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Per favore non venite più a vivere a Dhaka

IL 116 20.11.2019

Ha già 18 milioni di abitanti, il boom continua. Che fare? Sviluppare altre aree che assorbano la fuga dalle campagne. Impresa complicata

Le classifiche sulle città più vivibili del mondo non di rado sono più noiose delle metropoli di cui si occupano. Sul podio ci sono immancabilmente gli angoli più ricchi e ordinati d’Europa e quelli meteorologicamente meno respingenti di Canada e Scandinavia. All’estremità opposta dei ranking, invece, le cose solitamente sono un po’ più interessanti. Non tanto perché il primato passi spesso di mano (in quella dell’Economist Intelligence Unit, la capitale siriana Damasco è tragicamente ultima da 7 anni), ma perché in molti casi si tratta di megalopoli in rapida trasformazione, tanto infrequentabili quanto vitali.

È il caso della capitale del Bangladesh, Dhaka, dove si stima che ogni giorno porti circa 1.400 abitanti in più. Per lo più migranti che si lasciano alle spalle le 50 sfumature di verde della scintillante, ma povera campagna bengalese per cercare qualche scampolo di fortuna in quell’industria tessile che genera circa l’11 per cento del Pil nazionale. Negli ultimi decenni, la capacità d’attrazione di una delle città meno attraenti del pianeta è stata fenomenale. Dal 1980 a oggi, la popolazione è passata da 3 a 18 milioni. Le ragioni del boom sono abbastanza ovvie: il 35 per cento della ricchezza generata in Bangladesh viene prodotta qui, grazie – oltre alla già citata industria tessile – anche a settori più sofisticati come l’industria farmaceutica e la finanza. Le opportunità offerte da Dhaka stanno però mettendo a dura prova le sue reti infrastrutturali, a tal punto da far diventare scarsa anche l’unica risorsa naturale che questa megalopoli costellata di stagni, rivoli e laghetti sembra avere in abbondanza: l’acqua. Rispetto a 30 anni fa, il consumo è quintuplicato e il volto della città è cambiato: nel 2010 la capitale era coperta d’acqua per oltre 22 chilometri quadrati; sette anni dopo – secondo Rajuk, un’agenzia statale che si occupa di sviluppo urbano – il 70 per cento di quell’area è stato prosciugato o cementificato.

Oggi, per limitare i danni, la Water Supply & Sewerage Authority (Wasa) di Dhaka raccomanda un uso quotidiano massimo di 150 litri a testa, ma le statistiche mostrano che chi vive in un formal settlement ne consuma 310 litri al giorno, mentre chi tira a campare in qualche forma di informal housing (burocratese per slum) si ferma a 85. Meno di un sesto di questi insediamenti è raggiunto dalla rete idrica ufficiale. Gli altri devono misurarsi con gravi deficit sia quantitativi sia qualitativi. Un problema enorme, in una città che ogni giorno sversa nei suoi corsi d’acqua oltre 1 milione di metri cubi di liquami, con conseguenze sanitarie facilmente immaginabili.

Il fatto che ben il 60 per cento della popolazione viva in questo tipo di abitazioni fa capire a quanta pressione verrà sottoposta la rete idrica mano a mano che i migranti già inurbati riusciranno a salire i gradini della scala sociale e altri prenderanno il loro posto. Oggi, chi guadagna 9mila taka al mese (poco meno di 100 euro) consuma in media più del doppio dell’acqua di chi si ferma a 3mila.

La soluzione a cui pensa il governo per coniugare crescita e sostenibilità, possibilmente risolvendo questo e altri problemi della capitale, è un processo di decentralizzazione che porti lontano dai confini cittadini fabbriche, ospedali, università e infrastrutture in modo da limitare le migrazioni verso Dhaka. Un’operazione che si annuncia complessa: creare nuovi poli d’attrazione richiede tempo e denaro, mentre i cambiamenti climatici che stanno rendendo più difficile la vita nelle campagne –dai cicloni sempre più devastanti all’avanzata inesorabile del mare nelle regioni affacciate sulla Baia del Bengala – sono già qui.

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