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La tigre celtica è tornata a ruggire

IL 117 28.11.2019

Upper Dominick Street, una delle zone di Dublino dove, negli ultimi dieci anni, si è costruito di più

Multinazionali, cantieri, bassa disoccupazione. L’Irlanda ha il record di crescita in Europa. Tra i suoi cittadini, però, non manca lo scontento

A percorrere le strade di Dublino – soprattutto l’area in continua evoluzione dei Docklands, che ospita i colossi dell’hi-tech – si percepisce il dinamismo di un Paese che ha rialzato la testa: è un continuo fiorire di gru e cantieri che ricordano i tempi della “tigre celtica”. Sono passati ormai più di dieci anni da quando l’isola, travolta dallo scoppio della bolla immobiliare e da una crisi che l’avrebbe costretta, nel 2010, a chiedere un salvataggio internazionale da 67,5 miliardi, si trasformò nella Cenerentola d’Europa. Il quadro è cambiato: lo dimostrano i ritmi di crescita “cinesi” degli ultimi anni – seppur influenzati dagli effetti della massiccia presenza delle multinazionali –, i conti pubblici ormai sotto controllo, la ripresa del mercato del lavoro. Tutti indicatori confermati, poche settimane fa, dalle previsioni di autunno diffuse dalla Commissione europea: l’Irlanda è al top della classifica continentale con una crescita 2019 stimata al 5,6 per cento. I consumi privati aumentano, il debito pubblico (al 59 per cento del Pil) è previsto in calo (al 52,6), così come la disoccupazione, già oggi al 5,2 per cento.

«Credo che ci sia stata una ripresa, soprattutto a livello occupazionale», racconta a IL Seán Ó Riain, professore di Sociologia all’Università nazionale d’Irlanda Maynooth e autore del volume The Rise and Fall of Ireland’s Celtic Tiger: Liberalism, Boom and Bust (Cambridge, 2014). «Il numero di occupati è maggiore del periodo pre-crisi e non dipende soltanto dal settore edilizio: parte di questo impiego è nella manifattura, nell’IT, nell’istruzione e nella sanità».

Eppure, la percezione degli irlandesi non è positiva, come conferma lo stesso Ó Riain: «C’è un alto tasso di diseguaglianza, soprattutto nei salari, e dunque molta pressione sul welfare per ridurre queste disparità. E c’è un enorme carenza di infrastrutture sociali: mancano case, e il sistema sanitario è sovraccarico». Lo dimostra, da tempo, quella che i giornali irlandesi chiamano “trolley crisis”, la crisi delle barelle: i pazienti parcheggiati per ore nelle corsie degli ospedali, sottodimensionati quanto a posti letto e personale infermieristico: l’anno scorso sono stati più di 100mila.

È sulla stessa lunghezza d’onda Aidan Regan, professore alla Scuola di politica e relazioni internazionali dell’University College di Dublino: «Lo scontento sociale deriva dalla fetta di torta che spetta a ciascuno», commenta a IL. «L’economia cresce, ma è molto concentrata in settori ad alta produttività e alto reddito: c’è un gap crescente, per esempio in termini di salari, tra i settori privati che fanno capo alle multinazionali straniere e gli altri operatori. Poi c’è la questione degli investimenti in istruzione, infrastrutture pubbliche, ricerca e sviluppo, servizi per l’infanzia: politiche nelle quali lo Stato non ha brillato particolarmente».

Lo specchio di queste contraddizioni è ancora una volta il settore immobiliare, insieme alla presenza delle multinazionali. I quartier generali europei di società come Facebook e Google – per citare solo i due nomi più famosi tra quelli delle aziende attratte dal regime fiscale favorevole – hanno portato a Dublino investimenti e lavoro, contribuendo alla ripresa; ma hanno anche dato vita a una frenetica attività edilizia concentrata sul segmento commerciale del real estate, per di più di alta gamma. Mancano abitazioni accessibili, sempre più famiglie sono senza casa, gli affitti – soprattutto nella capitale – sono schizzati a livelli che ben pochi possono permettersi. Dublino, sulle orme di San Francisco, sta vivendo un processo di gentifricazione che spinge i ceti meno abbienti lontano dal centro, verso le periferie e le aree urbane limitrofe. Colpa di Facebook e Google, ma anche – notano gli osservatori – delle carenti politiche governative in materia di edilizia residenziale.

L’Irlanda che esce dal decennio post-crisi ha percorso molta strada, anche nel campo del riformismo in tema di diritti. Guidata da un premier dichiaratamente gay, Leo Varadkar, ha legalizzato i matrimoni omosessuali con un referendum (nel 2015) e ha ammorbidito una legge tra le più restrittive sull’aborto (nel 2018): non poco, per un Paese a forte tradizione cattolica. «Anche se il percorso è partito da lontano, è accaduto tutto abbastanza in fretta», continua Seán Ó Riain. «Credo che sia una grande opportunità: una società liberale, che continua a dare importanza alle comunità e ai legami sociali e che si basa ancora sulla famiglia». Stride, con questa immagine di tolleranza e modernità, «un latente risentimento contro gli immigrati africani o mediorientali», puntualizza Aidan Regan, soprattutto nelle campagne e tra i ceti più bassi.

Per il futuro, l’incognita per il Paese è legata soprattutto al dossier della Brexit: dalla questione del ritorno di una frontiera “fisica” tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda, ai rapporti in prospettiva con il Regno Unito, partner commerciale imprescindibile per Dublino, in particolare per i settori con un maggiore interscambio e una bassa marginalità, come quello agroalimentare. Aidan Regan dipinge per IL questo scenario: «Messa da parte l’ipotesi cosiddetta “hard Brexit”, immaginiamo che i conservatori britannici vincano le elezioni anticipate il 12 dicembre e Boris Johnson possa perseguire davvero il suo obiettivo di trasformare la Gran Bretagna in una Singapore sul Tamigi, tramite deregulation, liberalizzazioni, tasse basse: se questo accadrà, per l’economia irlandese sarà un bel guaio, e tutto il nostro modello, basato sull’attrattività nei confronti delle compagnie straniere, dovrà fronteggiare la forte concorrenza britannica. Nel medio-lungo termine, è questa la vera sfida che Brexit lancia all’Irlanda».

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