L’“Orestea” messa in scena da Anagoor Teatro riesce a scatenare un rito sul palco e a far parlare per un istante gli dei. E ci dice che gli Atridi siamo noi

Anche se non è esplicitamente citato nei ricchi apparati della pièce, l’Orestea di Anagoor Teatro – appena visto allo Strehler di Milano e in tournée europea – si muove densamente nei confini del breve e folgorante Saggio sul tragico di Peter Szondi. La questione, in estrema sintesi, è questa: la tragedia classica è stato un fiore terribile e meraviglioso affiorato in Grecia millenni fa e scomparso in brevissimo tempo. Lasciando però delle radici, o meglio quelle che Gilles Deleuze ha chiamato “rizomi”, organismi biologici che vivono sottoterra. Questa pianta sotterranea, nei millenni seguenti, talvolta ha saputo buttare ancora l’essenza di quel fiore sublime e spaventoso, ovvero il tragico. Per Simone Derai, drammaturgo (e regista) della compagnia, è proprio questo il senso dell’operazione di riscrittura e adattamento della crudele trilogia di Eschilo – Agamennone, Coefore e Eumenidi, con queste ultime due diventate Schiavi e Conversio –, l’unica sopravvissuta in forma integrale della perduta fioritura dei poeti tragici ateniesi.

Prima ancora che una forma storica di teatro estinta millenni fa, il tragico è quindi un sapere e un linguaggio anche teatrale (ma presente nella letteratura e in altre forme d’arte), che interroga il fondo abissale dell’uomo. Che coincide con la finitudine, la rabbia cieca che si scatena per il fatto, scandaloso, di dover morire senza poter controllare il proprio destino, il fato individuale. Derai va alla ricerca di questa “esperienza linguistica” dionisiaca, di questo sapere che, attraverso il rituale, l’uomo greco ai tempi di Eschilo cercava di ottenere strappandolo agli dei. Nel solco di Szondi, però, il tragico non lo si può definire una volta per tutte, è un sapere scivoloso, antitetico e antagonista alla rigidità della filosofia, del logos… ma si può sempre portarlo in scena. Lo si può riprodurre a teatro, come forma estetica aurorale, come sapere misterico che cercava di placare gli uomini, di purificarli di fronte alla terribilità del loro comune destino.

Clitennestra nell'Orestea di Annagoor Teatro

Giulio Favotto

La compagnia

Giulio Favotto

Continuando lo schema delle due opere precedenti – Virgilio brucia, che interrogava le radici catastrofiche dell’Europa, e Socrate, il sopravvissuto, dove il sapere dialettico del filosofo ateniese, fondato sulla corrosiva sapienza tragica, non poteva essere accolto dalla polis, dalla città –, con l’Orestea Anagoor stimola il rizoma per fargli eruttare di nuovo quel fiore. E, adesso lo si può dire, l’operazione su Eschilo di Anagoor si compie con un limpido successo nonostante lo sforzo immane, ai limiti della malvagità, chiesto allo spettatore (4 ore di spettacolo): il tragico lo si è visto davvero sbocciare di nuovo sul palco dello Strehler. Qui di seguito i dettagli: Derai trasforma il coro della tragedia attica in voce narrante incarnata in un individuo nostro contemporaneo. Attraverso un impasto dialettico originale, ai versi dell’Orestea, brillantemente ritradotti per l’occasione con Patrizia Vercesi, unisce riflessioni di Hannah Arendt, di W.G. Sebald, di Giacomo Leopardi, del filosofo Emanuele Severino e di altri. L’uomo-coro spiega, o meglio racconta come dalla grecità si sia evoluto il nostro rapporto con la morte e questo suo conte philosophique si sovrappone all’azione scenica, che parte e si arresta e riparte, con gli attori che vestono costumi e maschere rituali antiche a richiamare gli anti-eroi dell’Orestea.

Elettra mentre solleva la pecora bianca appena sacrificata

Giulio Favotto

Sul palco nudo, con due schermi che calano dall’alto a imporre la verticalità della nostra epoca “dissacrata”, accade il miracolo: sembra davvero che, nel momento in cui si deve decidere cosa fare di Egisto e Clitennestra – la scellerata coppia che ha appena massacrato il marito e sovrano Agamennone per brama di potere ma soprattutto per vendicare la figlia Ifigenia, sacrificata agli dei per sbloccare la flotta achea diretta a Troia –, la decisione avvenga attraverso un rito misterico. Pare davvero, per un istante, che gli dei parlino, che siano tornati per esprimere il loro assordante verdetto: i due devono essere scannati. Con la loro morte il terribile ciclo della vendetta, originato dalla piaga all’origine della saga degli Atridi, è compiuto di nuovo. Oreste verrà graziato ma la tragedia ci insegna che non c’è rimedio duraturo, non c’è vera salvezza: c’è solo da prenderne atto e, tramite la catarsi dell’azione tragica, provare ad accettare che «l’uomo è il più terribile dei mali», come rutilava il tetro coro della più raccapricciante tragedia mai scritta: l’Edipo Re di Sofocle.

Tramite il rito, scatenato di nuovo a teatro, noi spettatori contemporanei apprendiamo in uno specchio distorto che gli Atridi siamo noi. Che tutti questi millenni non ci hanno cambiato neanche di un’oncia. Siamo noi Oreste, il rabbioso figlio di Agamennone in cerca di vendetta, noi che impazziamo di rabbia per la nostra fragile mortalità. La ricerca sul tragico di Anagoor Teatro, per finire, invera la lezione socratica: gli uomini non possono accettare di vivere basandosi sulla baluginante verità di una forma di sapere “teatrale”, rapsodica e poco dimostrabile. Meglio accogliere la soluzione di Platone nella Repubblica: espellere i poeti tragici dalla città perché parlavano alle passioni dell’uomo e non al loro intelletto. E usare al posto dei loro spaventosi versi, la lingua fredda e illusoria della filosofia. Ma l’eruzione del fiore tragico, e la nostra tormentata storia di civiltà costretta a guerre e orrori senza fine, ci ricorda che i tragici avevano già “visto” e capito tutto, oltre duemila anni fa.

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