Di questione demografica si discute da sempre. Se il filosofo tuonava contro il rischio sovrappopolazione (schierandosi per l’aborto), altri lanciavano l’allarme denatalità incolpando l’individualismo imperante. Proprio come succede nei dibattiti di oggi

Nell’antica Creta, racconta Aristotele, si era trovato un modo per regolare la crescita della popolazione. Il governo, da un lato, aveva incentivato la segregazione delle donne. E, dall’altro, aveva favorito l’omosessualità. Misure un po’ bizzarre, su cui il grande filosofo sospende il giudizio. Ma ispirate alle necessità di affrontare il problema cruciale del controllo delle nascite. È una questione che tendiamo a considerare tipica della modernità, nel suo duplice aspetto: il problema della sovrappopolazione e quello della denatalità. Ma in realtà è una questione antica, a cui proprio Aristotele attribuiva la massima importanza, in un testo che è fondativo di ogni scienza della politica (la Politica, appunto). «Bisogna limitare il numero dei figli per ciascuna famiglia», scriveva il filosofo, «se non si vuole far precipitare un gran numero di persone da uno stato di benessere a uno di povertà». Le risorse, sottolinea Aristotele, sono limitate. Un territorio non può sopportare più di un certo numero di abitanti. Se si eccede, si mette a rischio lo stesso ordine della società. Una città sovrappopolata diventa ingovernabile. «Se non si impongono restrizioni al tasso di natalità», conclude il filosofo, «la conseguenza inevitabile è la povertà. E la povertà produce, a sua volta, conflitti sociali e disordini».

Alle spalle delle riflessioni aristoteliche c’è l’ideale della polis antica che deve essere autosufficiente dal punto di vista economico e deve avere un numero limitato di abitanti per poter essere ben governata e affidata alla gestione diretta dei cittadini. Per questo troppi figli (ma anche troppi immigrati che ambiscono a essere cittadini) sono un male. Un grande Stato non è uno Stato popoloso, sostiene Aristotele. Come possono i cittadini giudicare con saggezza nei tribunali o eleggere i migliori candidati alle elezioni, se la città è così vasta che nessuno ha la possibilità di conoscere bene il carattere di ciascuno dei suoi concittadini? In verità, anche se Aristotele lamenta la scarsa attenzione dei governi al problema demografico, nell’antichità gli individui avevano già trovato un modo per evitare le famiglie troppo numerose. Era quello che si chiamava eufemisticamente “esposizione dei neonati” e cioè la pratica di abbandonare i bambini ancora in fasce lasciandoli morire. Pratica che, a volte, pareva sconfinare nell’eugenetica, se dobbiamo prendere sul serio le storie sui bambini troppo deboli o deformi buttati dagli spartani nei dirupi del Monte Taigeto.

Gli storici discutono ancora su quanto effettivamente queste pratiche fossero diffuse e incidessero sulle dinamiche della popolazione. Che esse appartenessero all’esperienza quotidiana (e non solo al mito, come nella celebre storia di Edipo, abbandonato sul Monte Citerone e salvato solo dalla pietà di un pastore) è comunque indubbio. In una lettera privata conservataci da un papiro greco, nell’Egitto governato dai Tolomei (III-I secolo a. C.), un uomo di Alessandria scrive alla sorella incinta: «Se il neonato è maschio tienilo, se invece è una femmina abbandonala». Questa usanza greca, come evinciamo dai documenti, non era condivisa dagli egizi, un popolo che aveva un grande senso degli affetti e dei vincoli familiari. I greci, anzi, si stupivano che gli egizi, gente bizzarra, non abbandonassero mai i figli e se li crescessero tutti quanti. Aristotele, tuttavia, è contrario all’esposizione dei neonati che, secondo lui, andrebbe vietata dalla legge. Per regolare le nascite raccomanda invece l’aborto. Ogni governo, scrive, dovrebbe fissare un numero massimo di figli per famiglia. Se si eccede quel limite, si ricorre all’aborto «prima che la vita razionale si sia sviluppata nell’embrione».

La nozione che la Terra fosse sovrappopolata, tuttavia, precede di molto l’epoca di Aristotele. In un antico poema che raccontava le origini della guerra di Troia (i Canti Ciprii, risalenti forse al VII secolo a. C.), si diceva che il conflitto era stato scatenato da Zeus. Il signore dell’Olimpo, infatti, si era stancato degli umani: erano troppi, e troppo fastidiosi. Bisognava alleggerire la Terra dal loro peso: una bella guerra era un’ottima soluzione, come poteva esserlo un diluvio universale. Secoli dopo, ai tempi dell’impero romano, anche il cristiano Tertulliano, che aveva un temperamento un po’ apocalittico, si augurava che «peste, carestia, guerra e terremoti» potessero risolvere il problema della sovrappopolazione. Anche il problema opposto, quello della denatalità, che caratterizza l’Italia di oggi, era tuttavia ben presente agli antichi.

In un impero che era stato spopolato dalle guerre civili, Augusto emanò una serie di leggi che penalizzavano i celibi e favorivano invece le famiglie numerose. Augusto sembrava supporre che le ragioni della denatalità fossero non solo economiche, ma anche etiche. Oggi c’è chi sostiene che in Italia si fanno pochi figli non perché non si trova lavoro ed è difficile mantenerli, ma perché è prevalso un modello culturale per cui si antepongono le libertà individuali alle responsabilità genitoriali. È una questione in cui non intenderemo entrare. Ci limitiamo a sottolineare che questo genere di dibattito è già antico. Come attesta una pagina di Polibio, storico del II secolo a. C.: «Oggi in Grecia si registra un tale calo del tasso di natalità e della popolazione che le città sono deserte e i campi restano incolti. Non è colpa delle guerre né delle carestie: le cause sono l’indolenza, la pigrizia e l’amore per le ricchezze degli individui. Si desidera una vita facile e perciò si preferisce non sposarsi o, se ci si sposa, si sceglie di non avere figli da crescere». Mutatis mutandis, i termini del dibattito, insomma, sono da sempre gli stessi. La cosa può sconfortarci, o viceversa confortarci. Ma così è. Ed è per questo che leggere i testi antichi (o almeno alcuni testi antichi) è ancora utile. Non perché ci insegnino la bellezza e la virtù, ma perché ci fanno capire un po’ meglio le cose di cui parliamo.

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