Appendice

Maledetta taranta, ora ti facciamo la festa

27.11.2019

Nelle immagini pubblicate in questa pagina, alcune foto storiche tratte dal volume “Tarantismo: Odissea di un rituale italiano”

Franco Pinna

Vortici di tamburelli e danze scatenate. Una pratica di esorcismo musicale diventata, oggi, evento estivo di catarsi collettiva. Il progetto “Tarantismo: Odissea di un rituale italiano” ne ricostruisce la parabola, affiancando a un doppio vinile con registrazioni storiche e reinterpretazioni un volume di scritti, testimonianze e reportage fotografici

Poteva accadere che si presentassero all’alba o al tramonto, che giungessero nel cortile, fin sotto i balconi, o a due passi dalla porta d’ingresso. Oppure che si fermassero alla piazza principale. In ogni caso l’effetto era lo stesso, la gente arrivava e si sceglieva l’angolo con la visuale migliore. Assistere a un dolore altrui in fondo è come rimuoverne uno proprio. Erano suonatori di tamburello, di violino, di organetto e di armonica a bocca, intonavano le note di una pizzica o di una tarantella e lo facevano al modo dei folli, forzando il ritmo fino a sformarsi le mani, i muscoli della faccia, la bocca. La musica era sfrenata perché sfrenato era il rito: un esorcismo estremo e laico. Fin qui la nostra immaginazione. A nutrirla sono le parole di chi ha visto.

«Per delimitare lo scenario del rito, ovvero il perimetro cerimoniale della danza, un ampio lenzuolo disteso su coperte copriva il pavimento del vano, e sul lenzuolo, in un angolo, un cestino per la raccolta delle offerte, e immagini di San Pietro e San Paolo in colori vistosi», scrive Ernesto de Martino in La terra del rimorso – Contributo a una storia religiosa del Sud, testo pubblicato dal Saggiatore per la prima volta nel 1961 e ristampato nel 2007. «Qui nei limiti segnati dalla bianca tela si produceva la tarantata, anch’essa in bianco come la tela su cui danzava, la vita stretta da una fascia, la nera capigliatura tempostamente sciolta e ricadente sul volto olivastro, di cui si intravvedevano i tratti ostentatamente immobili e duri e gli occhi ora chiusi e ora socchiusi, come di sonnambola, mentre il chitarrista, il fisarmonicista, la tamburellista e il nostro barbiere-violinista si producevano a loro volta nella vibrante vicenda della terapia sonora».

Franco Pinna

Franco Pinna

Franco Pinna

Franco Pinna

Chiara Samugheo

Il racconto di de Martino (antropologo, filosofo, storico delle religioni) riprende ora vita in un progetto, composito e ambizioso: il suono, l’immagine, la parola. Si tratta di un’opera che aspira a essere complessiva, forse pure vorticosa – in perfetta coerenza con il ritmo della taranta – quella che la piattaforma FLEE lancia con Tarantismo: Odissea di un rituale italiano. Un approccio interdisciplinare documenta la storia contemporanea di questo rituale centenario. Occorre, infatti, guardare al passato per scorgere in pieno la modernità di questa iniziativa, e tornare esattamente alla fine degli anni Cinquanta, quando Diego Carpinella, personaggio dalla vita movimentata e dagli interessi poliedrici, comincia a raccogliere i canti popolari italiani, arrivandone a collezionare quasi 5mila. Lo sguardo punta, in particolare, alla Puglia, anche se Carpinella, che nel frattempo aveva coinvolto nel suo lavoro Ernesto de Martino e l’etnomusicologo americano Alan Lomax, batte con le sue registrazioni l’Italia, letteralmente da Nord a Sud, dall’Alto Adige alla Sardegna.

Tarantismo: Odissea di un rituale italiano, disponibile dal 27 novembre sul sito di FLEE, mette insieme analisi, reportage, testimonianze e musica. Questi materiali sono organizzati in un doppio disco-vinile e in un volume. La parte musicale ripropone le registrazioni originali di musicisti-esorcisti registrati, appunto, da Diego Carpitella, Ernesto de Martino e Alan Lomax, e sei rielaborazioni di musicisti elettronici e produttori contemporanei d’avanguardia: Bjorn Torske & Trym Søvdsnes, LNS, UFFE, KMRU, Bottin e Don’t DJ. La parte documentaria è invece articolata in nove saggi che analizzano i diversi aspetti del rituale, attraverso più discipline e più linguaggi. Il libro propone i contributi e le fotografie esclusive di Chiara Samugheo, Edoardo Winspeare, Claudia Attimonelli, Pamela Diamante, Luigi Chiriatti, Salvatore Bevilacqua, Gino Di Mitri e Mattia Zoppellaro.

Franco Pinna

Franco Pinna

Franco Pinna

Franco Pinna

Chiara Samugheo

La pluralità di fonti e sguardi ci immergono in una tradizione che ha la sua enfasi nella grande manifestazione estiva La Notte della Taranta. E dire che quando La Notte nacque bisognava proprio avventurarsi tra le strade sterrate della campagna pugliese, come ricorda Claudia Attimonelli, nel volume di Tarantismo, nel suo scritto in La notte della Taranta – Un “raveival” folklorico :

«Era una notte di agosto di 21 anni fa, 1998. Ci aggiravamo in quattro nella Citroen Saxo rosso amaranto per le strade della Grecìa Salentina, quelle che collegano Castrignano dei Greci a Melpignano e Corigliano d’Otranto. Venivamo da Sud, dalle spiagge incantate che si dispiegano tra Torre Vado e Torre Pali, dalla sabbia così bianca e fine che un lido si chiama Maldive, e da lì partiti ci dirigevamo verso Nord nell’entro-terra, alla ricerca di una non meglio precisata festa di cui avevamo saputo giorni addietro, in cui si sarebbe suonato e ballato per tutta la notte ai ritmi della pizzica. Oltre al nostro gruppetto c’erano altri amici distribuiti in due macchine incolonnate e i tre veicoli girovagavano sul calar della sera verso la meta, percorrendo strade che sulla carta davano l’idea di essere alquanto vicine ma che, secondo non si sa bene quale mistero della topografia salentina che mi ha sempre incuriosito, sembravano scomparire dietro insegne contraddittorie costringendoci a circumnavigazioni rapsodiche».

Oggi La notte della Taranta è un evento internazionale che attrae migliaia di spettatori – 200mila presenze per l’edizione del 2019 – pronti a partecipare al rito d’agosto per sperimentare moderni stati di trance. Sarà per quella sorta di magnetismo che emana l’origine oscura di questo rituale, in cui il ritmo frenetico fino all’estrema capacità del corpo di sostenerlo e le danze altrettanto ossessive vengono usate per esorcizzare dal morbo causato dal morso di un ragno, la lycosa tarantula: povera vittima, in realtà, di un’accusa ingiusta, visto che la scienza ci dice che, per quanto il suo morso provochi dolore, certo non origina quell’isteria dai sintomi plurimi e devastanti che colpisce i tarantolati. Una guerra, quella del tarantolato, contro una vera possessione: l’atto finale, quello che segna la vittoria, è il piede dell’uomo che schiaccia il ragno.

Chiara Samugheo

Franco Pinna

Franco Pinna

Chiara Samugheo

Ecco la doppia fascinazione, dunque: una malattia dalla natura ignota che colpiva le donne per lo più durante il periodo della mietitura, provocando loro un vero disfacimento fatto di catatonia o, al contrario, di deliri; e una cura sconosciuta in egual modo: le note suonate a ritmo sfrenato a far lievitare le pulsazioni, la pressione sanguigna, il sudore. Così il male lasciava il corpo riconsegnandolo a un pacificato sfinimento.

Ed è un mistero che si aggiunge a un altro mistero: le vittime predilette dalla taranta sono infatti le donne. Torniamo allora alla nostra immagine di partenza, e alle parole di de Martino che ci spiega chi fosse la protagonista di quella spiega: «Si chiama Maria e viene da Nardò, un villaggio situato nel nord del Salento. Circondata da musicisti che suonano fino allo sfinimento, e danzando su un lenzuolo bianco di fronte a due icone di santi, Maria porta il marchio di un rituale ipnotico vecchio di mille anni, radicato nel solco della tradizione pagana nel Mediterraneo: il tarantismo. Come molte altre tarantate, Maria è considerata dai suoi pari una vittima del morso di una misteriosa tarantola, un morso che le infligge sofferenze regolari che è costretta a curare muovendosi sui ritmi della pizzica, e contemporaneamente implorando per la grazia di San Paolo».

Intuiamo che qui entra in gioco la transazione verso la modernità: è il 1961, la civiltà contadina sta per lasciare il passo all’industrializzazione diffusa. Il Mezzogiorno arranca ma ci prova. Il mondo che è stato si allontana: «La crescente industrializzazione dell’Italia trionferà col tempo sul veleno della tarantola, suonando la campana a morto per una civiltà contadina che è divenuta arcaica e imbarazzante per la nazione italiana desiderosa di esternare al mondo intero la neonata prosperità. A circa sessant’anni dalla sua estirpazione, la “malattia pugliese” sembra invece più viva che mai», scrive sempre de Martino.

E che tocchi allora proprio alle donne il peso di questo mutamento? Chiara Samugheo le ha ritratte, le sue foto sono testimonianza e partecipazione. Ad Alan Marzo, che l’ha intervistata per il progetto di Flee, ha spiegato: «Con il mio reportage ho messo in luce le zone d’ombra della mia terra, pregne di magia e di mistero. Queste invasate mi permisero di assistere alle loro danze convulse cadenzate da suoni e percussioni che si fondevano alle loro grida di sofferenza e liberazione. Fui contagiata anche io dall’isteria di queste donne e dalla loro massima espressione dell’eros. Vestita di bianco, senza traccia alcuna di colore per non infastidire il rituale, in punta di piedi, scelsi come punto di osservazione un soppalco di questa chiesetta». L’immagine di Samugheo restituisce così il rituale, senza tuttavia riuscire fino in fondo a illuminare l’essenza di una condizione che è arcaica e in fondo immutabile, ovvero la nevrosi come identità individuale e collettiva.

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