Gli americani Battles costruiscono canzoni che sembrano congegni meccanici assemblati da un folle. Rock di frontiera, riproposto ora in un disco ispirato direttamente da New York. E dove la melodia, dicono a "IL”, è come «la glassa su una torta»

Ian Williams è senza dubbio un uomo di forte impatto cerebrale. A raccontarlo è innanzitutto la sua produzione discografica, che in circa 30 anni di attività è riuscita dapprima a definire e poi a reinventare il concetto di matematica applicata alla musica rock. Partito con i Don Caballero, la seminale band di Pittsburgh che negli anni Novanta ha rappresentato uno dei più solidi baluardi del post-rock statunitense, Williams ha poi spostato il baricentro del suo stile verso una forma di improvvisazione destabilizzante. Il risultato è arrivato con due album degli Storm and Stress, la formazione di Chicago folgorante e stordente, intestataria di un suono avvolgente e allo stesso tempo sbilenco che ancora oggi resta uno degli esperimenti più sorprendenti della scena di fine millennio. Il passaggio dall’underground a una notorietà più estesa arriva però nel 2006 con la nascita del progetto Battles, che immediatamente attira l’attenzione della stampa specializzata grazie a una formula sonora di formidabile concitazione. Accolti da subito in casa Warp, l’etichetta con la quale condividono un approccio innovativo alla commistione fra acustico e digitale, i Battles conquistano gli ascoltatori di mezzo mondo con il loro sound a tratti indefinibile, che unisce il rigore delle ritmiche all’ecletticità delle melodie.

Sono gli anni dell’album Mirrored e soprattutto del singolo Tonto, che dirotta l’attenzione degli ascoltatori più avventurosi con il suo intreccio di suoni cristallini e chitarre indisciplinate, ma anche grazie a un video altamente “matematico” che suggestiona vista e udito. La sofisticazione del suono dei Battles trova nuove direzioni anche nei successivi Gloss Drop e La Di Da Di, opere che si nutrono di collaborazioni azzeccate e di un essenziale lavoro in studio, ma che vedono anche un progressivo restringimento della formazione, che nell’arco di 9 anni perde Tyondai Braxton e Dave Konopka, due dei quattro membri della band. La fine del 2019 porta dunque alla pubblicazione di Juice B Crypts, quarto album di un gruppo ormai formato da John Stainer alla batteria e da Ian Williams per tastiere, chitarra ed elettronica. La nuova prova su lunga distanza rappresenta un importante traguardo di amalgama musicale, talmente complesso e rutilante al punto da non permettere un ascolto distratto o inconsapevole.

Prodotto e mixato da Chris Tabron (già al lavoro con Beyonce, Trash Talk, Mobb Deep e Ratking), il disco è un intrico perfettamente matematico di loop di synth, linee di batteria e riff di chitarre, il tutto miscelato con una buona dose di genio e ironia. Ancora una volta i Battles dimostrano di non avere alcuna paura di osare, spingendo sull’acceleratore delle ritmiche e sui cursori delle manipolazioni digitali, creando 11 brani di audace spericolatezza elettroacustica. Ad affiancare Stainer e Williams troviamo una serie di collaboratori inaspettati, dal vocalist degli Yes, Jon Anderson, alla band psichedelica di Taipei Prairie WWWW, per arrivare agli Shabazz Palaces e ai tUnE-yArDs. Ma forse la collaborazione più interessante è quella con Sal Principato, icona della No Wave anni Ottanta con i suoi Liquid Liquid, che lo stesso Ian Williams definisce – durante questa intervista concessa a IL – come «la commistione perfetta fra il suono dei Battles e la città di New York».

Prima dei Battles hai lavorato a due progetti memorabilia come Don Caballero e Storm And Stress, una vera rivelazione uditiva. Si trattava di esperienze legate all’ondata sonora di pre-millennio? In che modo queste band sono collegate ai Battles?
«In effetti è importante comprendere il contesto nel quale ci muovevamo, erano gli anni in cui esplodevano i Nirvana e le band underground ricevevano improvvisamente grande diffusione, si trattava di un momento in cui quella formula rock diventava vittoriosa ed entrava in MTV. Anche il post-rock era una parola diventata di moda, fatta di quella musica a cui ero legato e che combinava rock, jazz e cose del genere. Ma per me la musica degli Storm And Stress intendeva essere post-apocalittica, come se fossimo dei sopravvissuti a qualcosa che non era ancora accaduto. È buffo pensare che che in quel periodo c’era un’altra band che ritengo fosse eccezionale, gli Us Maple. Loro stavano provando a portare l’apocalisse sulla Terra, mentre noi eravamo già posizionati oltre, quindi ci percepivo vicini».

Ascoltando la musica dei Battles trovo che si tratti di un progetto molto cerebrale, eppure fondamentalmente costruito attorno alle ritmiche di batteria.
«Ho sempre lavorato con batteristi molto ritmici e che suonavano in maniera matematica, dapprima con i Don Caballero e poi con John Stanier, mentre con Kevin Shea negli Storm And Stress c’era uno stile decisamente free style. Di conseguenza ho sempre avuto un approccio dicotomico a ciò che faccio. Sento che questa dualità fra le ritmiche di batteria e l’organizzazione di una struttura rappresenta il filo d’unione per un tipo di progetto che ora sto sviluppando, specialmente lavorando con la tecnologia. Ad ogni modo sì, il principio organizzativo delle composizioni è fondato sulla batteria».

“Juice B Crypts” è il primo album che i Battles hanno scritto e registrato vivendo a New York. A tuo parere questa città appresenta ancora il centro del mondo musicale?
«In un certo senso New York è sempre stato il centro della musica, ma ci sono continue onde e fluttuazioni e probabilmente questa città ha ormai perso il suo ruolo fondamentale. Negli ultimi 20 anni gli affitti sono diventati davvero costosi e se sei un giovane creativo è più facile che tu scelga di vivere in una città “secondaria”. New York resta comunque una metropoli molto stimolante per viverci – anche se ormai gentrificata – ma farci delle cose è molto difficile perché già solo per per muoversi da un posto all’altro ci vuole minimo un’ora».

I Battles a New York, la città dove sono di base e che ha ispirato il loro ultimo album “Juice B Crypts”

Un comunicato relativo a “Juice B Crypts” descrive il vostro suono come “sprawling instrumental ripper”, uno squartatore tentacolare strumentale: ti ritrovi in questa descrizione?
«In un certo senso mi piace, è una descrizione divertente, anche se penso che in questo disco ci sia più spazio per dei momenti melodici. Il mio sogno è sempre stato quello di inserire la melodia all’interno della struttura, come quando metti la glassa su una torta. Il mio intento è mettere il dolce all’interno di una struttura ritmica».

L’attitudine punk e il “do it yourself” rappresentano ancora un punto di riferimento per te?
«Quando vivevo a Pittsburgh ho imparato una lezione molto importante, perché si trattava di una città splendida ma che non era il centro di niente. Anche le band che amavo e arrivavano da posti piccoli e strani facevano le loro cose senza considerare se e quanto fossero cool in quel momento, ma semplicemente credendo in loro stessi e provando a fare le loro cose. Questo mi ha molto ispirato, mi ha insegnato che non ha importanza il posto in cui vivi, ma solo che tu segua la tua strada. È una cosa che credo vada in parallelo con la filosofia del “do it yourself”. Quando penso che il nostro nuovo disco è stato prodotto a New York, credo che in qualche modo sia anche stato influenzato da questo ambiente, ma non perché questa città è considerata cool. Anzi, questo su di me ha un effetto decisamente respingente».

La scelta di Chris Tabron per la produzione del nuovo album è stata una sorpresa per me: come mai avete scelto lui? Il lavoro assieme ha funzionato?
«L’accoppiata ha funzionato bene, perché Chris già ci conosceva ma non credo che fosse necessariamente il più grande fan della band. Aveva dunque una predisposizione a dirci in maniera diretta quando qualcosa suonava noioso o addirittura senza senso. Ci ha aiutato a differenziare il lavoro e ha portato freschezza nel disco. C’è poi da dire che questo tipo di figure talvolta operano come produttori, ma in altri casi svolgono fondamentalmente il mestiere dell’ingegnere del suono. Steve Albini (col quale Williams ha lavorato per gli album di Don Caballero e Storm And Stress, nda) possiede per esempio un background che inserisce nei dischi che produce. Per quanto mi riguarda ho passato un anno nella creazione dei temi principali del disco e di tutti quegli strani suoni elettronici, manipolando sample di chitarra e tastiere. Chris ha un background hip hop e spesso ci diceva: «Ehi, ho creato un beat col mio iPad, ascolta!”. Un produttore tradizionale forse avrebbe considerato quei suoni troppo grezzi, mentre per me è stato stimolante lavorare su quella roba pazza e strana per renderla presentabile e inserirla nell’album. C’è infatti un modo troppo tradizionale di intendere la produzione, per cui tutto diventa giusto o sbagliato, ma con Chris è stato diverso e la combinazione si è rivelata ottima».

Che cosa pensi dell’ascolto su piattaforme di streaming come Spotify? Ritieni che possa aiutare la diffusione della musica o preferisci il buon vecchio vinile?
«Si tratta di un argomento molto complicato. Ultimamente, per esempio, abbiamo intrapreso un tour in Sudamerica e abbiamo suonato in Cile, Argentina, Brasile e Perù, mentre è saltata la data in Ecuador. Dubito che lì ci siano negozi di dischi che vendono dischi dei Battles e anche se ci sono immagino siano molto piccoli. I ragazzi ascoltano musica e continuano ad entusiasmarsi, dunque quel che sta accadendo è bello e positivo. Eppure tutto sembra scorrere come acqua sotto i ponti, senza lasciare traccia, i brani passano per tre minuti sul tuo iPhone e subito dopo sei già su Twitter. Non credo che molte persone ascoltino ancora musica a casa».

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