Agenda

L’Asia dà la scossa a Hollywood

18.12.2019

I protagonisti di “The Farewell. Una bugia buona”, in sala dall’1 gennaio

Da decenni i registi con origini orientali erodevano le fondamenta del cinema wasp. L’anno scorso con “Crazy Rich Asians” ha ceduto anche il bastione della “rom-com”. E ora arriva in Italia “Farewell” (dal 24 dicembre), opera archetipica ma già definitiva sulle seconde generazioni di cinesi in America. Che ha già innescato un bel terremoto

Sono sempre piccole scosse telluriche a provocare i grandi terremoti dell’immaginario. L’ultimo è l’avvento degli asiatici a Hollywood, un fiume carsico che da decenni tentava di erodere le fondamenta del cinema wasp. Ora ce l’ha fatta, o così pare. Anche il genere più bianco di tutti ha dovuto cedere. Crazy Rich Asians (2018) è la rom-com di maggior successo degli ultimi anni: una giovane Cenerentola americana di origini cinesi (Constance Wu, già – e non per caso – nell’Asian-serie Fresh Off the Boat) s’innamora di un principe di Shanghai (Henry Golding, in realtà malese), pure lui ampiamente occidentalizzato. Il film ha incassato 175 milioni di dollari negli Stati Uniti, 60 più di Notting Hill. (Parentesi: in Italia ha fatto 245mila euro appena; e s’intitolava semplicemente Crazy & Rich, senza Asians, perché i terremoti qua fanno ancora paura).

La scossa dentro la scossa si chiama Awkwafina. Ha cominciato da rapper, è spuntata al cinema (s’era intravista nel remake virato al rosa Ocean’s 8, con Cate Blanchett e Sandra Bullock) ed è subito diventata “The Next Big Thing”. Era, nella commedia citata, l’amica della protagonista, la spalla comica vestita come un manga. Altro terremoto: oggi Nora Lum, così all’anagrafe, è un volto da cover di Variety. Lo slittamento dell’immaginario è compiuto. Awkwafina è protagonista del titolo che fa emergere quel fiume carsico in superficie: The Farewell. Una bugia buona, nelle sale italiane dal 24 dicembre, è l’opera, archetipica ma già definitiva, sulle seconde generazioni di cinesi in America. Billi (Awkwafina) è newyorkese a tutti gli effetti, così come i suoi genitori hanno ormai la cittadinanza americana. Ma conosce le sue radici, e parla mandarino con la nonna che vive a Changchun, Cina profonda. La nonna ha un tumore, ma la famiglia vuole tenerla all’oscuro della diagnosi: là si usa così, scopriremo presto. Niente di più, niente di meno. Con attorno un quadretto di prozie, cugini, amici, vicini, umanità assortita messa a raccontare un mondo doppiamente contaminato: di qua (in Occidente) la riscoperta delle tradizioni identitarie; di là (in Oriente) l’americanizzazione del gusto, che si scontra con l’immutabile senso della vita locale.

Awkwafina tiene insieme tutto, il vecchio e il nuovo, il cinema che cambia da sé e il dibattito obbligato anti-cultural appropriation. Come la regista Lulu Wang, pechinese naturalizzata statunitense: l’Ang Lee del futuro? Chissà. Insieme, guidano la brigata asiatica verso i prossimi Oscar. Scontata, almeno al momento, una candidatura per la prima come attrice protagonista, e un’altra per il film, e una terza per il copione (della regista medesima). Le statuette le vinceranno ancora i bianchi? Chi se ne importa. Il terremoto è appena cominciato.

Chiudi