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Buone feste elettroniche da Foligno

17.12.2019

L'Auditorium San Domenico di Foligno, teatro della nuova edizione (la 13esima) del festival Dancity, che quest'anno diventa "Winter”

Quest'anno, nella città umbra, il Natale porta in regalo ritmi e immaginari digitali. Lo storico festival Dancity si lascia alle spalle l'estate per svolgersi tra il 26 e 28 dicembre. Una scelta controcorrente che merita di essere premiata

Progetto dedicato alla musica internazionale, nato in tempi non sospetti fuori dalle strade “sicure” del clubbing nelle grandi metropoli, il network di Dancity (che ha il suo cuore nel festival, ma è attivo 365 giorni all’anno sul territorio) ha saputo diventare in tredici anni di vita – non sempre facilissima, peraltro – uno dei punti di riferimento per l’elettronica in Italia. Impresa non da poco in una cittadina di poco più di 50mila anime, Foligno, che è la terza per abitanti nella regione (dopo Perugia e Terni, giusto per darvi qualche riferimento), incastonata nel cuore della Valle Umbra e con un suo spettacolare centro storico. Dopo un anno di pit-stop forzato, Dancity sceglie nel 2019 di rilanciare, spostandosi in un periodo decisamente poco battuto per dare vita a Dancity Winter, che presenta dal 26 al 28 dicembre un programma di concerti, dj set, performance audio-visive e talk con producer e artisti di livello da tutto il mondo, dal tedesco Michael Rother (ex membro dei Kraftwerk e fondatore dei NEU! che terrà il concerto inaugurale del festival) all’americano Kelman Duran, dall’inglese Andy Stott all’italo-americano Alessandro Cortini.

Le scommesse coraggiose ci sono sempre piaciute, soprattutto quando sostenute – come in questo caso – da una visione e da un’idea di progetto; eppure, dobbiamo dire che questo rilancio ci è suonato inizialmente piuttosto folle. Così abbiamo deciso di parlarne direttamente con Giampiero Stramaccia, fondatore e anima della manifestazione folignate fin dai suoi esordi, ripercorrendone la storia e alcuni degli episodi più divertenti delle passate edizioni, per scoprire che forse alle volte un po’ di sana follia non guasta. Ce lo dimostra, intanto, la sua biografia. Avvicinatosi durante gli anni di università al mondo degli eventi grazie al Link Project di Bologna, tra le attività del collettivo Homework e la street rave parade, nel 2006 Stramaccia si è trasferito a Foligno per lavorare con la MGM Produzioni Musicali, agenzia di booking di artisti del calibro di Bollani e Rava. Dopo aver fondato Dancity, nel 2011 ha creato il progetto Serendipity Club, divenuto uno dei punti di riferimento italiani per la scena elettronica. Appassionato di musica jazz, come dj ha poi suonato con gente come Jeff Mills, Ricardo Villalobos, Nina Kraviz e Peggy Gou.

Tredici edizioni per una manifestazione nata lontano dai circuiti “classici” del clubbing, ma ormai tra gli appuntamenti di punta dell’elettronica in Italia. Come vi è venuta in mente l’idea? E quali sono state le difficoltà più grandi incontrate sulla strada?
«Nel lontano 2006 i festival di musica elettronica si contavano sulle dita di una mano: Club To Club, Dissonanze e pochissimi altri. Non c’era ancora l’idea del “boutique festival”, diciamo che Dancity lo è stato ante litteram. I festival e gli eventi di musica elettronica, specialmente la parte “dance oriented”, erano ancora relegati in spazi di periferia e principalmente in grandi città; l’idea, dopo i miei anni di collaborazione con il Link Project di Bologna, una volta tornato a Foligno, era quella di portare, sì, una ventata musicale diversa, con i valori aggiunti di un centro storico interessante e vivibile, appena rimesso a nuovo a seguito dei lavori post-sisma 1997 e bisognoso di essere rivitalizzato dopo anni di cantiere. Le difficoltà più grandi? Far individuare Foligno nella carta geografica dal pubblico e spiegare all’amministrazione locale il valore del progetto». 

La novità di quest’anno è la nuova collocazione temporale del festival, che passa da fine agosto a fine dicembre, anche se durante l’anno Dancity non sta mai fermo… Un cambiamento radicale. L’ipotesi estiva è solo sospesa o è definitivamente tramontata?
«In Umbria quest’anno c’è stato un altro “terremoto”, legato alle vicissitudini politiche, e avere la certezza che la nuova amministrazione fosse interessata a un progetto come il nostro è stato un aspetto fondamentale, anche perché quella precedente non ha fatto molto per garantire il Festival. Abbiamo avuto confronti positivi. in realtà, anche grazie a un referente alla cultura attento e curioso nei confronti del nostro lavoro, ma le tempistiche per un’edizione estiva non c’erano e abbiamo optato di comune accordo nell’individuare un periodo invernale. Quale sfida più interessante del periodo “morto” e rischioso tra Natale e Capodanno? È un periodo difficile anche per “bookare” gli artisti, ma quando vedi un Michael Rother, alla sua veneranda età, che è disposto a partire il 25 dicembre pur di suonare alla nostra manifestazione, abbiamo capito che i veri artisti, che vogliono dare e hanno da dire qualcosa, si mettono in viaggio lo stesso! Ora portiamo a casa questa edizione e poi per l’estate si vedrà… Potrebbero esserci sorprese».
 
Parliamo dei luoghi: l’Auditorium San Domenico sarà l’unica location quest’anno. Quanto è importante legare un progetto votato alla contemporaneità con il (magnifico) contesto storico della città? Come possono aiutarsi a vicenda questi due aspetti?
«Nei suoi secoli di vita l’Auditorium non è stato solo una chiesa: durante la Seconda guerra mondiale è stato una rimessa per mezzi militari e nel Dopoguerra una palestra per il basket. È bello immaginare che chi lo ha costruito tutto pensasse tranne che potesse ospitare un festival di musica… elettronica. Noi, come sempre, rispetteremo lo spazio e cercheremo di renderlo compatibile con la nostra proposta, anche perché è un modo per far vivere un luogo importante della nostra città e nel frattempo poterne apprezzare la bellezza. Proprio questo è il connubio che crea il valore aggiunto: un posto intriso di storia e una musica che sta scrivendo la storia».
 
Che cosa ci dobbiamo aspettare da questa tredicesima edizione?
«Il Dancity quest’anno ha cercato di tornare indietro alle proprie origini, meno “nomi” ma più freschezza, più artisti che hanno voglia di salire su un palco a raccontare la propria storia e diffondere la propria visione musicale. Non ci sono highlights, ogni artista sarà speciale per noi e per il pubblico, ciò che posso dire è che il Festival è diviso in tematiche, ma solo nella nostra testa: le nostre line-up sono sempre state valutate in modo interessante per la coerenza del flusso sonoro, senza però cadere nella ripetitività. Il giovedì ha una base legata alla retrospettiva, ma non nel senso di “memorabilia”, piuttosto come riscoperta di quel suono che ha influenzato 40 anni di musica, ed è per questo che abbiamo commissionato un dj set speciale a dei maestri che dalla metà degli anni 80 hanno collezionato e suonato tantissima musica: Rame, Angioletti e Uovo aka Pastaboys. L’idea è quella di un party “didattico”: ballare e nel frattempo ri-scoprire tanta musica meravigliosa. Il venerdì è più proiettato al contemporaneo e ai nuovi talenti, dal live dei 72-Hours Post Fight fino ai ritmi reggaeton (non quello che ascoltiamo per radio e che personalmente mi fa cambiare stazione) di Kelman Duran, dai ritmi afro / dancehall e tribali di Mina e DJ Firmeza fino alla UK bass della talentuosa L U C Y. È il sabato… Che dire, avere due artisti come Alessandro Cortini e Andy Stott uno di seguito all’altro per noi è un sogno».

Con quali artisti si è creato un rapporto particolare e come hanno reagito dopo aver visto Foligno?
«Qui ce ne sono tante da raccontare… In ogni caso, 3 artisti e 3 situazioni: la prima risale al 2013, l’anno in cui Dancity portò alla ribalta Bambounou. Per Jeremy era la prima volta in Italia: lo mettiamo nel palco numero 2 come astro nascente. Nel main stage decidiamo di far fare la chiusura a Sotofett in “b2b” con Gilb’r. Ovviamente, Dancity ama fare queste scelte un po’ fuori dalle righe. Questa volta succede che Sotofett sale sul palco dopo essersi scolato una bottiglia di vodka, gli danno fastidio le luci del palco e inizia a staccare alimentazioni e catena DMX una a una, mandando in black-out tutto. Il service si altera con noi, io mi irrigidisco con Sotofett e lo faccio scendere dal palco. Non racconto il seguito… Gilb’r decide di non continuare a suonare senza di lui e andiamo a chiedere a Bambounou se vuole fare la chiusura del festival sul main stage. Ci pensa un po’ e accetta. Una bomba!!! Da quel giorno è di casa a Foligno, e l’abbiamo invitato almeno una volta l’anno. La seconda è invece legata a due mostri sacri quali Alva Noto e Blixa Bargeld, che vennero a Foligno a sperimentare il loro live set. Provarono 3-4 giorni qui e si esibirono per la prima volta assoluta al Dancity. Poi uscì quel capolavoro di ANBB con bonus track nel CD di un brano di nome Foligno. Infine, nel 2017 è il turno di Marie Davidson: anche con lei si è instaurato un affetto particolare (e quell’anno anche con Bernardino Femminielli e Lamusa). L’episodio legato a lei ha anche qualcosa di “psico-didattico”. Il suo era il primo act della sera sul palco dell’Abside Auditorium. Tutta la gente era fuori a ballare e lei aveva paura che nessuno arrivasse. Facendo live non è che poteva iniziare con qualche disco di warm-up, ma doveva esibirsi con il suo show. Nel frattempo rischiavamo di andare oltre con i tempi e di sforare rischiando di tagliare le performance successive. Mi avvicinai a lei e le dissi: “Metti un loop di basso, lascialo girare, sei magnetica e vedrai che qualcosa accadrà”. Lei inizia con 3 persone (2 tecnici e io) davanti. Mentre gira il loop si fermano 3, 5 , 20, 50 persone e inizia il suo live. Dopo 10 minuti la sala si riempie, lei inizia a cantare stile “spoken words” e in ingles, mentre va la traccia dice a ripetizione: “Giampiero avevi ragione, dovevo avere più fiducia in me stessa, questa situazione è magica, dovevo avere più fiducia…”».

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