Un bel libro di Giorgio Ieranò, che i lettori di “IL” conoscono bene, ci racconta perché i Greci hanno inventato il binomio amore-mare: molte generazioni di poeti lo hanno poi logorato, ma vi sembrerà di incontrarlo per la prima volta. E, no, niente svenevolezze

Anche soltanto per assonanza e consonanza, quantomeno nelle lingue romanze, l’amore e il mare hanno condiviso una straordinaria fortuna letteraria: poeti che si dibattono nella tempesta del desiderio; amanti che fanno naufragio tra i flutti suscitati da una dolorosa passione; Eros timoniere del vascello di Venere, che talvolta naviga verso la quiete di un porto, ma più spesso è esposto alle procelle e fa dubitare di un possibile approdo sicuro (e, infatti, Petrarca scripsit, «Passa la nave mia colma d’oblio / per aspro mare, a mezza notte il verno, / enfra Scilla et Caribdi; et al governo / siede ‘l signor, anzi ’l nimico mio…»).

Il binomio mare&amore è stato così tante volte montato e smontato, come un mobile componibile, da generazioni di poeti e scrittori sommi, mediocri e pessimi, che ormai da tempo le sue viti sono spanate: siamo a un passo, quanto a logoramento, dal leggendario trittico cuore-fiore-amore. Eppure, proprio perché la connessione poetica tra amore e mare è tra i luoghi comuni più frequentati, vale la pena di concederle un po’ di attenzione in più. Come la lettera rubata di Edgar Allan Poe, invisibile proprio perché lasciata in bella vista, il topos che dà titolo al bel libro di Giorgio Ieranò, Il mare d’amore, è infatti quasi negletto da chi scrive con competenza di letteratura proprio per la sua vieta ovvietà. Ed è un peccato perché – come scrive l’autore nel Prologo al suo volume – «quanto oggi è usurato un tempo è stato nuovo» ed «è proprio scavando alle radici di un luogo comune che spesso si scopre qualcosa di sorprendente». E dal momento che «Dardi e cuori, sospiri e sguardi ebbero, per così dire, origine ad Alessandria: oggi obsoleti, allora erano freschi» (così E. M. Forster, a proposito della poesia erotica ellenistica) e dal momento che Ieranò insegna letteratura greca all’Università di Trento, ecco che la sua attenzione si volge al mondo antico: la sua perlustrazione si concentra sui fondali del mare d’amore e cioè sulla nascita e sullo sviluppo di questa coppia poetica nella letteratura greca e poi latina.

Nelle pagine del libro non c’è l’odore di chiuso dell’Accademia e, seguendo la traccia equorea di Afrodite, la curiosità dell’autore, passando per i provenzali, per lo Stilnovo e per i Fiori del male arriva fino a uno strano romanzo del 1991 dello scrittore serbo Milorad Pavić e a Prima ti sposo poi ti rovino dei fratelli Coen. Molte delle tappe più piacevoli e sorprendenti, in questo andirivieni non cronologico, cadono tra il Cinquecento e il Seicento (ma quand’è che abbiamo dimenticato gli splendori della lirica barocca, che Ieranò ha il merito di disseppellire dalle pagine meno stropicciate delle antologie scolastiche?). È il caso del grande Giovan Battista Marino, quando racconta il rapimento per mare di Europa a opera di Zeus trasformatosi in toro:

«Iva la bella Europa,
sparsa le bionde trecce, il mar solcando.
De l’animata nave
era Amore ’l nocchiero,
ed ella stessa e passaggiera e merce.
Erano remi le taurine braccia,
era timone il corno, e vela il velo,
che, ’ngravidato e gonfio,
di placid’aura e di secondo vento,
la portava veloce».

O dei vertiginosi ricami del francese Pierre de Marbeuf, amico di Cartesio:

«Et la mer et l’amour ont l’amer pour partage,
Et la mer est amère, et l’amour est amer,
L’on s’abîme en l’amour aussi bien qu’en la mer,
Car la mer et l’amour ne sont point sans orage».

(«E il mare e l’amore han l’amaro in comune,
e il mare è amaro, e l’amore è amaro,
ci si perde in amore come nel mare,
perché il mare e l’amore non son senza tempeste»).

Ma torniamo ora al nocciolo del libro: il mondo antico. Alternando versi celebri, indagini sulle rappresentazioni vascolari, tradizioni che si sono sbriciolate nel corso dei secoli e che si possono intravedere soltanto in un frustolo di papiro da poco scoperto o in una glossa sfuggente di qualche lessicografo tardo, Ieranò, con la sua scrittura allenata a rivolgersi anche ai non specialisti che i lettori di IL ben conoscono, ci accompagna alle origini del matrimonio tra mare e amore, che affondano in antichi culti di Afrodite e di altre divinità a lei connesse. D’altronde, non è strano che i greci, signori di una terra tutta allargata, come una mano, sul mare e abitatori di un nugolo di isole fin dai tempi più remoti, abbiano usato il mare come metafora letteraria di molte cose e, fra queste, l’amore. Ma è interessante capire perché nei versi degli antichi abitatori dell’Ellade, e nella loro prosa, il mare d’amore fosse perlopiù agitatissimo: per i greci il mare – che loro, prestatori di vocaboli a tutta l’umanità, chiamavano invece, incredibilmente, con una parola non greca (θάλασσα) – era infatti una presenza ostile, una distesa arcigna pronta a richiudersi sui relitti delle navi di chi s’azzardava a solcarlo. E il naufrago lasciava dietro di sé solo inconsolabili testimonianze epigrafiche buone al massimo per un cenotafio – una sorte peggiore di ogni altra in una cultura in cui seppellire i defunti era il segnacolo della civiltà. Tristo quindi anche il destino dell’amante in preda ai flutti selvaggi dell’amore, qualora non trovi un appiglio e non riesca a guadagnare la riva. Senza dire che qualche volta l’amore è doloroso anche sul bagnasciuga, come per Arianna che, abbandonata sull’isola di Nasso da Teseo, la nave del quale già si allontana all’orizzonte, dice, con la voce che le presta Catullo in celebri versi:

«Non ha case la spiaggia, è un deserto quest’isola,
né s’apre via d’uscita nel cerchio delle onde marine;
non vedo mezzi di fuga o speranze: tutto è silenzio,
tutto è abbandono, tutto è presagio di fine imminente».

Ma ovviamente neanche per gli antichi l’amore è soltanto angoscia e dolore ma anche piacere («Eros di nuovo che scioglie le membra mi sconvolge / dolceamara invincibile belva», scriveva Saffo). E quindi un epigramma, forse di Asclepiade, contempla addirittura un happy end:

«Sulla tua riva, Afrodite, signora di Citera e Pafo,
Cleandro vide Nico, che nuotava tra i flutti scintillanti,
e fu acceso d’amore: sì dalla ragazza bagnata
vennero a lui carboni ardenti. E nel tempo
che lui naufragava in terraferma, la spiaggia benigna
ricevette lei che veniva dal mare. Ora hanno entrambi
lo stesso desiderio d’amore; non furono vane
le preghiere innalzate per lei sulla riva».

E in ogni caso, per rimanere al linguaggio marinaresco, basta gettare l’amo fra le migliaia di epigrammi dell’Antologia palatina per pescare qualche tesoro, come questo capolavoro di scorrettezza di Meleagro, così disdicevole e quindi meraviglioso al nostro occhio contemporaneo (disclaimer: Timario è una prostituta non più giovanissima; più che una milf, una granny, secondo la tassonomia del porno che non sarebbe dispiaciuta al poeta di Gadara):

«Lo scafo di Timario, un tempo vascello veloce,
non lo fa navigare Afrodite, per quanto remi;
sono curve le spalle sul dorso, come l’asta sull’albero;
i bianchi capelli come stragli mollati;
i seni flaccidi, come vele allentate;
tutto il ventre è segnato da rughe;
sotto, la barca fa acqua, e la salsedine invade
la stiva; il rollio fa tremare i ginocchi.
Povero chi, ancora vivo, attraversa lo stagno
D’Acheronte a bordo di questa vecchia carcassa».

E così anche chi sospetta che Il mare d’amore di Ieranò possa essere uno svenevole ricamo sull’ovvio per cultori di vecchi papiri è servito.

Giorgio Ieranò

Il mare d’amore. Eros, tempeste e naufragi nella Grecia antica

Laterza 2019,
272 pagine, 18 euro
Chiudi