Agenda / La videointervista

Ricchi e poveri (che puzzano)

14.11.2019

A caccia di connessione wi-fi: i due fratelli protagonisti di “Parasite” in un momento iniziale del film

Pensavamo di aver visto tutto. Poi è arrivato “Parasite” di Bong Joon Ho, che per farla breve è il fllm dell'anno. In questa intervista esclusiva, il regista ci parla di Gianni Morandi, di smartphone e di un infallibile metodo per scegliere gli attori giusti

Se pensavate di aver visto tutto, Parasite vi dimostrerà il contrario. Bong Joon Ho, che di politically correct non ha niente, da sociologo qual è – è laureato in questa materia – si è dato a un esperimento iperrealista, chiudendo in uno spazio chiuso due famiglie di estrazione sociale opposta. Come il più sadico degli entomologi, ha poi aspettato insieme agli spettatori una reazione chimica. Per senso di gratitudine, non ci soffermiamo sulla trama, ma diremo che si tratta di un raro caso di film olfattivo, pieno di colpi di scena – di easter eggs, come le chiamano gli appassionati di videogiochi – e che è una storia d’inquietante attualità, in cui viene esasperata la polarizzazione sociale a cui siamo esposti tutti ogni giorno.

Il film non solo ha vinto, con parere unanime dei giurati, la Palma d’Oro, prima per la Corea del Sud, ma è record d’incassi al box office Usa e piace davvero molto anche in Italia. La Neon, che ha acquisito la distribuzione per gli Stati Uniti lo sta promuovendo oltre che come miglior film straniero – premio che se non ci fossero intoppi, dovrebbe riscuotere – anche nelle categorie miglior film, miglior regia, migliore sceneggiatura originale e miglior attore.

Se sarà difficile bissare lo straordinario percorso di Cuarón – che con Roma, prodotto da Netflix, ha collezionato 3 statuette importanti su 10 candidature – con Parasite si aprono nuove prospettive ideologiche per il futuro del cinema, a più riprese dato per morto. Grazie a una produzione da 12 milioni di dollari che, proprio grazie all’indipendenza del regista e all’originalità, sfonda il record di spettatori nelle sale. Pure in quelle dei campanilisti cugini americani.

Conosciuto in Italia soprattutto per l’enorme successo della science fiction Snowpiecer, Joon Ho si è distinto fin dall’inizio della sua carriera con sceneggiature ad orologeria come nel film Memories of a Murder, ma al successo di pubblico è arrivato con The Host, il più grande incasso di sempre nel suo Paese. Cinefilo appassionato, benvoluto nel circuito festivaliero internazionale, è stato a più riprese ospite a Cannes (dove anche lo scorso anno era in concorso col discusso Okja), a Berlino, al Sundance e a San Sebastian.

Proveniente da una famiglia di intellettuali, non c’è soggetto su cui non sia disponibile a confrontarsi, perciò è ospite gradito dovunque. Più difficile, soprattutto ora che è richiestissimo, riuscire ad avere un’intervista con lui. Quello che vedete qui è il suo incontro che noi di IL, in esclusiva per l’Italia, abbiamo avuto a Cannes, prima del suo trionfo: la storia, per nulla prevedibile, di come il film è stato concepito e di come In ginocchio da te di Gianni Morandi è diventata la traccia centrale della colonna sonora.

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