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Scrivere bene è una questione di orecchio

IL 116 21.11.2019

Alicia Giménez-Bartlett

Alessandra Fuccillo

Intervista con Alicia Giménez-Bartlett che, inventandola, sta scoprendo la biografia della protagonista dei suoi romanzi Petra Delicado e attende la versione televisiva italiana delle sue storie (l’anno prossimo su Sky). Intanto, il 27 novembre, la si può incontrare a Milano allo Zacapa Noir Festival

Alicia Giménez-Bartlett è una di quelle persone con le quali parleresti per sempre: chiacchiera con gusto, ride spesso, distribuisce dosi massicce di ironia, che si può dire sia il tratto principale del suo carattere: «È il mio modo di relazionarmi con tutto, compresa me stessa. È più facile non offendere gli altri, se si usa l’ironia, e si lascia sempre una possibilità di risposta», ci confessa. È un lato che si coglie molto bene leggendo la serie di gialli che vede come protagonisti Petra Delicado e il suo assistente Fermín Garzón, ma non ne esclude un altro, più riflessivo, che emerge da testi dove si affrontano la libertà di scegliere come morire (Exit) o come comportarsi (Segreta Penelope), o ancora la crisi economica (Uomini nudi): «Ho una personalità un poco schizofrenica», dice ridendo. «Da una parte sono moderatamente ottimista, apprezzo l’ironia, il senso dell’umorismo, lo scherzo. Dall’altra, quando penso profondamente alla vita, la vedo dura, amara, piena di difficoltà».

Nei suoi libri emerge in filigrana il tema della libertà. Perché le sta tanto a cuore?

«La mia infanzia e buona parte della mia giovinezza sono trascorse sotto la dittatura di Franco. La mancanza di libertà era enorme e si percepiva ovunque: nella censura del pensiero, dei libri e dei costumi, nella politica e sul piano sociale. Se fossi cresciuta in un Paese più libero, forse non avrei avuto questa ossessione, ma credo che la ricerca della libertà personale sia un tema molto importante ancora oggi. Specialmente per le donne».

Lei passa con facilità dal giallo al romanzo storico. Crede che generi diversi si adattino meglio a trasmettere messaggi diversi?

«Senza dubbio, il giallo permette di fare cose molto specifiche. Per esempio, una critica sociale che altrove potrebbe suonare folcloristica. Anche l’umorismo si adatta molto bene al giallo. E la rappresentazione di personaggi semplici. Gli altri libri non hanno un genere definito: sono romanzi aperti, dove si entra di più nel mondo privato, interiore, dello scrittore».

Aver insegnato letteratura ha influito sul suo modo di scrivere?

«Sì, molto. Mi ha portato a pensare che è molto importante non lasciare nulla all’improvvisazione sul piano formale, che i libri devono avere uno stile riconoscibile e una prosa comprensibile».

Spesso, però, chi pensa molto alla forma, risulta meno leggibile…

«È vero, ma quello che a me interessa di più è comunicare con il lettore. Il lettore è colui che finisce la storia: tu proponi una versione e lui, con le sue esperienze e la sua interiorizzazione, la porta a compimento. Per questo è importante non essere pedante e adottare un linguaggio comprensibile, diretto, capace di emozionare».

L’uso della prima persona, che lei predilige, va in questa direzione?

«La prima persona aiuta a entrare direttamente nell’intimo dei personaggi. Se ci fa caso, nei miei libri ci sono poche descrizioni, che siano ambientali, fisiche o sociali. Quello che conta, per me, è ciò che accade dentro la testa dei personaggi. Anche come lettrice, mi piacciono gli autori che lavorano molto con il pensiero. Vengo da un’epoca in cui gli intellettuali erano molto considerati, oggi un po’ meno».

Qual è il suo rapporto con Petra Delicado? Molti autori arrivano a odiare i propri eroi seriali…

«È molto buono, e ancora migliore è quello che ho con Fermín Garzón. Ho la fortuna di avere altri registri, di affrontare il lato più oscuro della vita in altri libri, come abbiamo detto. Perciò, quando torno a Petra lo faccio con molta voglia di divertirmi e di incontrare questa donna che è più forte e più ottimista di me. All’inizio, quando mi chiedevano se Petra sarebbe invecchiata, non sapevo rispondere. Poi mi sono resa conto che era imprescindibile che avesse un’evoluzione e man mano che la sua vita personale e quella di Fermín andavano avanti, ho cercato di fare in modo che i loro sentimenti crescessero di pari passo. Sono diventati personaggi più profondi, con una personalità più complessa, e questo ha creato tra me e loro una relazione più intensa di quanto non fosse all’inizio».

Petra e Fermín vivono di grandi scambi di battute. Qual è il segreto di un buon dialogo?

«È molto facile. Io sono pessima con lo sguardo: dimentico i luoghi, visito una città e se ci torno dopo qualche anno non ricordo nulla. Ma sono molto brava con l’udito: ricordo le voci delle persone e, per la disperazione di mio marito, ricordo tutto ciò che viene detto. Ho anche un buon orecchio per la musica. Quindi è una disposizione personale: sono scarsa nelle descrizioni, brava nei dialoghi».

Sta scrivendo una biografia di Petra Delicado. Quando la vedremo in libreria?

«Sembra il mio editore. Sono più o meno a metà. Dovrei riuscire a consegnarla verso metà del 2020».

Ha scoperto cose nuove?

«Soprattutto come si vive in una accademia di polizia, perché la storia è ambientata all’epoca in cui Petra studiava, e le donne allora erano solo nove. Oggi sono ottocento. Ho dovuto informarmi, parlare con molte persone, perché è una parte che non può essere in alcun modo autobiografica, e ho scoperto un mondo che mi ha incuriosito tantissimo».

Quindi la biografia si ferma a fine accademia?

«Non lo so: è una domanda terribile per me. Se ha qualche idea, per favore mi telefoni e me lo dica».

Qual è il suo rapporto con le serie tv? In passato, Petra è stata protagonista di una serie spagnola e il prossimo anno la vedremo trapiantata in Italia, in una produzione di Sky, in quattro indagini tratte da altrettanti libri.

«Per la serie spagnola mi avevano chiesto di partecipare alla sceneggiatura, ma ho capito che non faceva per me appena mi hanno chiesto com’era la macchina di Petra. Ho risposto: “Non so, ha quattro ruote, un volante…”. Loro insistevano che una macchina dice molto sul carattere di un personaggio – se è disordinato, i colori che ama – e io ho lasciato perdere».

Che effetto le fa vedere i suoi libri sullo schermo?

«È il lavoro di un altro, che io rispetto moltissimo, ma non mi sento coinvolta. Però sono stata sul set a Genova, ho conosciuto l’attrice e la regista (Paola Cortellesi e Maria Sole Tognazzi, ndr) e ho capito di essere in mani molto buone».

Qui l’azione è stata spostata a Genova, nella serie spagnola a Madrid. Che cosa cambia?

«Bisogna identificare i quartieri giusti, perché ciascuno ha un profilo sociale diverso. Barcellona (dove sono ambientati i romanzi, ndr) è una città marittima, con un barrio oscuro come il Raval, ha molti strati sociali ed è quasi una piramide: scendendo dalla montagna al mare si passa dalle classi più ricche a quelle popolari. Però a me piacerebbe che Petra, sullo schermo, andasse ovunque, magari in Afghanistan, ma non a Barcellona».

 

A cena con l’autrice al Zacapa Noir Festival
Alicia Giménez-Bartlett sarà a Milano il 27 novembre, dove dialogherà con la giornalista Cristina Guarinelli. Il tutto preceduto da una cena con degustazione, accompagnata da un cocktail creato ad hoc. È la particolarità del festival ideato e sponsorizzato dal celebre marchio di rum, partito il 20 settembre e che proseguirà fino a giugno 2020. L’idea è ospitare 19 maestri del noir, da André Aciman ad Alan Parks, da Ilaria Tuti a Maurizio De Giovanni, e farli incontrare con giornalisti, musicisti e artisti, per uscire dai confini del genere e raccontare le tante sfumature della realtà. Per il calendario completo, per prenotare un posto alla cena e per ascoltare i podcast degli incontri:
zacapanoirfestival.it

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