villaggio vicino, e di pagare le spese. Sul monte resterebbero solo gli stupa e il Buddha, da visitare in determinati orari, nelle pause dei lavori: la legge sullo sfruttamento, spiega Evraz, non consente la presenza di insediamenti sull’intera area interessata al progetto, per motivi di sicurezza. Pena sanzioni, compreso il ritiro della licenza. Per questo non è possibile, secondo Evraz, lasciare ai monaci una parte della montagna, neppure quel 5 per cento che chiede lama Dokchit.

A fine settembre, il vicegovernatore della regione di Sverdlovsk, Serghej Bidon’ko, ha dichiarato risolta la questione. Le parti, annuncia, hanno firmato un accordo preliminare, che prevede il trasloco dei monaci e la demolizione delle loro abitazioni, ma non dei monumenti religiosi. Sannikov e i suoi non si fidano. «Noi non ce ne andiamo, perlomeno finché non ci daranno garanzia dell’incolumità degli oggetti di culto», chiarisce da Shad Tchup Ling Semion, presidente dell’organizzazione religiosa La Via del Buddha. «E poi non ci è chiaro perché dobbiamo lasciare il territorio proprio ora: i lavori inizieranno a costituire una minaccia non prima di qualche decina di anni, lo sfruttamento inizierà lontano da qui. Nel frattempo, molte cose possono cambiare. Secondo i nostri dati sotto di noi non ci sono minerali. Si sospetta che abbiano allargato i confini della cava per rendere più attraente il progetto. In base a stime d’epoca sovietica, che sembrano più affidabili di quelle attuali, siamo in una zona sicura. Su cui si può costruire».

Una delle grandi miniere a cielo aperto nei pressi di Kachkanar

«I rappresentanti di Evraz e i funzionari locali», ribatte la compagnia mineraria, «hanno cercato più e più volte di tenere aperto il dialogo con la comunità buddhista, offrendo aiuto e varie possibilità di trasferimento. Ma i membri della comunità non hanno fatto altro che violare le intese». In città, a Kachkanar, l’opinione pubblica è divisa tra chi simpatizza con i monaci, ma è preoccupato per il lavoro e per il futuro dei figli, chi propone referendum, chi firma le petizioni per salvare il monastero. Dallo sviluppo del giacimento, spiega Evraz, dipende l’economia di tutta la regione, e il futuro di una città costruita proprio per questo, estrarre minerali. «È vero, il progetto creerà 135 posti di lavoro», dice Semion. «Però non dicono che Evraz ne ha anche tagliati qualche migliaio, di impieghi. E, sì, il progetto darà alla città la possibilità di vivere altri cent’anni. E dopo? Noi stiamo su un margine della montagna senza minerali, oppure con un sottosuolo poco proficuo. Si potrebbero considerare alternative di sviluppo. In sei mesi sulla cima della montagna sono salite più di 5mila persone, e senza promozioni da parte dell’amministrazione locale, che al contrario mette ostacoli. Provi a immaginare che risultati avremmo se collaborassimo per lo sviluppo turistico e culturale della regione».

Il guaio, qualcuno sospetta, è che forse proprio per il turismo Abramovich ha messo gli occhi sugli stupa delle nevi: avrebbe in mente un grande comprensorio per lo sci. Per i monaci questa è disinformazione. Il luogo è unico per altre ragioni: «Il buddhismo pratica il non attaccamento alle cose», dice Semion. «Ma il nostro obiettivo è lo sviluppo delle tradizioni nella regione. Alla costruzione del monastero hanno contribuito in migliaia, si vede bene quanto aiuta le persone e non solo. Se c’è una possibilità concreta di coesistere, noi ed Evraz, perché andare via? Finché non ci dimostrano il contrario, noi non ci muoviamo».

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