Appendice

Quando Venezia era solo Venezia

di Giacomo Giossi
fotografie di NICOLETTA TRAVI
13.11.2019

Luigi Nono, i bar, Ripa di Meana, le calli, Cacciari e il mistero della terza colonna: un libro racconta com’era lo “stare al mondo” in laguna prima della sua diluizione nel turboturismo. Mentre l'acqua continua a salire...

Cosa resta di Venezia oggi? Cosa resta non tanto delle sue calli e dei suoi marmi, ma della sua gente, di quegli abitanti dotati di lingua, indipendenza e di un proprio e autonomo incedere? Da sempre Venezia è soprattutto la sua forma e come questa si evolve e cambia. Venezia prima che una città è un organismo biologico resistente e sensibile allo stesso tempo: un connubio tra umanità e natura come pochi altri esempi abbiamo nella storia dell’uomo. Qui, nella laguna veneta, la terra non è strappata, ma più che altro concordata e ricontrattata con le maree. Un compromesso quotidiano e una condizione di ininterrotta precarietà che le piogge e l’acqua alta da record di questi giorni rendono ancora più evidenti.

Venezia siamo stati noi di Toni Jop ha l’andamento prezioso di un’indagine, di una cronaca e anche di una storia della città e in particolare del suo Novecento. Tuttavia nessuna di queste indagini avrebbe senso, almeno su Venezia, senza uno sguardo, una visione originale e sostanzialmente letteraria perché Jop racconta e traduce il sentimento di un tempo e di un popolo sempre più lontani dalla memoria e dagli occhi. Venezia è stata (ed è ancora oggi in parte) intreccio e contraddizione, popolo ed elité, canto e ascolto. A Venezia nessuno cammina distante dal prossimo.

Jop intreccia ricordi personali e personaggi storici, modi di dire e di fare a descrizione di luoghi, ma tutto bisogna immaginare meno che un gratuito e ripetitivo gusto per l’aneddoto, per il ricordo tipico o peggio ancora kitsch. Venezia è un movimento e nel movimento si mischiano e al tempo stesso devono agire in maniera organizzata una lingua, uno spazio e un tempo ed è proprio in questo intreccio che Jop regala pagine preziose capaci di tradurre quel sentimento e di riportarlo ai nostri giorni, quelli in cui Venezia scivola sempre più lungo un piano inclinato fatto di turismo e depresso adattamento ai tempi.

Venezia era centocinquantamila veneziani a metà del Novecento ora è fatta da un terzo di quegli abitanti, il resto è turismo: portatori rumorosi e spesso danarosi di trolley. Ed è così – prendendo avvio da un dolore misto a rabbia, che accomuna molti veneziani spesso obbligatoriamente espulsi dalle proprie calli – che Jop ripercorre la memoria, ricucendo quel tempo che non fu per forza migliore, ma di certo più capace di dare concretezza a un senso di comunità e di politica oggi abbandonato in nome di un mercato individualista quanto autoreferenziale. Un mercato dentro al quale Venezia non ha più alcun ruolo se non quello di caratteristico fondale.

Venezia siamo stati noi sono Luigi Nono e la sua capacità e desiderio di “spiegare e convincere” quella classe operaia di cui si sentiva compagno di viaggio, sono Carlo Ripa di Meana e le sue inquietudini amorose in una morbida e silenziosa Venezia e poi ancora Basaglia, Cacciari, il Mose, i bar e le pasticcerie, i compagni di gioco e il Carnevale per la prima volta, San Marco e il mistero della terza colonna.

Il noi non riguarda mai però un gruppo chiuso o peggio un élite – come si usa dire oggi – di persone o di compagni, ma riguarda più che altro un tempo e un modo di stare insieme che fu ostinatamente aperto e condiviso. Essere veneziano o esserlo stato, avere abitato quella città e averla vissuta non riguardava (e non riguarda nemmeno oggi, per quello che ne resta) certificati di nascita o esclusive fortune parentali, ma un modo di stare nel mondo conoscendone l’equilibrio, il traballare inquieto del proprio sentire che si fonde con il clima e con il quotidiano incontrarsi e scontrarsi.

Le pagine sono dense, curiose, una cronaca divertita e mai banale che porta il lettore tra campi e calli restituendone il rapporto oggi oscurato da un vagolare superficiale e autoreferenziale che accomuna il più intontito turista con il più allocco frequentatore di biennali in cerca di inaugurazioni e vernissage.

È stato forse un tempo breve, una parentesi tra l’umidità malata e la povertà durissima e l’arraffo dei pochi di oggi, anche loro ultimi nel loro autoreferenziale maneggio senza visione e prospettiva.

Eppure quel tempo che ancora si tramanda grazie alle voci di Gualtiero Bertelli e Alberto D’Amico ha dato alla decadenza il sapore di una possibile rivoluzione dello spirito, in alcuni casi ha saputo anche realizzarla o almeno offrirla a chi fosse disponibile ad accoglierla. Toni Jop ha vissuto quel tempo e ne ha fatto parte, ha abitato quella città lasciando tracce e impronte che ora rilucono al pari dei marmi e dei palazzi patrizi, come solo un cronista di genio e uno scrittore raffinato poteva fare.

Toni Jop

Venezia siamo stati noi

Città del Sole,
252 pagine,
15 euro,
prefazione di Furio Colombo
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