Design

Gli italiani che progettano l’Onu

12.11.2019

Sala XIX e mezzanino nella sede Onu di Ginevra

Lo studio Peia Associati firma il rinnovo della sala più grande delle Nazioni Unite a Ginevra. Tra luci cicardiane, inclusione e molti marchi del Made in Italy

C’è uno studio di architettura italiano e tanto Made in Italy nel rinnovo della Sala XIX dell’Onu a Ginevra, inaugurata il 12 novembre. Lo studio Peia Associati ha infatti curato il progetto e numerose aziende nostrane sono state coinvolte, a partire dal general contractor CCM, con la controllata Matteo Grassi per le sedie, e poi Casalgrande Padana per il rivestimento ceramico, Wood-Skin per quello in legno, Flos per l’illuminazione: «Con loro abbiamo studiato un sistema di luci circadiano, che imita il sole e cambia a seconda delle ore della giornata, per le lunghe ore di riunione. È lo stesso usato dagli astronauti. Per la prima volta al mondo è in uno spazio del genere», racconta Giampiero Peia, responsabile con Marta Nasazzi del progetto.

La Sala XIX è quella principale della sede Onu di Ginevra, clone di quella di New York City: ospita le sessioni plenarie dei rappresentanti dei vari Paesi. È la multilateralism hall e da oggi in poi diventerà anche la Sala del Qatar visto che è stata donata dal Paese che si affaccia sul Golfo Persico. Una ventina i milioni di investimento. Che sono serviti a creare «una sala dalle caratteristiche più avanzate possibili, che servirà da modello per quelle future in termini di tecnologia, sostenibilità – molti dei materiali sono ecologici, assorbono CO2 –, inclusione», racconta ancora Peia. 4.000 mq quadrati per 800 posti, la maggior parte accessibili anche con sedia a rotelle: 320 per i delegati degli Stati, più altrettanti assistenti, oltre a osservatori e stampa; 10 cabine di traduzione simultanea tra cui, per la prima volta, una dedicata agli interpreti della lingua dei segni; una grande parete a led 4K, 400 monitor, telecamere motorizzate e un nuovo sofisticato sistema di trasmissione in ultra alta definizione; soluzioni di cyber security; 7mila sottili pannelli in legno mobili sul soffitto per migliorare l’acustica; infine un’apertura automatica che offre una vista sul Parco, il Lago di Ginevra e il massiccio del Monte Bianco. Anche per ricordare la crucialità dei temi ambientali.

La sala XIX dell’Onu a Ginevra rinnovata dallo studio Peia Associati

Lo Stato donatore, il Qatar, è stato omaggiato con una serie di caratteristiche estetiche come la reinterpretazione della calligrafia araba, che diventa decorativa, o quella di pattern tradizionali del Paese su pannelli acustici, griglie in bronzo, tessuti, tappeti e mosaici. C’è un riferimento all’immagine della duna del deserto nel soffitto a volta: simbolo qatariota ma, anche qui, dell’ambiente da preservare. A ciò si aggiunge un lavoro filologico dedicato all’architetto e designer francese Charlotte Perriand, che tra gli anni 60 e 70 contribuì al rifacimento degli interni del Palazzo delle Nazioni Unite di Ginevra. Mentre a Parigi la Fondation Louis Vuitton le dedica un’ampia retrospettiva (fino al 24 febbraio 2020) a vent’anni dalla morte, lo studio Peia ha recuperato e bonificato 40 poltroncine originali disegnate dalla Perriand e collocate nel mezzanino della sala, lo spazio dedicato ai visitatori. E si è ispirato alla loro forma nel creare le nuove sedute per l’assemblea. «È stato un lavoro archeologico», commenta Peia, «abbiamo cercato di dare una nuova immagine alla sala, ma preservando quello che si poteva tenere».

La sedia originale di Charlotte Perriand e a destra la reinterpratazione data dallo Studio Peia

«Lavoriamo con il Qatar da molti anni», aggiunge l’architetto, «e quando 5 anni fa abbiamo vinto la gara per questo progetto siamo stati contenti di sapere che aveva vinto anche un’altra società italiana, CCM, che pure era stata coinvolta nel nuovo aeroporto di Doha. C’è stata quindi una doppia azione per l’Italia: sia sul design che sulla parte di building». Un altro aspetto di cui Peia va particolarmente orgoglioso è quello di avere «lavorato per uno strumento di pace. È importante portare valori al di là del semplice design», spiega, e ricorda altri progetti dello studio con queste caratteristiche, il più famoso forse è il Padiglione della Coca-Cola per Expo 2015 a Milano: «Un edificio che metteva in campo soluzioni avanzate di sostenibilità, con cascate d’acqua al posto dei condizionatori, e che dopo Expo ha iniziato una nuova vita, diventando una campo da basket che è stato collocato in un parco di periferia, contribuendo a risanarlo. Oppure il Centro Culturale Ikeda per la pace», conclude: il più grande centro buddista d’Europa è un tempio e insieme uno spazio per i cittadini.

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