Spenta la musica e le luci dell'edizione 2019, una cosa la possiamo dire con certezza: il grande festival torinese sta mutando, forse maturando ancora, e noi siamo molto curiosi di che cosa vorrà diventare nel prossimo futuro

Non giriamoci attorno: per un anno Club To Club è stato perseguitato da una e una sola domanda. Il quesito nasce nell’istante in cui Aphex Twin termina la sua esibizione nell’ultima edizione del festival torinese, con l’audience ancora stordita dalla mole di preziosissimo suono che l’artista inglese le aveva scagliato contro, in una sorta di epifania collettiva, e si concretizza in queste parole: e ora Club To Club come potrà ripetersi?

La domanda, di per sé, è infame. Club To Club non poteva superarsi semplicemente perché non esiste un artista in attività che avrebbe potuto eguagliare, per importanza, capacità e momento storico, la prestazione di Richard D. James. Arrivando all’apice del gotha della musica elettronica, che prospettive rimanevano per il festival? È qui che arriva il punto di svolta.

In oltre quindici anni di carriera, Club To Club si era imposto sulla mappa europea come festival di musica elettronica. Il suo pubblico era principalmente composto da clubbers alla ricerca di set di qualità. Negli ultimi anni la formula si è allargata all’avant pop, aprendosi a quei progetti, principalmente suonati dal vivo, in cui ritorna la forma canzone e il canto, ma con taglio originale e alternativo ai canoni mainstream. Un equilibrio difficile in cui si è alternato i Beach House ad Aphex Twin, Blood Orange a Peggy Gou, Thom Yorke a Lorenzo Senni, in un continuo gioco di vibranti contrasti.

La grande rivoluzione di questa edizione è stato uno sbilanciamento inedito a favore dell’avant pop. Mai, come in questa edizione, si è ballato così poco e ascoltato così tanto. Basti pensare agli headliners: da una parte il talento cristallino di James Blake, dall’altro il suono da soundtrack dei Chromatics. E poi ancora i live di Let’s Eat Grandma, The Comet Is Coming (una delle performance migliori del festival), Helado Negro, Kelsey Lu, Battles. Certo, gli animi ballerini sono stati coccolati con esibizioni straordinarie come quelle di Floating Points e SOPHIE, ma la sensazione tangibile e condivisa era che il focus fosse altrove. Se l’esperienza del festival è il pubblico che la vive, la gremita platea presente alla performance di James Blake sembra aver abbracciato questa transizione, purché si continuino ad avere in cartellone dei validi nomi internazionali.

Una scelta che, in parte, ha invece spiazzato gli aficionados, ritrovatisi per grandi tratti del festival senza un beat di riferimento su cui estraniarsi e ballare forsennatamente. Perché, oltre al cambiamento sonoro, il ruolo dello spettatore muta dall’elettronica all’avant pop. Se, nel primo caso, l’elettronica ha funzione di allontanarci dal presente, distaccandoci da una dimensione terrena per proiettarci dentro l’astrazione di uno stato di trance, nell’avant pop la nostra attenzione è rivolta al palco, all’esibizione, attirandoci a sé con la richiesta di un certo grado di committenza. E se dopo l’ultima edizione – come avevamo scritto – ci auspicavamo un Club To Club frastagliato nelle sue geografie, la direzione è stata differente, con gli spazi del Lingotto pensati come due enormi sale concerto, con la decisione di escludere uno stage più intimo dove ricercare e sperimentare (come in passato furono Sala Rossa e Sala Gialla), una mancanza percepita terribilmente in questa due giorni dove ci ritroviamo costretti a vivere continuamente l’esperienza della grande folla e dei confini fin troppo ampi. Nonostante questa scelta rischi, alla lunga, di compromettere un certo scambio umano, in questa edizione rimane forte il carattere comunitario del festival, luogo di incontro per antonomasia.

La percezione è che abbiamo vissuto un’edizione di passaggio in cui Club To Club sta muovendosi con decisione verso una nuova direzione. È un cambiamento e, come in tutti i cambiamenti, è necessario del tempo di adattamento per trovare la propria quadra. Dopo la fine di un grande storia d’amore, come fu il Club To Club durante la performance di Aphex Twin, è necessario del tempo per potersi innamorare di nuovo. Nel mentre è preferibile non crogiolarsi nei dolci ricordi del passato, ma accettare questa onda, scoprire nuove sfumature di noi stessi e aprirci con maggior interesse verso l’evoluzione che il mondo ha avuto durante la nostra luna di miele. Club To Club sta mutando, forse maturando ancora, e noi siamo molto curiosi di che cosa vorrà diventare nel prossimo futuro. L’unico vero consiglio che ci sentiamo di dare è questo pensiero: quando le luci di sala si accenderanno per annunciare la fine della prossima edizione, ci piacerebbe non dover più vedere quel tappeto di plastiche morte.

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